Giuliano Sangiorgi: «L'umanità vince sempre, ora sconfiggiamo il razzismo. La musica? Tutti insieme o niente»

Domenica 7 Giugno 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Giuliano Sangiorgi (foto Pietro Pappalardo)
Il dolore, certo. Ce lo porteremo dentro, addosso, dappertutto. Ma anche l’impegno e la dedizione, lo spirito di sacrificio, il senso di solidarietà, quell’attenzione per il prossimo che chiamiamo eroismo e invece, in una parola, semplice e sorprendente, è solo umanità, se non ce ne dimenticassimo così spesso. E poi l’amicizia e gli affetti, e l’amore su tutto. L’anima messa a dura prova dall’emergenza e dalla pandemia, costretta in casa dall’isolamento, confinata in una bolla dal distanziamento, fisico più che sociale, ritorna al mondo carica di emozioni, fuori dalle parentesi e dalle angustie contingenti. Uomini, senz’altra apposizione.
Giuliano Sangiorgi, dov’è stato in questo tempo così strano e sospeso?
«A casa mia a Roma, in famiglia. Sono molto fortunato. In questi tre mesi anche di più».
Perché?
«Mai nessuno è stato così a lungo senza uscire. Un momento unico per verificare molte cose assieme, senza darle per scontate. Ho capito che con Ilaria e la nostra bambina, Stella, possiamo sopravvivere a tutto perché c’è una voglia fisiologica e sincera di stare assieme, senza affanni. È la conferma più eclatante della mia vita».
Sorpreso?
«Tranne la famiglia d’origine, le persone che abbiamo a cuore non sono con noi da sempre. Scoprire l’amore senza patemi d’animo è meraviglioso. L’ho toccato con mano: se ti affanni a dimostrare qualcosa, hai un problema con l’amore».
Per quale motivo?
«Forse perché hai paura di restare solo. Io sono felice se mia figlia è felice e se anche Ilaria lo è. Ovunque: qui, in America o a Tokyo. Possono essere lontane, non importa. Se il sentimento implica per forza vicinanza e possesso, non è amore».
Cos’altro ha scoperto o riscoperto?
«Ho pensato tantissimo alle persone che si sono spese corpo e anima perché la vita di tutti potesse continuare a scorrere: medici, infermieri, operatori sanitari, ma anche netturbini, salumieri, insegnanti. Tutti ugualmente eroi».
Un’esperienza unica. Speriamo irripetibile.
«Credo sia stata una livella, come nella poesia di Totò ma al contrario: simili non nella morte ma nel coraggio, nell’impegno. Tutti importanti nel fare ognuno la propria parte. Ciascuno protagonista assoluto nel rispetto delle regole e del senso civico».
Lei è stato tra i primi a lanciare un appello: parole e note per restare a casa.
«Non era una canzone, ma i miei pensieri in musica. Riesco a esprimerli bene solo così. Volevo che arrivassero a tutti».
Cantava “da questi giorni qui tutto sarà un po’ speciale...”. Cosa lo è ora, ad esempio?
«La certezza di una grande umanità ritrovata. Quanto accaduto mi porta ad avere questa percezione».
La morte per soffocamento di un afroamericano, a Minneapolis, infiamma l’America.
«Il razzismo mi fa paura. Speravo non tornassero episodi del genere. Ma resto fiducioso nella rivoluzione umana dopo quello che tutti assieme abbiamo vissuto. Mi auguro che questo orrore sparisca per sempre. Operazione complessa, però, se poi il presidente americano Trump bolla come terroristi gli antifascisti e se, in Italia, Salvini ritwitta il suo messaggio. Anche il razzismo è un virus letale».
Recuperiamo ottimismo.
«Certo: ho molta fiducia nel genere umano. Ho notato uno slancio pazzesco. I social sono diventati di carne e ossa: un clic e sei collegato col mondo. Sono un mezzo di condivisione. Prima eravamo preoccupati che le persone, anche in famiglia, non dialogassero più, impegnate a guardare uno schermo».
