Un museo racconterà la magia della stampa

Domenica 14 Giugno 2020 di Ilaria MARINACI
Nel film La banda degli onesti con Totò e Peppino, nella tipografia Lo Turco, quartier generale dell'improvvisato gruppo di falsari, fa bella mostra di sé una sfavillante pedalina. Totò, in una divertente scena, le storpia il nome in pedalino, subito corretto e messo in riga da Peppino, che ne tesse le lodi come ultimo ritrovato della tecnica.
Lo stesso modello di quella pedalina è uno dei pezzi forti esposti nella Fabbrica delle parole, il nuovo museo dedicato all'arte della stampa, di prossima apertura (sabato 20 giugno) negli spazi al piano terra praticamente inediti della Biblioteca Bernardini di Lecce. Tutte le macchine, gli strumenti e gli arredi tipografici presenti fanno parte della collezione del tipografo Vincenzo Martano, donata alla Provincia e al Polo bibliomuseale, che ne ha curato l'innovativo allestimento con un team di esperti. L'ingresso alla Fabbrica delle parole si trova di fronte a quello della biblioteca. E non è un caso.
«L'abbiamo concepito così spiega il direttore del Polo, Gigi De Luca per far capire ai visitatori che non si tratta di due ambienti distinti, ma collegati. La Bernardini, infatti, possiede, oltre alla sua dotazione libraria, una ricca emeroteca storica, con fogli e giornali che sono stati stampati proprio su macchine come quelle in mostra, se non sulle stesse. Questo percorso, quindi, ci aiuta a scoprire l'originaria artigianalità delle parole stampate».
Secondo Martano, si andava anche oltre l'artigianalità. «Era una vera e propria arte sottolinea il tipografo e dovevi essere un artista per poter stampare sulla carta. Dal Settecento e Ottocento, l'epoca a cui risalgono i torchi più antichi della mia collezione, fino a oggi, c'è stato un enorme sviluppo del settore. Le mie macchine rappresentano, invece, gli albori della stampa».
Molte facevano parte della stessa tipografia Martano, mentre quelle più antiche Vincenzo le ha acquistate in giro per l'Italia. «Ogni volta che trovavo uno di questi esemplari aggiunge lo compravo perché ho sempre creduto che fosse importante salvarne la memoria».
Si può dire, quindi, che idealmente la storia della Fabbrica delle parole nasce con l'azienda della famiglia Martano. Il nonno di Vincenzo aveva una tipografia itinerante: in sostanza, con un carrettino girava per Lecce per stampare i primi biglietti e volantini. A dare forma imprenditoriale a questa attività è stato il padre di Vincenzo, Salvatore, che ha avviato la sua stamperia nel 1903, tramandata, poi, ai figli Vincenzo ed Ernesto, con i quali è cresciuta fino ad avere tre sedi (Lecce, Bari e Milano) e ai nipoti Sonia e Luca. I primi giornali stampati dalla tipografia Martano sono stati Il tallone d'Italia e La festa noscia, un foglio umoristico che usciva in occasione della festa patronale, inaugurato proprio nell'anno di nascita di Vincenzo, il 1935. Uno degli ultimi, invece, il nostro Quotidiano.
Il percorso espositivo della Fabbrica delle parole è argomentato in grandi lettere alfabetiche (ognuna con un font diverso, che viene spiegato in una didascalia sempre a muro), che, in sequenza, conducono il visitatore nei diversi ambienti, sviscerando la narrazione sui macchinari, sulle tecniche di stampa e, di fatto, sulla storia dei caratteri mobili con gli esempi più illustri. All'ingresso un'accoppiata simbolica: un'epigrafe messapica e il primo Macintosh della Apple, quello del 1976, per mostrare subito l'evoluzione della parola scritta. Poi, uno dei torchi più antichi, datato al 1888, con il quale si stampava Pinocchio di Collodi, uscito qualche anno prima, introduce una linea del tempo lungo il muro del corridoio che arriva fino a una sala dove viene proiettata una video-intervista a Martano. Subito dopo, c'è la sezione dedicata ai periodici culturali che, dalla fine dell'Ottocento alla fine del XX secolo, hanno contrassegnato la storia dell'editoria in Terra d'Otranto.
«Avevamo un numero di tipografie sproporzionato rispetto al numero di abitanti della provincia prosegue De Luca ed era dovuto proprio a un'effervescenza culturale che produceva tante esperienze editoriali. Pensiamo a L'albero di Girolamo Comi, a L'esperienza poetica di Vittorio Bodini e, in tempi più recenti, alle riviste letterarie di Antonio Verri».
Da qui si arriva alle macchine vere e proprie in un crescendo che va dalla litografia al digitale: dall'iconico torchio a stella ai vari modelli di pedaline per la stampa veloce, compreso il modello del film di Totò, alle macchine da stampa piano-cilindriche dei primi del Novecento. Un racconto che non tralascia nulla, comprendendo una serie di strumenti per il ciclostile, sistema per la copiatura, che introduce alle macchine fotocopiatrici degli anni Settanta, basate sull'invenzione di Carlson per la riproduzione xerografica di un documento.
Una serie di Macintosh segna l'avvento dei computer nelle tipografie. Non mancano, inoltre, le macchine da scrivere, le macchine fotografiche (con alcuni esemplari delle più antiche), il banco dei caratteri mobili in legno, quelli originali della tipografia Martano, le macchine per la composizione, quelle per le piccole tirature e, persino, gli utensili per la finitura (guanti, gomme, spatole, spillatrici, occhiellatrici).
Un viaggio nel tempo, insomma, e in un mondo artigianale e artistico che oggi è stato superato. «Inviteremo anche i bambini delle scuole preannuncia De Luca a sporcarsi le mani con noi, facendoli comporre le parole proprio come si usava una volta».
Le macchine sono tutte funzionanti anche perché Vincenzo (o uno dei suoi figli) ogni giorno va in biblioteca per fare la giusta manutenzione con una dedizione assoluta. «Questo museo conclude Martano era il mio sogno. Ne avevo fatto uno mio nel 2009 e questo spazio prosegue quell'esperienza. Mi auguro che serva ai visitatori per capire da dove ha avuto origine la stampa, che cosa ha fatto per loro e quanto è ancora importante».
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