Lezioni di storia, al Petruzzelli Forcellino racconta Giulia Gonzaga

Mercoledì 20 Novembre 2019 di Eraldo MARTUCCI
Prosegue a pieno ritmo la rassegna “L’Italia delle donne”, il ciclo di “Lezioni di Storia” ideato dagli Editori Laterza, organizzato in collaborazione con la Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, con il patrocinio del Comune di Bari – Assessorato alle Politiche culturali e turistiche e della Regione Puglia. Un affresco a tinte vivaci che descrive la storia attraverso la biografia e le “res gesta” di donne dalla personalità riguardevole.

Domenica scorsa un teatro pieno come sempre accade, ha atteso l’“arrivo” di Giulia Gonzaga contessa di Fondi (Gazzuolo 1513 - Napoli 1566), raccontata da Antonio Forcellino, studioso acuto del Rinascimento, scrittore, restauratore famoso tra l’altro per aver restaurato il Mosè di Michelangelo ed aver trovato un documento autografo del Buonarroti.

Giulia, sposa a tredici anni di Vespasiano Colonna di quasi quaranta anni più di lei, vedova dopo solo due anni di matrimonio, nel 1528, rimase erede di tutto il patrimonio del marito e tutrice della figliastra Isabella che fece sposare a suo fratello Radomonte. Di bellezza leggendaria, fece impazzire d’amore molti prelati e aristocratici, fu decantata da Ludovico Ariosto e Bernardo Tasso. Nel castello di Fondi raccolse una piccola corte, spesso occasione di pettegolezzi sui rapporti troppo intimi con le sue ancelle.

Suo assiduo frequentatore fu Ippolito de’ Medici, poi diventato cardinale che non riuscì mai a ottenere i favori della nobildonna a cui dedicò perfino la sua traduzione del secondo libro dell’Eneide, scrivendo che l’incendio del suo cuore era simile a quello di Troia. Su commissione del cardinale, che desiderava avere un ritratto della donna amata, alla corte soggiornò in due riprese Sebastiano del Piombo: del ritratto originale, dipinto nel 1532, rimangono diverse copie. Alcuni mesi dopo Ippolito inviò a Fondi il ferrarese Alfonso Lombardi, un incisore noto all’epoca, per ritrarre Giulia in una medaglia.

La fama della castellana di Fondi si diffuse anche oltremare, tanto che si parlò di un tentativo di rapimento da parte del pirata Barbarossa che intendeva fare omaggio della bella preda al sultano Solimano I. Il territorio fu saccheggiato dai turchi ma Giulia si salvò fuggendo in tempo e l’episodio fu narrato nell’egloga di Francesco Maria Molza “La ninfa fuggitiva”. Come ha sottolineato Forcellino, Giulia è stata una “Dama disobbediente” del Rinascimento, una donna che si è opposta al ruolo di preda, fuori dal recinto, che ha rivendicato la sua libertà e le sue scelte ed amava molto Elisabetta I d’Inghilterra.

La sua biografia si intreccia alle grandi personalità del ‘500. Trasferitasi a Napoli, intorno a lei si ricostituì un circolo scelto dove la conversazione aveva per oggetto temi spirituali e religiosi: vi partecipavano quanti erano interessati alle intellettuali e spirituali ‘eresie’ sorte nella prima metà del Sedicesimo secolo sull’onda della predicazione di Lutero e di Calvino. Fra questi il citato Juan de Valdes, autore di quel Alfabeto Cristiano la cui pubblicazione fu finanziata da Giulia, l’eretico che tanto influenzò Michelangelo e Vittoria Colona e soprattutto l’umanista Pietro Carnesecchi.

Il Valdés la fece erede di tutti i suoi scritti e Giulia proseguì le iniziative dello spagnolo, stabilendo contatti anche con il circolo che si riuniva a Viterbo nella casa del cardinale inglese Reginald Pole, vicino alle posizioni riformate. Le sue frequentazioni con persone sospette di essere vicine alla Riforma protestante le procurarono le attenzioni dell’Inquisizione, ma non riuscirono a condannarla per eresia, mentre il suo amico fraterno Carnesecchi fu bruciato sul rogo l’1 ottobre 1567. Dopo la sua morte papa Pio V, che visionò le sue lettere, affermò che avrebbe lui stesso raccolto le fascine per bruciarla sul rogo. Fu una donna della sottrazione, come ha chiosato infine Forcellino: sfuggì al marito, al cardinale Ippolito, al Barbarossa, all’Inquisizione. © RIPRODUZIONE RISERVATA