Si apre la fase 3. Siamo sospesi tra speranza e paura.
«Abbiamo voglia di un contatto fisico e timore di un ritorno alla quarantena. Perché non ci sia una seconda ondata, mi auguro che nessuno dimentichi le difficoltà vissute».
La musica ci ha sorretto. Tra le immagini più belle, le canzoni dai balconi.
«Quella sera, il 13 marzo, come Negramaro ci saremmo dovuti esibire in Rai, in realtime, ognuno dalla sua stanza. Non avevo programmato di affacciarmi per il flashmob pomeridiano. Ma è stato un richiamo improvviso, irresistibile. Il canto d’amore intonato in tutta Italia è stato un’onda che mi ha trascinato fuori».
Lei con la chitarra, uno tra tanti.
«È strano da spiegare. All’alba del decimo album e prima di un nuovo grande tour io sono così: mi annullo come se niente fosse mai accaduto. Volevo unirmi agli altri, affacciati ai balconi, come d’estate si sta in spiaggia. Non sapevo cosa cantare. Ho cominciato con Pino Daniele, “Quanno chiove”, una scelta casuale. Poi da giù hanno chiesto “Meraviglioso”. Alla fine sono tornato dentro e con Ilaria, che mi aveva ripreso col telefonino, ci siamo messi a piangere. È stata lei a farmi notare quel verso: “Tanto l’aria s’adda cagna’...”. Mi sono nutrito del contatto con la gente. Non il contrario».
Cosa l’ha colpita di più?
«Si pensa che nell’artista - parola che odio per me stesso - ci sia un eccesso di divismo. E invece no: ho assorbito emozioni dalle persone. Io sono uno di loro. Io sono loro».
Da quell’esibizione improvvisata al brano con gli OneRepublic: cos’è successo in mezzo?
«Delle canzoni al balcone ne hanno parlato negli Usa giornali come New York Times e New Yorker. Ryan Tedder e il suo gruppo hanno letto gli articoli, visto i video e, con un post, manifestato vicinanza all’Italia. Ho scritto per ringraziarli: condividiamo identica vena artistica, abbiamo la stessa età, come gruppo ci assomigliamo, sei noi e sei loro... Faremo una partita di calcetto, prima o poi».
Poi. Ma prima?
«Avrei voluto proporgli un’instant song come omaggio all’Italia. Ci siamo inseguiti e alla fine trovati. Quando l’ho chiamato mi ha anticipato: “Ti devo chiedere una cosa”. Ho pensato: vorrà sapere dove andare in vacanza in Salento, come tutti. Lo fanno in tanti, ma poi vogliono stare da me: “Dove posso andare in vacanza a casa tua?”. Un classico».
E stavolta, invece?
«Voleva propormi lui il duetto per l’Italia. Ed ecco “Better days”, Giorni migliori. OneRepublic e Negramaro insieme. Il brano rientrerà nel loro nuovo disco, “Human”, scritto in buona parte proprio in Italia. Balcony stories: il balcone ha perso la sua fisicità per diventare una finestra sull’universo, una piattaforma di condivisione».
Il lockdown è finito. Com’è stato tornare al mondo?
«I primi contatti li ho avuti in studio, il primo giorno utile, il 4 maggio, per la registrazione del nuovo album. Con l’orchestra ho ricominciato a vedere le persone, a vivere insieme momenti importanti. Ritornare alla vita sociale preparando un disco tocca le corde profonde del tuo animo. A me è successo più volte mentre cantavo. Essere sbaragliati da sé stessi è un’esperienza fortissima».
Il nuovo lavoro è il primo dopo la paternità sua e di Andro; il primo dopo la grande paura per Lele, poi anche lui papà.
«Ci sarebbe tanto da dire. Le emozioni provate, così intense, tengono molte cose insieme. Ma sarà anche giusto farlo al momento opportuno».
