Perrotta, “terra matta” per la sopravvivenza

Lunedì 6 Aprile 2020 di Ilaria MARINACI
Al confine fra Toscana, Umbria e Romagna, c'è un paesino di poco più di tremila abitanti, Pieve Santo Stefano, che custodisce l'archivio di memoria popolare più importante al mondo, tramandata sotto forma di diario. Da anni, l'attore, regista e drammaturgo leccese, Mario Perrotta, tre volte Premio Ubu, ne è testimonial, traendone spesso anche spunti e storie per i suoi spettacoli. È accaduto, ad esempio, con Lireta A chi viene dal mare, l'odissea di una donna albanese che ha attraversato l'Adriatico in cerca di una nuova vita. Proviene da qui anche Terra Matta, l'autobiografia di Vincenzo Rabito, pubblicata da Einaudi, al centro del nuovo progetto di Perrotta, Manuale di sopravvivenza, ideato e realizzato proprio per questo periodo di blocco totale, causato dall'emergenza coronavirus.

Da stasera, alle 20, per 30 giorni consecutivi, l'artista salentino interpreterà le vicende del libro, in video, sul canale Youtube dell'Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano e, in radio, su Radio3 Suite, che, in apertura di trasmissione, proporrà un'antologica di 10 puntate. L'iniziativa è promossa in collaborazione con Radio3 e Giulio Einaudi Editore dal Piccolo Museo del Diario, costola multimediale dell'Archivio, dove Rabito e Terra Matta hanno un'intera stanza a loro dedicata.

«Spero che questi racconti quotidiani dichiara Perrotta possano essere per chi ci seguirà una sorta di appuntamento alla Decameron».

Chi era Vincenzo Rabito?

«Rabito è stato un caso letterario. Un contadino semianalfabeta siciliano che, a 67 anni, decide di mettersi davanti a una macchina da scrivere Olivetti Lettera 22 e raccontare la propria esistenza. Ne viene fuori quello che Andrea Camilleri ha definito un manuale di sopravvivenza involontario e miracoloso. Più di cinquant'anni della nostra storia, dalla fine dell'Ottocento al boom economico degli anni Sessanta, visti attraverso gli occhi di questa sorta di Candido di Voltaire».

Perché questo progetto proprio adesso?

«In un momento in cui siamo tutti costretti a sospendere la nostra vita, c'è bisogno di un manuale di sopravvivenza. È un progetto creato apposta per le condizioni di clausura in cui siamo. In 30 puntate da 15 minuti che si possono ascoltare e anche vedere racconterò la vita di Rabito, un ragazzo del 1899, uno di quelli per intenderci che furono mandati in guerra a 17 anni quando, nel 1916, il governo italiano si vide perso. Dalle campagne della Sicilia si ritrovò in trincea in montagna. Da allora in poi fu testimone diretto di tutti gli eventi principali del Novecento: la prima guerra mondiale, l'influenza spagnola (alla quale dedica un intero capitolo), l'avvento del fascismo (e Vincenzo, come tanti altri italiani, da socialista diventa fascista), la campagna d'Africa, la seconda guerra mondiale (avendo fatto la prima giovanissimo, viene richiamato), la Repubblica (con i suoi figli, ormai grandi, che entrano in politica, uno con i missini e l'altro con la Dc, e lui a sostenere entrambi) e il boom economico (con l'arrivo della televisione in casa)».

Quando comincia a scrivere le sue memorie?

«Nel 1966 inizia a passare le ore dentro una stanza, che, da quel momento in poi, sarà sempre chiusa a chiave, senza che nessuno sappia cosa stia facendo. La sua famiglia lo scoprirà solo alla sua morte quale era stata l'ultima battaglia della sua esistenza: imparare a scrivere e, contemporaneamente, cercare di dar forma alla propria biografia».

Come ha imparato da solo?

«In modo artigianale. Ne viene fuori una lingua d'invenzione fantastica, che ha conquistato Camilleri. Per fare un esempio, il suo stesso nome, Vincenzo, non è mai scritto allo stesso modo ma secondo le più varie storpiature. Eppure, riesce a scrivere 1.027 pagine, a interlinea zero, e spazio zero a destra e a sinistra. Da contadino abituato a risparmiare, insomma, usa tutto il foglio disponibile. Non solo. Ogni parola è separata dalla successiva da un punto e virgola, come a sancire lo sforzo finito di averla compiuta. Basta guardare questi fogli per avere l'impressione che siano un vero e proprio campo di battaglia. Per scrivere mille pagine, ci mette dieci anni: 100 all'anno, 8 al mese, una sola pagina in circa 4 giorni. Uno sforzo immane. Il risultato finale è un racconto pazzesco e tragicomico di sopravvivenza agli eventi che hanno segnato il secolo scorso ma anche a quelli della propria famiglia, come la sventura di aver sposato una autentica erinni fatto da un semianalfabeta che opera sintesi crude».

Rispetto al tempo presente, cosa ci può lasciare?

«Quello che stiamo vivendo sarà un dramma epocale per il numero di persone che avranno pagato con la propria vita la diffusione di questo virus. A noi, in fondo, viene chiesto solo di starcene in casa per qualche settimana, sia pure con i disagi, soprattutto economici, che comporta. Ai nostri nonni e bisnonni, invece, sono stati chiesti anni di guerra, qualcuno al fronte a farsi ammazzare, qualcun altro al mercato nero a cercare una fetta di pane. L'idea, quindi, è proporre un racconto di lungo respiro che restituisca un senso del tempo rallentato di oggi, nel mentre ascoltiamo una lettura fulminante del Novecento che nessuno ci aveva mai regalato». Ultimo aggiornamento: 9 Aprile, 17:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA