Oltre settemila lingue al mondo: in 50 anni la metà sparirà e, con esse, un enorme bagaglio di cultura. Ecco perché proteggerle e salvarle

Lunedì 16 Novembre 2020 di Rosario COLUCCIA

Il 21 febbraio di ogni anno si celebra l’«International Mother Language Day» (Giornata Internazionale delle Lingue), data fissata dall’Unesco per promuovere il multilinguismo e la consapevolezza della diversità linguistica e culturale esistente nel mondo. In quell’occasione, a febbraio, è stata resa pubblica la 23esima edizione di «Ethnologue», una sorta di enorme banca dati che passa in rassegna tutte le lingue parlate sulla terra fornendo, per ognuna di esse, il numero dei parlanti, le aree di diffusione, i dialetti facenti capo a una medesima lingua, le affiliazioni e le parentele tra idiomi diversi. «Ethnologue» arriva a contare 7.117 lingue viventi, parlate da sei miliardi di persone, che vivono in 181 stati indipendenti. La cifra precisa delle lingue va presa con un certo beneficio d’inventario: la prudenza è necessaria perché il numero può essere oscillante in relazione al progresso generale delle conoscenze (vale per la linguistica come vale per tutti i campi del sapere) e, più spesso, perché sulla valutazione incidono criteri extra-linguistici, in particolare per quanto riguarda la distinzione tra lingua e dialetto, nozioni spesso contrapposte per ragioni ideologiche (o addirittura politiche), non scientifiche. In generale, le informazioni ricavabili da quella banca dati vanno accolte con cautela, come ha fatto recentemente rilevare Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, in una relazione da lui tenuta al Convegno internazionale «Lessicografia Storica Dialettale e Regionale», XIV dell’Associazione per la Storia della Lingua Italiana (svolto, ovviamente, in modalità telematica).

Comunque sia, i dati macroscopici sono indiscutibili: alcune lingue sono patrimonio di centinaia di milioni di persone, altre di gruppi enormemente più ristretti. Le lingue più diffuse al mondo sono l’inglese (parlato da quasi un miliardo e duecento milioni di persone), il cinese mandarino (un miliardo e cento milioni), l’hindi (seicentocinquanta milioni), lo spagnolo (cinquecentocinquanta milioni). Le ragioni della classifica sono notissime. Per l’inglese, alla vastità del vecchio impero coloniale britannico si somma il prestigio odierno del mondo angloamericano; il cinese è la lingua del paese più popoloso al mondo, seconda potenza mondiale e in ascesa per influenza geopolitica; l’hindi è parlato nel vastissimo subcontinente indiano; lo spagnolo, oltre che nella madre patria, è lingua di molti stati del centro e del sud America, in rapida espansione anche negli Usa. A titolo di pura curiosità, l’italiano, con i suoi circa sessantatré milioni di locutori (distribuiti tra Italia, Città del Vaticano, Repubblica di San Marino, Cantoni ticinese e grigionese della Svizzera, comunità italofone presenti all’estero a séguito delle emigrazioni) non è compreso tra la ventina di lingue che risultano più parlate al mondo.

Accanto alle lingue ufficiali dei diversi stati e a minoranze linguistiche forti, dotate di grande prestigio e usate da milioni di persone, vi sono numerosissime lingue assai meno diffuse, con poche persone in grado di parlarle e perciò ad alto rischio di estinzione. Attratti dai grandi numeri, per lo più consideriamo irrilevanti le piccole cifre. Pochi riflettono adeguatamente sul fatto che molte lingue del mondo corrono il rischio di morire, per motivi diversi. Secondo alcuni studi nel giro di cinquant’anni la metà delle lingue parlate ora sul pianeta corre il rischio di scomparire. Non si tratta di fenomeni remoti, che riguardano idiomi sconosciuti, parlati da sparuti gruppi amazzonici, da tribù africane, da aborigeni australiani, da nomadi asiatici.