Il Salento l’aspetta per le vacanze. La crisi mette a dura prova la tenuta di un sistema che nell’accoglienza e nell’apertura agli altri aveva il suo punto di forza.
«Possiamo riflettere su quale tipo di turismo vogliamo. Sono molto felice della crescita registrata negli ultimi anni, ma anche stanco di un’etichetta ormai consunta - lu sule, lu mare, lu ientu - che ha l’ambizione di raccontare un territorio senza parlare della sua gente. A cosa servono simili marchi?».
Ecco, a cosa? Il vostro nome è un inno alle origini, ad esempio.
«È la bandiera della nostra casa. Ma il nostro non è un genere musicale tipicamente salentino. Con grande rispetto delle radici, abbiamo sempre difeso l’idea che un ragazzo di Lecce, Bari o qualsiasi altro posto debba poter avere il mondo come orizzonte. La cultura è un processo, non un luogo o un marchio. Pur stando in un paese di provincia, trent’anni fa mi sentivo al passo con Londra, con i nuovi fenomeni musicali, con gli Oasis... Da pugliese che vive dappertutto, portandosi appresso le radici, considero fin troppo riduttivo l’assioma sule-mare-ientu».
Cos’è, allora, il Salento?
«È tutto quello che c’è dentro. Giovani eccellenti, lavoratori straordinari, musicisti bravissimi, scienziati, inventori, anziani saggi forti e pazienti. Siamo idee e fermenti culturali. Facciamo sopravvivere e rivivere questa nostra bellissima terra. Vorrei portare i miei amici, quest’estate. Li ho chiamati tutti. Nessuno, tra quelli già venuti, è rimasto folgorato esclusivamente dal mare o dagli agenti atmosferici. A colpirli è stata invece la gente: mia nonna, il fruttivendolo, il ragazzino talentuoso incontrato per caso...».
Rischiamo di pagare un prezzo altissimo alla pandemia.
«Mi auguro che i governi tutti, a qualsiasi livello, riservino massima attenzione verso chi sta perdendo tanto. Un mio amico, gestore di uno storico locale nel cuore di Lecce, ha lamentato cose incredibili. Vanno supportati in tutti i modi, sono custodi e artefici della vivacità e della vitalità di vicoli, stradine e piazzette. Ho imparato a godere della bellezza di Lecce bevendo birra davanti a quei locali. Sono un presidio fondamentale per la comunità. Ho comprato casa nel centro storico di Lecce perché mi piace viverlo, immergermi nel cuore pulsante della città. Le cose più belle, le più importanti, le ho decise in quello spazio magico».
Da dove ripartiremo?
«Dalla scuola. E dalle Elementari innanzitutto. Una brava maestra può essere determinante nella vita di ogni persona».
Parla per esperienza diretta?
«Conosco bene quel mondo attraverso mia madre, vicepreside in un istituto comprensivo. Il trattamento riservato alla scuola non è adeguato. Gli insegnanti hanno il diritto di essere felici: nelle loro mani c’è il futuro di una nazione. Io ho avuto una grandissima maestra, e non parlo di mia madre. Da lì la mia vita ha preso una direzione ben precisa. Hanno una vocazione, non maltrattiamoli. Basterebbe maggiore attenzione e rispetto. Ma questo, in genere, vale per tutta la cultura».
Come cambieremo?
«In realtà non dovremmo pensare a come modificare la nostra vita quotidiana; dopo la peste non abbiamo vissuto negli scafandri. L’umanità vince sempre. Spero non ci sia bisogno di stravolgere le nostre esistenze».
Vediamo: quando torneremo a cantare insieme negli stadi?
«Presto, mi auguro. Se l’alternativa fosse nelle esibizioni via social o nei concerti in streaming, preferirei non suonare più. La musica è contatto e condivisione. O così o niente».


  Ultimo aggiornamento: 8 Giugno, 12:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA