Legno verde, i giovani nella Taranto anni '70

Lunedì 2 Dicembre 2019 di Ilaria MARINACI
Cosimo Argentina
Legno verde è il nome che i medici danno a un tipo di frattura che si può verificare negli adolescenti. Trattandosi di ossa giovani, tendono a rinsaldarsi più facilmente. Il termine deriva proprio dalla resistenza dei rametti verdi rispetto a quelli secchi. «Mi è sembrato il titolo perfetto per un romanzo che parla dell'adolescenza», spiega Cosimo Argentina.
Lo scrittore tarantino, che vive e insegna in Brianza, da venerdì è tornato in libreria con una storia di nuovo ambientata nella città jonica a quindici anni di distanza da Cuore di cuoio (Sironi 2004-Fandango 2010), incentrato sulle vicende di un quindicenne che sogna di diventare calciatore professionista. Pubblicato da Oligo Editore, Legno verde ha come protagonista Umberto Babilonia, un disincantato dodicenne che vive in un quartiere popolare di Taranto negli anni Settanta, ama le donne mature, adora il calcio e organizzare tornei con le figurine Panini. Ha un modo tutto suo di superare le delusioni sentimentali, le botte rimediate dal padre violento e la rigida e vendicativa educazione impartita all'istituto salesiano. In casa è fin troppo remissivo, in campo entra duro sulle caviglie degli avversari, a scuola è una vittima sacrificale e con le ragazze sfodera un prematuro e involontario sex appeal.
Quali sono i punti di contatto fra questo libro e Cuore di cuoio?
«Come ambientazione siamo qualche anno in anticipo, il 1975 contro il '77-78. Quindi, il tempo è lo stesso ed è la stessa Taranto. Il protagonista, Umberto, è un po' più giovane del quindicenne Rudy Kroll, voce narrante di Cuore di cuoio, tenendo conto, però, che i dodicenni erano equiparabili a chi frequenta il biennio alle superiori. Crescere per strada ti faceva maturare prima. Già a undici anni, si usciva da casa alle due del pomeriggio per ritornare alle otto di sera. C'era una maggiore libertà perché si viveva in un mondo più semplice».
E quali, invece, le differenze più nette?
«Il nuovo libro è basato molto più del precedente sul rapporto con gli adulti e sul mondo della scuola. Si nota come fosse diversa l'educazione di allora rispetto a quella di adesso e quanto incidesse sulla vita di un ragazzo. Inoltre, mi piaceva raccontare il mondo dei salesiani di Taranto che è pressoché scomparso. Nella vita di quartiere, per come l'ho vissuta io, era un'esperienza importante come punto di riferimento ed elemento di disciplina. Quindi, se pure l'ambientazione geografica e temporale è la stessa, gli argomenti rispetto a Cuore di cuoio sono diversi. Per esempio, c'è il mito delle donne più grandi che per un dodicenne sono irraggiungibili e rappresentano il massimo della sensualità, mentre a scuola bisognava ingegnarsi perché la disciplina era ottenuta anche ricorrendo alle maniere forti».
Tutt'altro mondo rispetto ad oggi, dove il patto fra genitori e insegnanti si è incrinato. Da professore lei come vive questo conflitto con le famiglie?
«Gli insegnanti si ritrovano a fare il Cerbero della situazione, non supportati, però, da tutta un'impostazione educativa che è fondamentale. Se sei solo tu quello che stabilisce le regole, vieni visto come il cattivo. Se, invece, sono condivise con le famiglie, è diverso. Se vogliamo fare un paragone, è come quando padre e madre non sono d'accordo sull'educazione dei figli con la conseguenza che i ragazzi perdono la bussola su cosa sia giusto o sbagliato, appoggiandosi più al genitore permissivo che a quello severo. Questo scollamento scuola-famiglia, quindi, genera squilibri, ma soprattutto genera fragilità che poi si riscontrano davanti a un insuccesso, vissuto in maniera estrema».
Tornando al libro, anche stavolta il calcio è centrale. Perché?
«È sempre stato lo sport più a basso costo. Negli anni Settanta, bastava un pallone, una striscia d'asfalto, due giubbotti per terra e la magia era fatta. Oggi si gioca nei campi di sintetico, pagando dieci euro a testa per un'ora, e poi si va via. Ma il calcio è rimasto, come diceva Pasolini, l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. Questa cosa non è cambiata: la trovavo nei ragazzi degli anni Settanta, in quelli del 2003 quando è uscito Cuore di cuoio e la trovo in questi del 2019».
Nel romanzo, Taranto è una città diversa da oggi, ancora all'inizio di un processo di industrializzazione che sta vivendo ora una crisi profonda. Cosa pensa di quello che sta succedendo?
«In Legno verde, come in Cuore di cuoio, era la città dei sogni, dove l'allora Italsider aveva portato molto benessere. La si vedeva di buon occhio e il problema ambientale non era stato ancora compreso fino in fondo. Oggi è tutto di difficile lettura. Ci sono spinte che vorrebbero chiudere la fabbrica per poter voltare pagina attraverso la bonifica ma, prospettando un simile scenario, si rischia di mandare in crisi una realtà che lo è già di suo, a prescindere dall'Ilva. Tutte le notizie che mi arrivano su Taranto mi parlano di una città in difficoltà che non ha ancora trovato una strategia per venirne fuori, compito che spetta a chi governa. Molte buone intenzioni, ma, nei fatti, nulla. L'Ilva rischia di diventare la goccia finale che fa traboccare il vaso. La salute, poi, è il prezzo che i tarantini stanno pagando da decenni al loro diritto al lavoro. Se il siderurgico chiude, due sono le strade: o ci si rimette in gioco e si vede davanti a sé un'alba nuova oppure si torna ai periodi oscuri che Taranto ciclicamente vive. Io, da parte mia, osservo con preoccupazione».
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