"In vece del popolo italiano". I carri armati su cui sbanda la giustizia

Domenica 13 Dicembre 2020 di Rosario TORNESELLO

La raccolta di atti ha un’anima divulgativa e perciò si pone come un saggio: gli interventi, legati tra loro, sono una dissertazione sugli sconfinamenti e soprattutto sulle degenerazioni cui negli anni – gli ultimi – è incorsa una parte della magistratura, in fretta osannata e in fretta delegittimata. I tempi di pubblicazione affidano una doppia valenza al lavoro: da un lato, la ricorrenza storica di una data tragica; dall’altro, la concomitanza con la contingenza degli eventi. Entrambi evocativi di una situazione complicata. Il titolo dice tutto e già questo basterebbe: “In vece del popolo italiano”. Un vero e proprio atto di accusa, quello del Centro studi giuridici Rosario Livatino, nella pubblicazione curata da Alfredo Mantovano con i contributi di Domenico Airoma, Gian Carlo Blangiardo, Carlo Guarnieri, Giulio Prosperetti, Mauro Ronco, Filippo Vari e dello stesso Mantovano (edizioni Cantagalli). Troppo forte, troppo diretto, troppo attuale – il titolo – per non meritare un approfondimento. Proviamoci.

L’anniversario spiega il contesto e incasella l’operazione, anche in chiave editoriale. Gli atti sono legati al quinto convegno nazionale organizzato dal Centro studi, “Magistratura in crisi. Percorsi per ritrovare la giustizia”. La pubblicazione, invece, avviene in occasione del trentennale dell’uccisione del magistrato da cui il centro prende nome: Livatino fu ammazzato a 38 anni da quattro sicari mentre da solo, senza scorta, si recava in Tribunale ad Agrigento, dove prestava servizio. Era il 21 settembre 1990. “L’attualità di Livatino è sorprendente – scrive papa Francesco nel discorso con cui accoglie i partecipanti al convegno, anch’esso allegato al volume – perché coglie i segni di quel che sarebbe emerso con maggiore evidenza nei decenni seguenti, non soltanto in Italia, cioè lo sconfinamento del giudice in ambiti non propri, soprattutto nelle materie dei cosiddetti “nuovi diritti”, con sentenze che sembrano preoccupate di esaudire desideri sempre nuovi, disancorati da ogni limite oggettivo”. Decidere è scegliere, e scegliere è una delle cose più difficili che l’uomo sia chiamato a fare, conclude il Pontefice richiamando un’altra delle riflessioni di Livatino, per il quale è in corso il processo di beatificazione.

La scansione temporale degli eventi riconnette il convegno alla crisi della magistratura. Evidente il riferimento allo scandalo Palamara e al terremoto ai vertici del Csm. La pubblicazione degli atti, invece, anticipa di poco gli effetti di quello scossone – la radiazione dello stesso magistrato, i procedimenti disciplinari per ventisette colleghi – e giunge a ridosso del rinnovo degli assetti dell’Associazione nazionale magistrati, appuntamento legato a doppio filo all’attualità per non risentirne. E infatti: per la prima volta la maggioranza relativa va alla corrente di sinistra, Area, a discapito di Unicost, di cui era espressione proprio Luca Palamara, precipitata nei consensi. Cosa che rende ancor più graffiante il lavoro del Centro Livatino: nel mirino c’è molto dell’atteggiamento attribuito proprio a Magistratura Democratica, che di Area è l’asse portante. Il punto di vista è fondamentale per comprendere meriti e limiti del lavoro. La questione morale (argomento scivoloso) è strettamente connessa alla funzione svolta, ammonisce Airoma, vicepresidente del Centro studi insieme con Mantovano e Vari. E proprio la costituzione del Centro Livatino, aggiunge, è una scelta controcorrente: “L’obiettivo è quello di proporre, e sforzarsi di incarnare, un modello di magistrato dal forte spessore morale e realmente indipendente”. L’analisi parte da questo punto di vista. Considerarlo, per tutte le valutazioni del caso.

