«La politica “malata”? Dipende dai cittadini»

Domenica 19 Settembre 2021 di Adelmo GAETANI

Si legge nell’Antico Testamento che la “vecchiaia non è la longevità, né si calcola dal numero degli anni”. La virtù della vecchiaia “sta nella sapienza” e cioè in quell’ordito nel quale, durante una lunga vita spesa con spirito di servizio, è stata inserita la trama fatta di sapere profondo, di valori etici, di equilibrio nel discernere e nel giudicare.

A 96 anni, Giacinto Urso non finisce di sorprendere per la sua costante presenza nel dibattito pubblico, alla stregua di un faro che illumina il grigiore di una società spesso orfana di punti di riferimento autorevoli e di maestri credibili. I naturali acciacchi dovuti all’età che provano a minarne la forza fisica, nulla possono contro la sua fibra mentale che lo porta, oggi come ieri, a riflessioni profonde sulle dinamiche politiche e sociali e i cambiamenti in corso. Lo fa avendo alle spalle conoscenza ed esperienza, studio e impegno sul campo, dentro e fuori le Istituzioni.
L’ultima sua fatica ha un titolo non casuale, “Storia e Storie”, il secondo volume di una navigazione nello spazio delle idee e nel tempo del vissuto. E’ la poderosa raccolta (curata da Dino Levante) degli articoli pubblicati su “Quotidiano” nella rubrica Periscopio con cadenza settimanale dal 2007 al 2015. Il primo volume aveva raccolto le riflessioni dal 1999 al 2006.

Onorevole, restano da pubblicare gli articoli dal 2016 a oggi per dare conto completo di un lavoro che registra circa mille uscite. Lo farà?

«Spero di sì, ma non dipende solo dalla mia volontà. Ho voluto queste pubblicazioni per non vedere i miei scritti sparsi e dispersi. In 21 anni ho cercato di offrire alla società elementi di riflessione tra l’attualità, il passato e il futuro, avendo lo sguardo, spesso tracciato con ironia, oltre la collina. I miei lettori, pochi o tanti che fossero, mi hanno sempre espresso apprezzamento e in tanti mi hanno ringraziato. Potrei dirmi soddisfatto e stare in pace con me stesso, se non fosse che l’attuale fase socio-politica genera incertezze e preoccupazioni».

Alla sua età non riesce a tirare i remi in barca e pensare ad altro?

«Vorrei, ma poi mi sembrerebbe di tradire la mia storia, quella di un personaggio pubblico che per oltre 65 anni ha dedicato ogni energia alla collettività e al suo territorio, il Grande Salento prima più unito di adesso, anche perché essendo sino al 1993 una Circoscrizione elettorale conservava una centralità politica che oggi non ha più. Così vado avanti a interrogarmi e a proporre alcune riflessioni nella speranza di risvegliare qualche coscienza sopita».

Dirigente di partito, parlamentare, uomo di governo, sindaco, presidente di Provincia. Che cosa le ha insegnato questa lunga e vasta esperienza politico-istituzionale?

«Innanzitutto che non l’esercizio del potere, ma l’idea di servizio deve presiedere l’attività pubblica».

Lei pensa di essere stato sempre coerente con questo principio?

«Ci ho provato e ho fatto di tutto per riuscirci. Poi tocca agli altri giudicare e giudicarmi. Ma una considerazione voglio aggiungere...».

Prego.

«Poco tempo fa ho bruciato, a tutela della privacy di tanti, l’archivio di 72.000 pratiche risalenti agli anni del mio impegno politico. Allora si lanciavano accuse di clientelismo, in realtà quelle segnalazioni non erano altro che l’ascolto di persone che presentavano i loro bisogni. Era un momento utile per comprendere le dinamiche sociali e agire di conseguenza. Ho imparato tanto dal continuo confronto con gli elettori, potenziali o reali che fossero, quel confronto che oggi è scomparso dai radar di una vita pubblica sempre più autoreferenziale».

La crisi della politica è legata al disfacimento dei partiti che a sua volta ha generato il crollo della partecipazione democratica, spesso ridotta a improvvide sortite sui social. Una deriva pericolosa?

«Pericolosa non saprei dire, poco tranquillizzante per il futuro certamente. Guardi, sino al Duemila le forze politiche erano ancora solide, poi è arrivato il ripudio dei partiti che si pensava potessero essere sostituiti dalla società civile, quindi è toccato al cosiddetto partito dei sindaci, infine degli elettori, sino all’attuale situazione veramente precaria che produce la “politica malata”. Sono parole del segretario del Pd Enrico Letta il quale parlando del suo partito lo classifica come “una Torre di Babele”. Adesso siamo alla fase elettoralistica, le urne sono sempre aperte e per raccattare qualche voto si fa di tutto e di più. Le pratiche trasformistiche imperano, le emergenze vengono ignorate o strumentalizzate a fini di parte e prevale il caos. Si sperava che con il governo Draghi le forze politiche mettessero la testa a posto. Invece niente, perché senza partiti credibili e in dialogo con i cittadini la democrazia è in affanno».

Ma il premier Draghi non sembra molto condizionato dalle risse nella maggioranza. E’ così?

«Assolutamente no, perché di fronte alla instabile situazione sanitaria legata al Covid, alla difficile sfida del Pnrr con gli interrogativi sull’utilizzo dei fondi europei e alle prevedibili criticità legate all’avvio della transizione ecologica - la prevista stangata di luce e gas in ottobre è una cosa enorme -, le forze politiche dovrebbero guardare al destino del Paese e non agli interessi di bottega».

