La giustizia inceppata dal "sistema" malato e l'urgenza delle riforme: la magistratura e il caso Palamara

Domenica 14 Febbraio 2021 di Rosario TORNESELLO

Bisogna prenderla un po’ larga per arrivare a trovare una conclusione, più che una morale. Il libro, “quel” libro, è una ricostruzione di parte, mossa da spirito di rivalsa, si capisce; da evidente voglia di riscatto, è chiaro. E come tale va considerato, nel bene e nel male. Senza giudizi né pregiudizi. Perché il testo, “quel” testo, di questi tempi il più compulsato e commentato, venduto e scaricato, è la traversata faticosa, a tratti urticante e fastidiosa, lungo il deserto di valori in cui sembra essere finita la magistratura e, con essa, la giustizia. Sembra, sia chiaro: può essere tutto vero, forse; tutto falso, chissà. I dubbi, legittimi, non inficiano il peso del racconto. La verità è un altrove da perseguire con tenacia, qui vale una sana dose di distacco. Ma fosse autentica anche solo una parte degli eventi narrati, piccola o grande, basterebbe eccome. Per questo conviene prenderla larga. Molto larga.

Intendiamoci. L’intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara – “Il Sistema. Potere, politica e affari: storia segreta della magistratura italiana” – ha in realtà la sua conclusione già all’inizio, in copertina, nel titolo, eloquente sintesi della lunga conversazione. Fermarsi all’apparenza, epifania dello sfascio (presunto) narrato da dentro, è un po’ rendere omaggio a Oscar Wilde: solo i superficiali si spingono oltre. L’enfasi delle parole espresse lascia un vuoto in cui ricercare la grande assente, come tema e come problema: la giustizia, appunto. Tutto il resto c’è: potere, politica, affari. “Quando ho toccato il cielo, il Sistema ha deciso che dovevo andare all’inferno”, spiega Palamara stampigliando il concetto alla fine del volume. Un cielo fatto di intrighi, camarille e intrallazzi è un modo buffo di definire la mortificazione delle norme, del merito, della rettitudine, della correttezza e della trasparenza. Non sorprende, così, che l’inferno possa essere nell’accertamento della verità, esperienza lacerante per chiunque si trovi a fare i conti, a torto o a ragione, con la giustizia. Peggio ancora se da comune cittadino. A maggior ragione se con questa giustizia. Ma è questa la giustizia?

Bisogna prenderla larga, dunque. Necessariamente. Quanto meno per ristabilire l’ordine naturale delle cose ed evitare la trappola di immaginare o credere sic et simpliciter che sia tutto, o tutto sia stato, come sostiene Palamara, potentissimo uomo dei voti e delle correnti in magistratura, esponente di punta di Unicost, il più giovane presidente dell’Anm (dal 2008 al 2012), componente del Csm dal 2014 al 2018, radiato dall’ordine giudiziario il 9 ottobre scorso per essere stato al centro di un aggrovigliato intreccio di malcostume e malaffare, dentro e fuori la magistratura, decisione su cui pende istanza d’appello. Situazione grave, stavolta anche seria: la sua espulsione – mai successo prima per un ex presidente dell’Anm ed ex membro del Csm – segna forse il punto più basso toccato dalla categoria per colpa propria. Credibilità in picchiata; un terremoto con epicentro il Csm e i vertici della magistratura italiana. Il perimetro è questo. Ne sono esclusi quelli che dalla mattina alla sera ci credono e svolgono fino in fondo il proprio dovere, anche a costo della vita. Ma non è detto che quelli inclusi, al contrario, siano davvero – o davvero tutti, o davvero fino a quel punto – responsabili, nel senso deleterio del termine. “È impossibile attribuire alla magistratura nel suo complesso modestia etica e dilagante malcostume”, ricorda il capo dello Stato (e presidente del Csm) Sergio Mattarella: era il giugno scorso, parlava alla fine di una cerimonia in onore di Nicola Giacumbi, Girolamo Minervini, Guido Galli, Mario Amato, Gaetano Costa e Rosario Livatino. Tutti magistrati. Tutti uccisi.

Modestia etica e dilagante malcostume. In principio la Giustizia era Dike. E Dike era la sorella di Eunomia, la Legalità, e di Eirene, la Pace. E tutte e tre erano le figlie di Zeus e dell’ordine universale, Temi, e insieme erano custodi dell’Olimpo. Ma, tramontate l’età dell’oro e quella dell’argento, Dike scompare nell’età del bronzo, mandata in esilio perché alla virtù subentra hỳbris, la tracotanza, la prevaricazione, l’oltraggio. Racconta Esiodo che per ristabilire la pace, facendo tornare la giustizia, occorrerà attendere il tempo degli eroi. Ma del mito in questo libro non c’è traccia; questo è un inno alla tracotanza elevata a sistema. Quanto agli eroi, si muovono ai margini. Qualcuno appare sullo sfondo, come citazione storica: Falcone, Borsellino. Qualcun altro viene citato a sproposito: “Il 18 maggio 2008 io divento presidente dell’Associazione nazionale magistrati - scrive Palamara -. Ho trentanove anni, il più giovane di sempre in quel ruolo. Dedico il mio primo congresso a Rosario Livatino, che alla mia stessa età veniva barbaramente ucciso”. C’è magistratura e magistratura, è evidente.

Livatino di anni ne aveva 38. Non è l’unico errore di ricostruzione e di contesto in cui incappa il libro. Come attenuante valga la fretta con cui è scritto: in ottobre Palamara viene radiato; in novembre incontra Sallusti in Versilia, carico di appunti e faldoni; in gennaio il volume è pronto e stampato. Ed eccoci qua. È passato più di un anno e mezzo dalla famigerata notte dell’“Hotel Champagne”, l’incontro tra l’8 e il 9 maggio 2019 nella saletta di un albergo alle spalle della stazione Termini, a Roma: ci sono cinque magistrati del Csm; il deputato Cosimo Ferri, storico leader di Magistratura indipendente, corrente di destra; l’ex ministro Luca Lotti, uomo forte del giglio magico di Matteo Renzi, e lo stesso Palamara, giunto con un ospite inatteso e perciò a sua insaputa (qualche volta accade davvero): è un virus, il Trojan, infilato nel suo cellulare dagli investigatori attraverso un escamotage, il link di aggiornamento del sistema operativo. Quella notte si discuteva di una delle poltrone più ambite: procuratore di Roma. Il 6 aprile dell’anno successivo, il 2020, verranno depositate migliaia di pagine con la trascrizione di messaggi, conversazioni e chat degli ultimi due anni: il mondo di Palamara messo a nudo. Un terremoto. Il Trojan è andato a segno. Qualcosa del mito, a ben vedere, ritorna.

Circostanze, fatti e personaggi sono riproposti nel volume: 288 pagine con 334 nomi e cognomi. Più un luogo, il Quirinale, evocato diverse volte. Alcuni episodi fanno parte dei fascicoli di indagine, penale e disciplinare. Altri li aggiunge lo stesso interessato, ad abundantiam. “Sono consapevole di aver contribuito a creare un sistema che per anni ha inciso sul mondo della magistratura e di conseguenza sulle dinamiche politiche e sociali. Non rinnego ciò che ho fatto, dico solo che tutti quelli - colleghi magistrati, importanti leader politici e uomini delle istituzioni - che hanno partecipato con me a tessere questa tela erano pienamente consapevoli di ciò che stava accadendo”: una chiamata in correità, quella di Palamara. Ma come tutti i “pentiti”, ammesso lui lo sia, ha bisogno di un doppio riscontro, intrinseco ed estrinseco. Altre sedi.

I fatti coprono quasi vent’anni di vita pubblica e istituzionale di questo paese. Da Berlusconi a Salvini. Da Di Pietro a Di Matteo. Da Pignatone a Salvi. Dalla trattativa Stato-mafia a Tangentopoli. Da Milano, “fortino ben strutturato”, a Bari, “dove magistrati e indagati si fanno fotografare insieme a tavola”. Dal caso Ruby alla nave Diciotti. Dalla gestione di fascicoli e veline alla regola aurea del tre: “Una procura, un giornale amico e un partito”. E poi le nomine; gli incarichi; le corse ai posti-chiave; il “cecchino” che puntualmente impallina a colpi di scandali, veri o presunti, chi si mette contro il “Sistema”. E le autocandidature, infine, su cui cento magistrati chiedono ora di fare chiarezza per quanto accaduto, se veramente successo. “La verità è che dietro ogni nomina c’è un patteggiamento che coinvolge le correnti della magistratura, i membri laici del Csm e i loro referenti politici”. È il metodo “Palamara”, il “Sistema”. Lui ne va fiero: “Se le correnti si accordano su un nome può candidarsi anche Calamandrei, padre del diritto, ma non avrà alcuna possibilità di essere preso in considerazione”. È la prima e ultima volta che l’accademico e giurista viene citato; un motivo ci sarà. “La magistratura segue le stesse logiche della politica. Il potere non sta nelle sigle Anm e Csm, ma nel controllo delle correnti”. Chiede Sallusti: sa quante persone per fatti simili sono finite in galera? “Certo che lo so - risponde l’intervistato -, ed è una vergogna. Noi però siamo al di là di questo, nessuno ci controlla: cane non morde cane”. No, è fin troppo chiaro: non è questo il tempo, né il luogo, degli eroi.

Dov’è la giustizia, allora? Che fine ha fatto? Basta fermarsi alle apparenze: semplice, nel libro non c’è. È nel silenzio di chi lavora, nella dedizione di chi non appare e non sgomita. Nella credibilità di chi parla solo con atti giudiziari. Va cercata lì. “Ho visto cose che voi umani non potete neppure immaginare”, dice (direbbe) citando Blade Runner il magistrato salentino di Cassazione presente nella camera di consiglio in cui, nel 2013, fu sancita la condanna definitiva di Berlusconi. Qui non si tratta di riscrivere la storia; serve una robusta correzione di rotta, al di là di impegni e proclami. Era chiaro già prima, è impellente ora: il ruolo del Csm, il peso delle correnti, la selezione dei magistrati, la verifica dei requisiti, la scelta dei dirigenti, il potere disciplinare, la ridefinizione (separazione?) delle carriere. “Questa storia non finirà mai - conclude Palamara -: senza una riforma radicale i metodi rimarranno gli stessi”. E arrivati a questo punto è chiaro qual è il problema: non importa se l’ex magistrato, il potente uomo dell’altro ieri, sia credibile o no; l’importante è che lo sia la Giustizia. E che, alla fine, Dike possa ritornare da questo nuovo esilio. Ancora una volta qui tra noi: né eroi né replicanti, semplicemente umani.
 

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