La Taranto viva letta da Leogrande

La Taranto viva letta da Leogrande
..guardo dal terrazzo della casa dove sono cresciuto le ciminiere dell'Ilva che si stagliano davanti a me, le gru immobili del porto, le navi ormeggiate in attesa di scaricare il minerale o caricare i laminati, il golfo che si allarga all'orizzonte, le isole di San Pietro e di San Paolo, e poi ancora la città vecchia, il traffico incolonnato della sera, i palazzoni che si susseguono quartiere dopo quartiere spesso identici tra loro, l'inizio della campagna e la strada che corre dritta verso la collina di Martina Franca': si chiudeva così Fumo sulla città', il libro che Alessandro Leogrande consegnò alle stampe nel 2013, ora praticamente introvabile nelle librerie, anche quelle virtuali. Si chiudeva così con una panoramica totale, dopo tanti primi piani ravvicinati e dettagliati sulle vicende sociali, economiche e culturali della sua città, Taranto.
Nel segno di una rara tensione civile e umana che guarda alla propria città con occhio critico e partecipe allo stesso tempo e soprattutto con una capacità unica di collegare storie e fatti, politica ed economia, società e cultura, passato e presente. Nel solco di un aggiornamento della migliore tradizione meridionalista (Dorso, Salvemini, Sturzo, Gramsci) con una rilettura della composizione delle classi sociali che vedeva a Taranto la presenza di una classe operaia spuria e anomala. Walter Tobagi sarà il primo a parlare nel 1971 dei metalmezzadri.
Fumo sulla città' è un capolavoro della letteratura d'inchiesta perché l'opera regge più che degnamente il confronto con due capolavori letterari del Novecento amati e citati da Leogrande, La dismissione' di Ermanno Rea e Memoriale' di Paolo Volponi.
Taranto è stata per Leogrande non solo la città della sua nascita e adolescenza ma il simbolo di una Italia che cercava nell'industrializzazione del Sud l'occasione per il suo riscatto, nella privatizzazione delle industrie l'ancora di salvezza contro sprechi e corruzione pubblica, nel populismo ante litteram di Cito la risposta alle inadeguatezze e alle complicità colpevoli della sinistra. Una affascinante storia della città dagli anni Cinquanta al primo decennio del nuovo secolo con il passaggio di consegne dalla Marina all'Italsider-Ilva, con la desertificazione sociale della città vecchia e dei nuovi quartieri (Paolo VI, Salinella), terreno di conquista delle bande criminali e del nuovo ceto politico (la famiglia Modeo e Cito), con l'incremento della disoccupazione e dello spopolamento urbano, con la triste e anacronistica reclusione di operai e impiegati nella palazzina Laf. La città nutriva speranze di una crescita felice' ma le ha visto subito morire con la spaventosa quantità di incidenti sul lavoro, di malattie polmonari, di diossina inalata da persone, animali e mitili e un intero quartiere, i Tamburi, sommerso di polveri cancerogene.
La città che nei miei ricordi d'infanzia è sempre associata a un caos levantino, a un perenne vociare di sottofondo, ora mi appare silente, smorta'.
Il saldo finale di cinquant'anni di monocultura industriale non è stato per nulla positivo, neanche negli esiti recenti che hanno visto il passaggio di proprietà dalla famiglia Riva ai lussemburghesi ArcelorMittal con nuovi obiettivi che porteranno ad incrementare la produzione d'acciaio da 6 a 8 milioni di quintali accompagnata dalla riduzione dei livelli occupazionali. Eppure Leogrande prende le distanze dall'estremismo industrialista e da quello anti-industrialista, l'uno basato sul presupposto che la fabbrica non si può cambiare e che bisogna produrre sempre di più per uscire dalla crisi, l'altro che è meglio chiuderla perchè dannosa per la salute delle persone. Difende i valori sani del lavoro operaio e della fabbrica così come hanno fatto gli stessi operai pronunciandosi col recente referendum sull'accordo sindacale, lo fa in nome di un cambiamento necessario e urgente dei modi di produrre, di una osmosi necessaria tra la fabbrica e la città, tra la città vecchia, il Borgo e i nuovi quartieri, tra il mare e la terraferma, tra un passato magno-greco così glorioso e un presente desolatamente povero di utopia. Leogrande rimane lo scrittore meridionale che meglio di altri, partendo da Taranto e dai suoi cambiamenti, è riuscito a leggere la transizione dalle mitologie industrialiste del Novecento a quelle post-industrialiste e postmoderne del nuovo secolo, consapevole, seppure in uno scenario di forti conflitti e contraddizioni, che ..ci sarà allegria anche in agonia' , come riporta l'esergo di Fabrizio De Andrè.
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Domenica 25 Novembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 21:10