Allora dove va l’Italia?

«Difficile dirlo, anche perché sono all’orizzonte due scadenze cruciali: le prossime amministrative, che avranno ripercussioni comunque importanti, e l’elezione del presidente della Repubblica. Solo dopo si potrà dire qualcosa di più, ma le dinamiche del presente non inducono ad alcun ottimismo».

Non basta più Mario Draghi?

«Il problema è che lui da solo non può risolvere le difficoltà dell’Italia restando in Italia».

Quindi niente Quirinale e destinazione Europa per il premier?

«E’ possibile, anzi probabile, perché l’uscita di scena della Merkel e la debolezza di Macron lasciano un vuoto di potere a Bruxelles che deve essere assolutamente riempito. E l’unico, per competenza e autorevolezza, in grado di restituire forza politica e prestigio internazionale all’Europa - vaso d’argilla tra vasi di ferro come Usa, Russia e Cina - è Mario Draghi che da quella posizione potrebbe aiutare la rinascita del nostro Paese più di quanto lo possa fare da Roma».

Il Grande Salento è stato da sempre la sua stella polare. Perché?

«Considero il territorio di appartenenza la base necessaria e vitale per l’azione politica che deve avere forti radici e senso di appartenenza per rafforzare la partecipazione dei cittadini alla vita democratica. Purtroppo, oggi più di ieri, il Grande Salento si presenta come un’entità molto debole, emarginata e con grossi problemi dei quali tutti parlano, ma nessuno fa niente per risolverli».

Com’è possibile invertire la rotta?

«L’obiettivo di fondo dev’essere quello di un Grande Salento come presupposto politico-amministrativo. Cosa diversa dall’idea verticale, inutilmente praticata negli ultimi anni, di riunire i sindaci e i presidenti della Provincia per cercare intese programmatiche destinate a restare sulla carta».

Che fare?

«Penso che occorra iniziare dal basso, attraverso un movimento orizzontale che punti prioritariamente alla piena e convinta convergenza operativa dei corpi sociali e dell’associazionismo diffuso in modo che Brindisi, Lecce e Taranto possano crescere nell’unità dei cittadini e delle loro classi dirigenti, diventare interlocutrici nel contesto della Regione, oltre che laboratorio per studiare e preparare il futuro. Su questo terreno l’Università del Salento potrebbe fornire un contributo significativo. Sono consapevole delle difficoltà di un simile processo, tuttavia non vedo altra strada se si vogliono superare deleteri egoismi ed evitare i danni rilevanti causati dalla debolezza sistematica che le divisioni creano».

Il caso Xylella è l’esempio più eclatante di un Salento abbandonato a se stesso, ma anche incapace di reagire come il disastro avrebbe richiesto. Qual è il suo pensiero?

«La morte degli uliveti è stata sottovalutata nei suoi effetti devastanti e quasi mai è stato messo a fuoco l’impatto distruttivo che è stato economico, paesaggistico, storico e culturale. La provincia di Lecce è quella che ha subito più danni con dieci milioni di alberi distrutti su un totale di 12. Ma la Xylella avanza minacciosa verso altre zone, mentre le risposte delle Istituzioni appaiono insufficienti o inadeguate».

In che senso?

«Allo stato dei fatti, gli interventi programmati si limitano all’erogazione, anche tardiva, di contributi. Tutto ciò sta avvenendo al di fuori di un Piano generale di ricostruzione del territorio, che va elaborato e incardinato nella Regione Puglia. Oggi ci sono Consorzi semi-pubblici che si muovono nel Salento, incontrano sindaci e agricoltori e presentano soluzioni che tali non sono o sono solo parziali e non risolutive proprio perché manca una visione complessiva del problema e delle risposte necessarie».

Come muoversi?

«Su questo aspetto va fatta chiarezza. Tocca alla Regione, per i poteri conferiti dalla Costituzione in materia agricola, assumere le responsabilità e le conseguenti azioni in modo diretto e non attraverso il servizio di enti terzi. Tocca sempre alla Regione investire il Governo nazionale del problema che a sua volta deve chiamare in causa l’Europa. Il disastro Xylella ha una rilevanza universale perché riguarda lo sfregio permanente inferto a un territorio con una storia e una cultura antiche e anche per questo diventato un punto di attrazione del movimento turistico interno e internazionale. Basta qualche milione di euro per riparare il danno subito? Penso proprio di no. Serve ben altro, in particolare serve il coraggio dei salentini che dovrebbero proporsi come parte attiva nel processo di ricostruzione impegnandosi a rivitalizzare la campagna, e allo stesso tempo alzare la loro voce di protesta e richiamare la Regione ai propri doveri istituzionali».

Restando in tema, che cosa pensa dell’attuale Governo pugliese?

«Al momento preferisco il silenzio che parla, senza scordare il trionfo di uno sfacciato trasformismo politico che può portare momentaneamente fortuna, ma alla lunga rende meschino chi lo pratica».

Si dice: forza di giovane, consiglio di vecchio. On.Urso, quale considerazione conclusiva le suggerisce la sua proverbiale saggezza?

«Siamo sempre pronti a prendere di mira la politica, dimenticando che molto dipende dai cittadini che sono chiamati a partecipare alla vita pubblica. Temo, però, che si sia prigionieri di una totale confusione, dimentichi, spesso, che alcuni conturbanti scenari politici di criticità provengono da scelte inappropriate da parte dell’elettorato che resta sovrano. Proprio questo alto riconoscimento va onorato al meglio, riflettendo sul proprio voto mille volte mille. Speriamo bene».

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