L’incipit è nel saluto di Vari, che marca subito il perimetro degli interventi: la crisi della magistratura, le possibili soluzioni per uscirne. Gli scandali si muovono sullo sfondo, a giustificare i ragionamenti svolti. Il punto nodale è chiaro: l’assunzione di un ruolo creativo della giurisprudenza, contrario – spiega Vari - ai postulati delle liberal-democrazie. Il pensiero torna ai nuovi diritti: “I magistrati che creano le norme e non applicano la legge compiono un’operazione profondamente antidemocratica”, sicché la politicizzazione del ruolo della magistratura diventa al tempo stesso “causa ed effetto degli scandali cui si assiste”. Si tratta, perciò, di esaminare un altro passaggio fondamentale: l’imparzialità, elemento di connessione tra le due forme convergenti di indipendenza, interna ed esterna, cui dovrebbe attenersi il giudice. Condizione ideale. Se non fosse che, incalza subito dopo Ronco, presidente del Cento Livatino, proprio la politicizzazione della magistratura ha offuscato la sua immagine di potere terzo e imparziale. La svolta ha matrice storica: “Fu l’effetto della scelta marxista di una parte non irrilevante della magistratura italiana. Essa individuava nel giudice l’agente sociale, che, avvalendosi della discrezionalità interpretativa, avrebbe dovuto perseguire tramite la giurisdizione un modello alternativo di Stato”. Una scelta di classe, si direbbe. Per Ronco, l’espressione di un contropotere, una frattura che neppure l’impegno della magistratura contro il terrorismo prima e la criminalità organizzata poi è riuscito a ricomporre.

Per questa via, “In nome del popolo italiano” diventa “In vece del popolo italiano”. Le tappe sono cronologicamente ben scandite. Airoma incasella il percorso nella cornice del gioco delle correnti. Il punto di partenza è nella nascita dell’Associazione nazionale magistrati, priva in origine (1909) di carattere e fine politico e poi divenuta (dopo la seconda guerra mondiale) “voce unica di un potere che la Costituzione vuole diffuso tra tutti i magistrati”. È qui che la variabile correntizia dispiega tutti i suoi effetti. Il momento cruciale è nell’arrivo sulla scena di Magistratura Democratica (1964), la parte più delicata (e, da supporre, anche la più controversa) dell’intero lavoro. Con il congresso di Gardone (1965) l’Anm “sposa un orientamento culturale diretto a sostenere un modello di magistrato impegnato a scardinare l’assetto tradizionale dei principi dell’ordinamento giuridico, sotto l’usbergo di una interpretazione cosiddetta costituzionalmente orientata”.

È il periodo dei pretori d’assalto, ricorda Airoma; del progressivo scivolamento dei magistrati verso ruoli e funzioni “nevralgiche per il rovesciamento dell’ordine esistente”. Poi, con Tangentopoli, e siamo al 1992, la magistratura “cessa di avere un rapporto di collateralità, comunque paritario con la politica, e finisce con l’assumere un ruolo preponderante rispetto a quest’ultima”. La questione cambia perché cambia il mondo tutt’intorno: è caduto il Muro di Berlino, l’ordine mondiale non riflette più la contrapposizione tra due grandi blocchi, l’Italia non è più terra di confine e luogo di equilibri precari e i partiti della prima repubblica semplicemente si liquefanno. Airoma in poche righe rimarca il cambio di paradigma: “Non si tratta più di un giudice che fa politica, ma di un giudice che ritiene di essere investito della missione di giudicare la politica stessa e non solo gli atti dei politici, se di rilievo penale”. I magistrati erano stati fatti salire sul carro armato - è il punto di sintesi - “e da quel carro armato non intendevano scendere più”.

