“I bias dell'informazione”, in un volume le trappole nella nostra infosfera

“I bias dell'informazione”, in un volume le trappole nella nostra infosfera
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Lunedì 3 Ottobre 2022, 04:50 - Ultimo aggiornamento: 07:21

Troppa informazione equivale a nessuna informazione? Conta di più la notizia o l’effetto che provoca? Cosa è l’informazione e che rapporto ha con la nostra percezione del mondo e la nostra capacità di scegliere, anche politicamente? Sono alcune delle domande che vengono poste nel volume “Il bias dell’informazione”, edito da Durango e curato dal giornalista Massimiliano Martucci, un saggio a più mani pubblicato in collaborazione con l’Associazione italiana della comunicazione pubblica e istituzionale e con il patrocinio di Assostampa Puglia, al quale hanno collaborato Stefano Cristante, Eugenio Iorio, Marco Magheri, Tommaso Carmassi, Lega Guidi, Andrea Siciliano, Chiara Somma e Giancarlo Tartaglia. Frutto di una call lanciata online qualche tempo fa, il libro intende gettare le prime basi per una critica dell’informazione intesa come qualcosa che agisce e muta le caratteristiche dell’infosfera nella quale tutti, esseri umani e bot, algoritmi e echo chambers, sono immersi. Più che una guida per comprendere meglio il mondo dell’informazione, un ritratto cubista di quella che può essere considerato un nuovo livelle della realtà, dove digitale e analogico si confondono e si compenetrano, producendo nuove dinamiche o accentuandone alcune antiche. 

Se il bias riguarda come ci informiamo


Chi si aspetta di leggere i retroscena delle redazioni, i vizi dei direttori, tentativi di depistaggi, rimarrà deluso, perché “Il bias dell’informazione” è una raccolta di saggi che danno l’idea della profondità del tema, quella materia che i giornalisti trattano tutti i giorni, molto spesso senza sapere quanto sia radioattiva. 

«Il bias cognitivo» si legge nella prefazione firmata dall’editore Felice Di Lernia, «è un errore di funzionamento del sistema di valutazione, individuale o collettivo che sia, che causa un giudizio illogico o una opinione evidentemente non conforme alla realtà». Quindi «la potenza e l’efficacia di un bias ben radicato sono date dalla sua capacità di produrre, per partenogenesi, i suoi stessi bias di conferma». Errori strutturali che producono a cascata trappole e disfunzioni che un sistema ben funzionante può gestire, ma che rischiano di perdere i contorni e confondersi con lo sfondo quando il sistema stesso ne è modificato. Così, per esempio, in un sistema mediatico in cui siamo perennemente e costantemente bombardati da informazioni, dal clacson di un’auto al link di un articolo nella bacheca del nostro social preferito, si riduce il tempo di critica e reagiamo più attraverso schemi antichi e irrazionali. Non la testa ma la pancia, per offrire una metafora fisiologica. Verità, continenza e pertinenza si svalutano a favore invece di quell’emozione, individuale e collettiva, che una notizia produce, soprattutto ora che questo tipo di reazioni possono essere misurate e quantificate da algoritmi alimentati dall’azione degli esseri umani. 

 

Il flusso social e la mente


Le reaction di Facebook, ad esempio, cosa sono se non il tentativo di trasformare in numeri e regole le nostre ansie, le nostre paure, le cose che ci piacciono? Il bias di sistema, la pervasività dell’infosfera e la velocità di produzione delle notizie, che limitano - fisicamente - la nostra capacità di comprensione, rendono le notizie strumenti di una guerra combattuta bit per bit, tanto da strutturare interi sistemi di produzione di fake news, apparati bellici veri e propri, di cui noi siamo, contemporaneamente vittime, carnefici e terreno di scontro. «Le informazioni, sotto forma di dati, sono il nuovo petrolio, e non è pensabile che questo fiume vorticoso pieno di salmoni si sviluppi per caso. La propaganda di guerra racconta minuto per minuto cosa accade in Ucraina, mentre deride il tentativo russo di invasione. I virologi hanno lasciato le poltrone dei talk show agli analisti geopolitici, che ripetono gli stessi concetti parafrasando, mescolando, ribadendo. Nonostante siamo tutti terminali di reti informative globali e a prima vista abbiamo più strumenti per verificare le informazioni, è necessario arrendersi all’evidenza di non riuscirle a gestire. Sistemi sempre più complessi misurano le nostre reazioni. Contano solo quelle, non conta altro. Torniamo al nostro fiume pieno di salmoni. Immaginate che ad un certo punto il fiume è così pieno di pesci che l’acqua stessa sembra fatta di squame. Immaginate che non sia più necessario infilare la zampa, perché i salmoni saltano direttamente addosso, da tutte le parti. Sopraffatti dalla quantità di cibo non possiamo che mangiare, mentre a bordo di speciali osservatori, analisti misurano come reagiamo» si legge nell’introduzione di Martucci. E se vi venisse in mente di arrendervi alla corrente, il libro offre alcuni spunti positivi, a cominciare dall’utilizzo della blockchain per certificare alcuni tipi di informazioni.

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