Tutt’altro, il fenomeno coinvolge anche la nostra storia, passata e presente. Morì l’antichissimo etrusco (lingua di una popolazione evoluta, abitante in un vasto territorio corrispondente a parte di Toscana, Umbria e Lazio settentrionale), perché le classi dirigenti di quel popolo scelsero di abbandonare la propria lingua indirizzando i figli all’apprendimento del latino, lingua dei vincitori: nel giro di una o di due generazioni l’etrusco, ridotto al rango di lingua degli sconfitti e della parte povera della società, di fatto scomparve. Dopo un lento declino durato secoli, tra il sesto e l’ottavo o nono secolo dopo Cristo, giunse a morte il latino, la lingua che Roma aveva esportato in una larga parte del mondo allora conosciuto: quasi tutta l’Europa occidentale e centrale, l’Asia minore, le regioni dell’Africa settentrionale. Molte altre lingue sono morte nel corso dei secoli, e continuano a morire, per le cause più varie. E poiché esiste un legame indissolubile tra lingua e cultura, quando una lingua muore con essa muore un modo complesso di organizzare il mondo, con i suoi valori e con le sue idee.

Torniamo a noi e ai nostri giorni. Per quanto concerne la situazione odierna, non corre certo rischi l’italiano, divenuto finalmente lingua dell’intera nazione grazie allo sviluppo dell’insegnamento scolastico e delle relazioni sociali, grazie ai mezzi di comunicazione (giornali, radio e televisione), grazie alle migrazioni di Rocco e dei suoi fratelli (inurbati tra mille difficoltà) e di milioni di uomini e donne diretti verso le fabbriche dei centri industriali del Nord, con le valigie di cartone e parlando dialetto. Lingua apprezzata anche all’estero per due fattori, le emigrazioni e il seducente modello di vita che (nonostante tutto) riusciamo a trasmettere, quello che coloro che ci ammirano definiscono «italian way of life». Né, nel complesso, corrono rischi i dialetti sparsi per l’intera penisola: dialetti preziosi, in molti casi di grande tradizione, spesso dotati di una letteratura eccellente, nel complesso vitali e molto cari ai parlanti. Oggi che finalmente siamo in grado di esprimerci correntemente in italiano, il dialetto non fa paura a nessuno e non si limita a incantare i nostalgici dei tempi andati; al contrario, affascina anche i giovani per la sua vivacità comunicativa. Sono sempre più numerosi i casi di rinascita del dialetto, nella pubblicità, nelle insegne dei negozi, bar e ristoranti, nel web, nei fumetti, nella canzone, nelle radio e televisioni locali (lo ha spiegato, tra gli altri, Giovanni Ruffino, accademico della Crusca). In maniera socialmente trasversale il dialetto, posseduto contemporaneamente alla lingua, non è più sentito come marchio di inferiorità ma offre al parlante una consapevole opzione in grado di soddisfare varie esigenze comunicative ed espressive della società attuale.

E tuttavia, nonostante la buona tenuta della lingua e dei dialetti, una parte del nostro patrimonio linguistico sta lentamente scomparendo. Esiste un «Atlante delle Lingue in Pericolo» che utilizza cinque diverse etichette per definire la situazione di lingue a rischio: «vulnerabile», «decisamente in pericolo», «severamente in pericolo», «gravemente in pericolo», «estinto». Tra le varietà «severamente in pericolo» è il griko parlato nei nostri paesi della Grecìa salentina. Negli ultimi decenni qualcosa si è fatto, per il recupero e la rivitalizzazione della lingua locale. Ma, purtroppo, i cartelli in grico con la scritta «kalos irtate» ‘benvenuti’ piazzati all’ingresso dei paesi della Grecia, la riproposizione di tradizioni popolari tipiche di quei luoghi e anche iniziative di grande impatto come la Notte della Taranta (da giudicare con favore, lo affermo a scanso di equivoci) probabilmente non saranno sufficienti per evitare il declino. Ancora manca, spiace dirlo, un piano organico basato su precisi presupposti scientifici e articolato su vari livelli d’intervento come, con successo, è stato attuato in luoghi da noi lontanissimi, addirittura in altri continenti, dove si è riusciti a impedire un declino linguistico che sembrava inevitabile.

Esistono parametri precisi che consentono di diagnosticare lo stato di salute di un sistema linguistico. Se non è troppo tardi, su questi si deve intervenire, anche a livello istituzionale, per combattere una tendenza al decadimento che, lasciata a sé stessa, pare inarrestabile. La Grecia merita attenzione e iniziative intelligenti. La diversità delle lingue è una ricchezza, preservare le minoranze non è un fatto sentimentale, estetico o ecologico, come se si trattasse di impedire l’estinzione di un insetto o di una pianta rari (che pure non sono irrilevanti). La biodiversità linguistica è parte del sentire collettivo. Le lingue identificano gli uomini che le parlano, lasciar morire una lingua equivale a lasciar scomparire una fetta di umanità.

 

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