Ce n’è quanto basta per aprire un dibattito e innescare le polemiche. Anche perché Airoma non risparmia altre considerazioni. Ad abundantiam: il ringiovanimento della categoria, ma sempre più con esponenti interessati “soprattutto a status e carriera”; l’azzeramento dei vertici per pensionamento anticipato; la temporaneità degli incarichi direttivi, con “appetiti difficilmente contenibili e, soprattutto, impossibili da soddisfare per tutti”. Un contesto permeabile alle degenerazioni, se le considerazioni esposte corrispondono a realtà. Andrebbe aggiunto che a far luce su deviazioni e devianti sono pur sempre gli stessi magistrati, a testimoniare una sostanziale tenuta del sistema. La conclusione, ad ogni modo, è coerente con il ragionamento svolto: “Le correnti si presentano sempre più come compagnie di assicurazione e di sostegno nella scalata ad incarichi di vertice. Diventano, perciò, maggioritari quei gruppi che, più degli altri, si mostrano capaci di assicurare benefici e prebende”. Il preludio a quello che sarà l’affaire Palamara, appunto.

Rimedi? Parliamone, ma con una punta di sano scetticismo: “Non è la prima volta che accade qualcosa di grave nella magistratura e nessuno reagisce”, avverte infatti Mantovano. Al di là degli episodi specifici – vale pur sempre la presunzione di innocenza – a colpire è un preoccupante abbassamento della tenuta, etica e professionale. Mantovano aggancia il giudizio a tre numeri “abnormi”: le prescrizioni, gli indennizzi per ingiusta detenzione e i procedimenti che partono con clamore per concludersi con un nulla di fatto, magari dopo aver inciso in settori rilevanti della vita nazionale. Dunque, che fare? La separazione delle carriere tra giudici e pm è la prima soluzione proposta. Fin qui l’esercizio della giurisdizione. Poi, però, c’è un livello disciplinare, e su questo fronte – suggerisce Mantovano – non è opportuno che il giudizio sia rimesso a una sezione del Csm “i cui componenti togati sono eletti con criteri di appartenenza correntistica”: meglio sarebbe spostare la competenza a una corte disciplinare terza. Infine, il concorso per l’accesso alla funzione e la scelta dei dirigenti degli uffici, entrambi percorsi a inciampi programmati. Il primo, infatti, richiede solo “voti sufficienti” senza alcuna valutazione di “attitudini fisiopsichiche” e pregresse esperienze forensi, mentre il secondo non ha ancora risolto - secondo Mantovano - il quesito di fondo: “Se a una persona di buon senso fosse richiesto di scegliere il sovrintendente alla Scala, pensiamo che punterebbe sul miglior tenore ovvero cercherebbe una persona che, pur con ottima competenza in campo musicale, abbia doti manageriali elevate, specifiche e sperimentate?”.

Ecco, posti sul tappeto tutti i problemi, i dubbi e le perplessità, valutati i punti critici e gli snodi vitali, ipotizzati i possibili correttivi, resta forse la questione principale, su cui il lavoro si conclude, e non a caso: chi deve prendere l’iniziativa? “La politica oggi non può continuare ad assistere dalla tribuna a una partita della quale è soggetto essenziale – conclude Mantovano –. Poiché pure il non fare è una scelta: ometterla oggi significa avallare, insieme col silenzio caduto sulla questione magistratura, la non soluzione dei problemi che quel silenzio porta con sé”. E non è un caso che qui ci si fermi, prima di cedere il passo alle considerazioni del Santo Padre, quasi fosse (ma non lo è) l’annuncio di delega per uno sforzo sovrumano che implica il ricorso a interventi trascendenti. Quale politica è chiamata a questo impegno? La stessa capace di annunciare riforme ma non di realizzarle? Che ancora non legifera sull’ergastolo ostativo nonostante il doppio richiamo della Consulta? Che dimentica di dire una parola chiara sul fine vita? Che non riesce neppure a disciplinare, per esempio, materie meno complicate come le concessioni demaniali? Questa politica? La montagna crescente di esigenze, bisogni e interessi spesso non ha altra sponda se non le aule di giustizia, una volta rimbalzata dalle aule istituzionali incapaci di dare risposte normative a un mondo che cambia repentinamente, quasi quanto le alleanze di governo. Sicché, certo, “In vece del popolo italiano” non è una gran bella prospettiva. Ma non lo è neppure l’altra, alla quale spesso si è costretti: “In vece del Parlamento”, che quello stesso popolo designa.

 

 

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