“Hai fatto burrasca", i versi nudi di Astremo

Lunedì 27 Gennaio 2020 di Claudia PRESICCE
La poesia non scava. Non si spinge dentro l'anima di chi vive quest'emergenza creativa in prima persona, né si incunea nelle profondità recondite di chi la legge. No, niente di ciò, la poesia non muove cose stantie, non dà voce all'immobilità. Al contrario. Raccoglie le urla vive, già esistenti (anche sorde), convoglia i marosi che agitano le nostre superfici, scioglie il sangue che già copioso sgorga dalle ferite, restituisce l'odore del cuore che raccoglie compendi di tempeste.

La poesia è lì ad offrire una via di fuga al fuggiasco, una musica al cantastorie ammutolito, un sapore ai carnivori strazi dell'amore o uno spessore di senso alla gioia che, altrimenti, vola via troppo lieve. È quindi, al contrario di un trapano, una lente che mira sul buco già fatto, sul fuoco che brucia cercando l'aria, sulla schiuma creata da un qualche frullio remoto che ha lasciato la scia. Chi si aspetta oggi leziosità in versi, belcanto, giochi sonori per emozionarsi non ama la poesia vera. Chi cerca vita pulsante, saliscendi burrascosi o narrazioni di apatie incurabili, conosce la nudità del poeta di fronte al suo foglio bianco. Ed è a questa nudità che si possono ascrivere i versi di Rossano Astremo, giornalista, poeta, animatore culturale pugliese trapiantato a Roma, affidati alla silloge Hai fatto burrasca (Prose minime - Collettiva edizioni indipendenti) che sarà presentata oggi a Lecce alle 19 presso il Fondo Verri, in via Santa Maria del Paradiso 8, con l'autore e Mauro Marino, Osvaldo Piliego, Simona Cleopazzo, Elisabetta Liguori. Si tratta di un piccolo libro che travolge con l'immensità di una storia d'amore, giovane e appassionata, che emerge da versi sparsi, ma raccolti con qualche cura evidentemente cronologica. Poche righe ogni volta, articolate in forma poetica sulle pagine, disegnano l'anno di questo amore che va in scena: è il 2008 e Roma diventa un palcoscenico per due. Tu mi ammali: è l'innesto perfetto: si coglie subito la storia di un amore al momento dei turbamenti dell'iniziale follia. Emerge la necessità della condivisione di un tempo unico, di un ritmo connesso l'uno nell'altro, anche nel sonno notturno. Pur se spaventosi, orribili, che tutti i sogni siano miei e tuoi, di nessun altro: la necessità del noi sancisce la forza di una narrazione comune di un sentimento, in qualche modo sigilla come con cera lacca un mondo fatto solo per due. Questo è tipico della ricerca letteraria più genuina che racconta di passioni.
Astremo dimostra di essere stato libero e capace di scrivere in quei giorni il fervore dell'emozione, senza inibizioni e senza cerebralismi stilistici: poi, solo dopo tanti anni, ha pubblicato tutto. Si coglie in queste pagine leggere l'emergenza potente del tutto che avvolge gli amanti, che stringe carne e spirito in una rete di velo, quel miracolo che difficilmente si ripete. È stato sincero l'autore, nudo, e quindi il suo realismo buca queste pagine, sa di verità e questo nell'arte funziona sempre. Nessun artificio e si vede, solo pelle tesa. Se non sarà questa poesia ad entrare dentro' chi la legge, o a ficcarsi in meandri sepolti di chi cerca l'emozione fittizia, molto più semplicemente invece volerà nei cieli più azzurri di ognuno, sulle nuvole rosa già esistenti, su ricordi e sensazioni di sentimenti che, nel presente o nel passato, tutti ci portiamo appresso, ci vivono addosso. Rossano semmai riapre discorsi che sostavano in attesa, la sua parola qui non ha nient'altro che quest'enorme potere: questa poesia stana affinità di sensi, guada fiumi nel cui letto qualcosa ristagna, smuove fardelli che già si trascinano. Poi il racconto di un amore che subisce i colpi di tempi più duri emerge nello scorrere delle pagine, e si sente il velluto sgranarsi. Il tempo scorre smarrito su di noi e il pensiero di ciò è struggente, null'altro importa se non l'ombra di quel che saremo tra mille anni: non più corpi invasi dalla voglia di possedersi su letti sfatti, alieni, non più il ritmo di arti che sondano il battere religioso del coito.
Lentamente il ritmo gioioso dell'ardore iniziale cede il passo al delirio dell'addio. Lo sfiorire del noi è raccontato con liricità e commozione, così come il senso del distacco, la distanza con una parte di sé che, di spalle, se ne va per sempre. Scrive nella nota al libro Maria Grazia Calandrone: Astremo non nega mai il proprio stato di bisogno, ma, in dodici mesi febbrili, installa sulla scena delle pagine l'immagine di un uomo che desidera rimanere uomo e desidera che il dolore si chiuda con un pareggio, che la partita termini in un oblio senza vinti né vincitori. Dunque senza rancori. Rossano Astremo, ha sinora pubblicato 10 libri, tra cui due sillogi poetiche: Corpo poetico irrisolto (Besa Editrice, 2003) e L'incanto delle macerie (Icaro, 2007).
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