Nel film di Barletti e Conte il racconto degli ulivi per ripensare la terra

Un frame del film
Un frame del film
di Angelo SALENTO
5 Minuti di Lettura
Martedì 15 Novembre 2022, 05:30 - Ultimo aggiornamento: 07:03

Presentato in anteprima nazionale in apertura del Festival del Cinema Europeo, Il tempo dei giganti è una dolorosissima rappresentazione pubblica della più grave crisi botanica contemporanea. 
Come a voler chiudere un decennio di rimozione collettiva, gli autori – Davide Barletti e Lorenzo Conte – hanno scelto una modalità consapevolmente analitica, didascalica, che non lascia spazio a ulteriori distrazioni. Due voci fuori campo – scelta coraggiosa per un documentario d’autore – accompagnano gli spettatori, passo per passo, nella ricostruzione degli eventi: la voce di un figlio (Giuseppe Semeraro) che rivela al padre contadino la dura realtà di quello che accade, e la voce di una cronista (Tiziana Colluto), che snocciola dati ed evidenze.

La Puglia della Xylella in un film


Il crinale su cui si muove la narrazione è molto delicato, perché attraversa ferite ancora aperte nel corpo sociale del Salento rurale. Da un lato c’è la profondità del trauma, rinnovato dalle immagini dolorosissime dell’abbattimento di ulivi secolari, il senso di perdita lacerante di chi vive in uno spazio in cui l’ulivo e gli uliveti-foresta erano il paesaggio nativo, tramandato e dato per scontato, garante dell’appartenenza “verticale” al territorio. Dall’altro c’è, però, l’impellente necessità di fare i conti con i dati di realtà, di elaborare il lutto per restituire al territorio condizioni di vivibilità. Trascorso quasi un decennio dall’inizio dell’epidemia, è arrivato il tempo di accettare l’evidenza con ogni possibile laicità, lasciandosi alle spalle il confronto scomposto e a tratti violento – tragica anticipazione di quanto poi avvenuto con l’epidemia da Coronavirus – fra il punto di vista “ufficiale” del personale fito-sanitario e delle istituzioni e il punto di vista di chi negava l’esistenza stessa del batterio Xylella.

La storia tra numeri e rinascita (sperata)


Archiviata la stagione dei fantasmi e dei complotti, il film mette in scena le grandi questioni che restano aperte, e che pure non sono rinviabili quando si tratta di immaginare un futuro sostenibile per il Salento. Innanzitutto, le condizioni di assoluta emergenza ambientale – della quale gli uliveti dati alle fiamme sono il lato più visibile – che richiamano l’immediata necessità di interventi per contrastare la desertificazione e per gestire risorse idriche sempre più scarse. In secondo luogo, il tema di una biodiversità sempre più limitata: sono del tutto evidenti i problemi di lungo corso dell’olivicoltura, non soltanto per il sostanziale abbandono dei una gran parte dei fondi ulivetati e per l’abuso di diserbanti e pesticidi, ma anche per le sue stesse caratteristiche di monocoltura, che ha visto ridursi nel tempo anche la varietà delle cultivar. In terzo luogo, la radicale incapacità di governo politico delle grandi questioni ambientali ed economiche, che la tragedia degli ulivi ha messo in luce.

Persa l’occasione di un contenimento tempestivo dell’epidemia, la politica si confronta oggi – o, almeno, dovrebbe confrontarsi – con una missione molto più difficile: ripristinare in tempi ragionevolmente brevi (prima che la desertificazione diventi irreversibile) un ambiente e un paesaggio per il Salento. Il documentario di Barletti e Conte non offre “soluzioni” – né gliele si potrebbe domandare – ma indica alcune direzioni, raccogliendo le testimonianze di chi ha iniziato “dal basso” un intervento paziente e molecolare di cura, presidio, riparazione: chi riproduce varietà arboree, chi si occupa di metterle a dimora ovunque ce ne sia possibilità, chi sperimenta e pratica colture e produzioni alimentari compatibili con un territorio fragile e sempre più siccitoso. Emergono quindi, per chi le sappia cogliere, alcune indicazioni preziose per una radicale rigenerazione del territorio e del paesaggio in chiave agroecologica.
E tuttavia – come la trama del documentario rivela chiaramente – il futuro del Salento non può essere affidato soltanto alla capacità di auto-organizzazione degli attori sociali. Se pure è vero che il paesaggio non è un dato immutabile – e che non esiste paesaggio che non possa essere ripensato, reinventato – bisogna essere consapevoli delle dimensioni della sfida e degli ostacoli da superare. L’azione di individui e gruppi, benché essenziale, non è sufficiente, per almeno due motivi. 
Prima di tutto, l’estrema frammentazione della proprietà fondiaria impedisce che ciascuno dei soggetti interessati possa apportare un contributo significativo; occorre quindi un lavoro di coordinamento, di cui non si può far carico agli attori privati, individuali o collettivi che siano. In secondo luogo, se l’iniziativa delle (non molte) imprese agricole medio-grandi del territorio può essere importantissima, si deve comunque evitare che l’esigenza della redditività abbia la meglio sulla necessità di ripristinare l’integrità ambientale e di costruire un’economia rurale sostenibile nel lungo termine e compatibile con lo sviluppo delle comunità locali. In definitiva, l’entità delle risorse – risorse economiche, risorse di conoscenza, risorse di coordinamento – è tale da richiedere, inderogabilmente, l’intervento della mano pubblica. Si tratta di una sfida inedita, non soltanto sul piano locale, ma è anche un’occasione per fare del Salento un grande laboratorio di innovazione territoriale. Il tempo dei giganti aiuta a comprendere che è giunto il momento di farsene carico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA