Con le mani nella terra. Quattrocento anni di passione per sfornare una magia: la ceramica

Frutto della terra e del lavoro dell’uomo non è solo il vino, né soltanto l’olio. Non è solo quello che si porta in tavola, ma anche quello che sta sulla tavola. È la terra lavorata dall’uomo, scelta con cura, impastata con acqua, ammorbidita quanto basta, modellata con sapienza, rifinita con gusto e infine cotta per essere consegnata a nuova vita e al tempo immortale di una tradizione divenuta arte. È una sapienza antica che si tramanda da secoli: esce dalla preistoria, dai musei, dall’angusta necessità di quotidiana esistenza per diventare dimensione raffinata di accoglienza. La bellezza, quand’è autentica, ha sempre molte cose da raccontare, diverse forme per farsi ammirare. E qui alla saggezza aggiunge i colori. Tutti i colori del mondo. In tutte le combinazioni. Tutte qui. A Grottaglie.
 
 

Premessa. A mezzanotte è scaduto il bando di partecipazione al XXVI concorso nazionale di ceramica contemporanea “MediTERRAneo”. C’entra? C’entra. Se non qui, a Grottaglie, dove? Tutte le opere in gara saranno esposte dal 29 giugno al 29 settembre nel Castello Episcopio, che ospita, lì dove una volta c’erano le stalle, nell’ala sud-est, il Museo della ceramica (appunto), affidato alle cure della direttrice Daniela De Vincentis: manufatti dall’VIII secolo avanti Cristo e almeno due appuntamenti importanti l’anno, il concorso in questione, d’estate, e la mostra dei presepi, d’inverno. Un luogo simbolo, il castello, edificato nel XV secolo a ridosso di questo quartiere delle ceramiche, cuore pulsante della città lungo la gravina di San Giorgio, qui dove un tempo ruotava tutto, dalle concerie per la lavorazione delle pelli ai frantoi ipogei per la spremitura delle olive. Fino, appunto, alla trasformazione della terra, l’argilla scavata a forza di braccia nelle viscere del suolo e poi plasmata per farne capasoni, orci, vasi… Ognuno usa quel che ha. Quel che trova. Quel che crea. Una lunga storia. C’entra.

Andiamo, adesso. Lasci la statale 7, entri in città, percorri via De Gasperi, ammiri i primi balconi impreziositi da ceramiche di varia foggia, ti inerpichi lungo via Caravaggio e alla fine sbuchi in un piazzale dove fare sosta. La magia del quartiere delle ceramiche, una cinquantina di botteghe assieme, uno spettacolo unico al mondo, comincia qui. E la prima tappa riassume tutto. Enza Fasano è il nome che coniuga in senso trasversale questo tempo infinito e i suoi molteplici racconti. Insomma, tradizione e innovazione (è detto, tolto il pensiero). L’atelier, i laboratori, i forni e il deposito occupano i quattro lati. Una targa, “Piazzale Fasano”, rimanda a stravaganze passate. Un’altra, invece, accanto all’ingresso dell’esposizione, tra una bouganville e una vecchia pilozza, del passato segna giusto l’inizio: “Ceramiche Nicola Fasano. Dal 1620”. Quattrocento anni. Poi varchi la soglia e dimentichi tutto in questo luogo incantato che camuffa il tempo nelle forme, in questo continuo saliscendi dell’architettura sovrapposta di una chiesa del ‘300, in quest’esplosione di colori sintesi del creato e di ogni suo singolo elemento: la terra, l’aria, il fuoco, l’acqua e il lavoro dell’uomo diventano arte quando i sogni sfuggono alle necessità contingenti. Il resto lo fanno la passione e la dedizione. Insieme con l’ingegno. Enza è all’ingresso con la figlia, Giovanna Alò; il marito, Salvatore Santoro, è in laboratorio. C’è un mondo, fuori, che attende.

«Nonno Francesco era proprietario di una gigantesca cava di argilla – racconta Enza –. Si estraeva con le zappe, si caricava nei contenitori a spalla e si svuotava sui carretti tirati dai muli prima di spandere tutto ad asciugare su piazzali immensi. Aveva la più grande fabbrica di Grottaglie, centinaia di operai, capasoni da vino e da olio per tutto il Sud, dalla Campania alla Sicilia. Ma si lavorava in questo modo anche con mio padre, Nicola. Da piccola vedevo fare le stesse cose. Un lavoro immane. Sono cresciuta così». Il liceo artistico, frequentato in città, ne ha accentuato il lato estroso. E così è stato per sua figlia, la prima, Giovanna, diploma a Grottaglie e laurea a Roma, che lavora con la madre, ne completa la vena creativa e però, da designer, ha avviato una propria collezione. Al succedersi delle generazioni in azienda per il momento sfugge il secondogenito, José Santoro, che studia Giurisprudenza del commercio estero. Ma l’impresa di Enza Fasano esporta dall’America al Giappone, passando da Parigi, ultima vetrina inaugurata. Laurea e specializzazione torneranno utili. Questione di tempo, anche per queste.

Le scelte si maturano. Le idee, invece, quelle vengono. Magari dopo notti insonni. Nicola Fasano s’inventò il futuro quando la plastica, ormai dilagante sul mercato con la Moplen, aveva messo in pericolo la gloriosa azienda di suo padre, risucchiata nel piccolo mondo antico. «Erano i primi anni ’60: papà – racconta Enza – coprì in banca con 600mila lire i debiti dell’impresa del nonno, caricò un furgone di ceramiche e partì per Milano, destinazione la Fiera campionaria internazionale. Aveva rivisitato gli oggetti della tradizione dipingendoli di vari colori: nel suo stand, un buco di tre metri per tre, attirò le attenzioni di tutti. Fu la svolta. E così ho fatto io: ho reinventato il passato, riallacciandolo alla modernità. È facile innovare disegnando un vaso storto. A me, invece, piace raccontare la storia che c’è dietro un oggetto, per quanto rivisitato nel contemporaneo. Il mio primo lavoro è questo: arredare dimore di charme con pezzi che “parlano” a chi li vede, a chi li possiede. La gente, soprattutto gli americani, è affascinata dai racconti. E i nostri sono autentici, veri, vissuti sulla pelle». Così le forme si allungano, i colori si accendono. I clienti si moltiplicano.

La storia ha le sue fasi e ogni periodo i suoi numeri. Ora l’azienda, tra diretti e indotto, dà lavoro a una ventina di persone. E l’argilla, in panetti, già purificata, arriva dalla Toscana e dall’Umbria. Estrarla qui non conviene più, altra epoca. Salvatore Santoro, il marito di Enza, sovrintende alle operazioni di laboratorio, vigila sui tempi, studia i colori. Dà gli ultimi ritocchi. «È un lavoro delicato», spiega. E illustra le fasi della lavorazione, dalla percentuale d’acqua per l’impasto – più morbido per le figure da modellare al tornio, più duro per piatti e vassoi nello stampo – fino alla smaltatura e alla cottura finale in forno. «La differenza con la porcellana, resistenza a parte per via del caolino nella materia prima, è che nella ceramica le tinte sono più calde e intense». E su tutto, sempre, un occhio vigile al meteo, perché troppo caldo e troppo freddo, soprattutto quando fuori è secco, rischiano di spaccare il lavoro compiuto. L’argilla non imbroglia.

Grottaglie si candida a ospitare i primi voli suborbitali. Il destino dell’aeroporto, emblema di un futuro sempre cercato e mai atteso, è proiettato nello spazio, pare. Forse. Boh. Dev’essere una dote del posto reinterpretare incessantemente la tradizione. Per ora, affondando le mani nella terra, più sicura e affidabile, a decollare sono i simboli del passato. Come i capasoni. Come i pumi, boccioli di rosa rivisitati, augurio e omaggio al nuovo che nasce. Come la donna baffuta, che più del gallo altezzoso – bargigli sporgenti e speroni colorati – incarna lo spirito di un popolo: si narra che nel ‘500, ribellandosi allo jus primae noctis imposto dal principe, un marito geloso avesse ordito un’atroce vendetta per evitare l’onta, presentandosi travestito da novella sposa all’appuntamento a palazzo. A tradirlo, però, furono i mustacchi: nella concitazione del momento, aveva dimenticato di raderli. Il principe lo graziò, imponendogli però – a futura memoria – di immortalare l’evento riproducendolo nelle fiaschette di ceramica con cui il reo, un vinaiolo, avrebbe dovuto rifornirgli la cantina.

Vero o falso che sia, è il bello della storia rivista e reinterpretata. Con i baffi o, meglio ancora, senza. Non si sa mai.


 
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Domenica 26 Maggio 2019 - Ultimo aggiornamento: 20:54