Quel giorno a Lecce col poeta Ungaretti

Lunedì 1 Giugno 2020 di Claudia PRESICCE
«Un vestito magnifico» disse Ungaretti guardando il barocco leccese: gli sembrò un ornamento bellissimo evidentemente, e forse anche un intelligente appellativo per una città in cui l'apparenza è tutto (ancora oggi). La visita a Lecce del maggio del '47, raccontata dall'articolo di Vittorio Pagano dal titolo “Ungaretti tra noi” su Libera voce il 24 maggio, stimolò anche Mario Marti che allora viveva a Roma e nello stesso numero raccontò Ungaretti professore, «avendo evidentemente seguito qualche sua lezione universitaria», ricorda il professore Antonio Lucio Giannone.
Invece solo un mese prima, nell'aprile del '47 su una rivista spagnola, a Madrid Vittorio Bodini pubblicò un articolo sull'Allegria di Ungaretti con alcune traduzioni delle sue poesie in spagnolo.
«I migliori scrittori intellettuali salentini in quel momento erano quindi fortemente legati al poeta, e questo mostra l'ambiente letterario raffinato in quegli anni nel Salento», sottolinea Giannone. Una corrispondenza con alcuni di loro testimonia poi un rapporto che andò al di là di quei giorni (non risulta che Ungaretti sia più venuto a Lecce).
Nelle successive lettere con Vittorio Pagano, Ungaretti chiama il leccese “amico”, e in particolare nel '49 si scusa per non essere riuscito suo malgrado a passare da Lecce, pur essendo stato a Taranto, per un'influenza. In un'altra successiva (non databile) Ungaretti, tra le altre cose, scrive: “sarei tanto lieto, caro Pagano, di riabbracciare Lei e gli amici, e di rivedere Lecce di cui serbo il ricordo più felice”. Poi un'altra volta, sollecitato da Girolamo Comi per pubblicare un articolo sulla rivista L'Albero, Ungaretti mandò a Pagano una lunga lettera con uno scritto su Gérard de Nerval che poi venne pubblicata.

«Bodini collaborò con Ungaretti per la traduzione dei sonetti del Gòngora ricorda ancora Giannone ma non solo. Il grande poeta apprezzò le opere di Bodini». Lo dimostra la lettera che pubblichiamo: Ungaretti scrisse nel '56: “Carissimo Bodini, Dopo la luna è qui. E mi è caro, come continua ad essermi prezioso La luna dei Borboni”.

Per quel che riguarda Taranto fu Antonio Rizzo, animatore culturale di quegli anni, fisico laureatosi con Enrico Fermi, che pensò ad Ungaretti come figura oltremodo stimolante che nel Mezzogiorno di quegli anni, ancora insonnolito nel suo basso crocianesimo, veniva dai più considerato un irregolare della letteratura, autore di bizzarrie poetiche come scrive lo stesso Rizzo in “Tastiere tarantine” ricordando la grande stagione per la cultura di quella città.
La conferenza del '47 seguitissima venne anche pubblicata sul giornale tarantino Voce del popolo. Di lì a poco, con Rizzo nacque il Premio Taranto che vide la prima edizione nel '49. Sempre con Ungaretti presidente di giuria vide tra i premiati Carlo Emilio Gadda, mentre tra i segnalati' compaiono un giovanissimo Pier Paolo Pasolini, poi Giorgio Caproni, Aldo Sereni e altri. Nel '51, ultima edizione, in giuria ci sono anche Aldo Palazzeschi e Carlo Bo. Ungaretti dopo la chiusura scrisse dispiaciuto a Rizzo: “il Premio Taranto è tramontato per sempre. Fu il più bel premio d'Italia”. Ultimo aggiornamento: 2 Giugno, 19:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA