Muro Leccese, l’ultimo baluardo contro Roma e Cartagine

Lunedì 21 Settembre 2020 di Francesco D'ANDRIA
In questi ultimi anni l'Archeologia sembra quasi scomparsa dall'orizzonte, dopo la Riforma Franceschini dei Beni Culturali, che ha, di fatto, abolito le Soprintendenze Archeologiche; eppure ancora essa resiste, grazie all'entusiasmo e alla passione di chi non si lascia scoraggiare, e, l'altro giorno, ne ho avuto una prova, recandomi a Muro Leccese. Sarà stato per l'ora mattutina di una bella giornata di Settembre, rinfrescata da un leggero vento di tramontana, ma, arrivando a Muro, mi sono sentito pervaso da una sensazione di benessere e di ottimismo. Mi aveva accolto Francesco Meo, archeologo presso la nostra Università, prima come collaboratore di Liliana Giardino la quale, dal 2000, ha dato inizio all'esplorazione di Muro. Ora, dopo tanti anni di impegno sul campo, egli dirige gli scavi in un'area di straordinario interesse scientifico e monumentale, in località Palombara, nella zona orientale dell'abitato antico; e qui avevo ritrovato una scena che mi ricordava i tempi del grande Progetto sull'archeologia del Salento, con i cantieri aperti a Cavallino, Otranto e Vaste, dove partecipavano decine di studenti, gli stessi che ora operano in tutta Italia, nelle Università, nelle Soprintendenze e nelle Società dei servizi per l'Archeologia.

Nell'estesa area di scavo a Muro, riconoscevo i volti, dimezzati dalle mascherine, di tanti allievi del Dipartimento, impegnati nelle attività di scavo che stavano portando alla luce le case di quella che era una delle principali città della Messapia, centro dominante di una vasta area che comprendeva anche l'abitato, più piccolo, di Vaste, il porto di Otranto, polo di scambi commerciali a controllo della Porta dell'Adriatico, e il grande santuario di Atena che, dall'alto degli scogli di Castro, guardava lo spazio marittimo fronteggiato dalla costa albanese e dalle isole greche.

Il Comune di Muro, grazie all'impulso iniziale del compianto Toto Negro ed all'impegno dell'attuale Amministrazione guidata da Antonio Donno, ha saputo elaborare una strategia vincente di valorizzazione dei suo eccezionale patrimonio di Cultura: dal restauro del Palazzo del Principe, con l'allestimento del Museo in cui è narrata una storia che dai Messapi giunge sino a noi, al Laboratorio di Archeologia presso il Convento dei Domenicani, alla sistemazione degli scavi di località Cunella, in cui è visibile la strada che, in età preromana, collegava Otranto a Gallipoli, al sostegno assicurato agli scavi in località Palombara. E dal racconto di Francesco Meo emerge una lunga pagina di storia che ha lasciato tante tracce in questa parte della penisola salentina: una storia di guerra e di pace che risale all'età arcaica, durante il VI secolo avanti Cristo.

Allora la Messapia attraversava un lungo periodo di prosperità: le sue città si dotano di mura possenti, le case a corte rivelano una complessità sociale nuova, fiorisce l'artigianato e si diffonde la tecnica della scrittura. Una storia ricostruita anche con la ricognizione dei depositi della Soprintendenza a Lecce, dove giacevano dimenticati materiali rinvenuti a Muro durante scavi di emergenza; così fu ritrovato il tesoretto di 10 monete d'argento, coniate nelle città della Magna Grecia come Metaponto, Crotone, Caulonia e Sibari. Il gruzzolo era stato nascosto in una casa nella prima metà del V secolo a.C., quando il felice mondo arcaico di Muro venne sconvolto da una lunga stagione di guerre, contro Taranto, nemica giurata dei Messapi, ma anche tra le diverse capitali dei cantoni salentini. Un periodo di violenze che aveva provocato l'abbandono di città fiorenti, come quelle scavate a Cavallino, ai Fani di Salve, a San Vito dei Normanni, e di santuari, come a Monte Papalucio di Oria.

Nelle case arcaiche di Muro queste distruzioni sono attestate da strati di incendio dove perfino i cardini delle porte furono divelti e combusti; e su queste rovine, un secolo dopo, erano state costruite le grandi fortificazioni a blocchi che corrono per quasi quattro chilometri, chiudendo un'area di più di 100 ettari e segnando in modo indelebile il territorio, sino a dare il nome all'abitato che andò formandosi durante il Medioevo: Muro, essendosi ormai perduto l'antico nome della città messapica.

Ma la guerra tornò a devastare queste contrade durante il III secolo a.C.: prima con l'arrivo di Pirro, re dell'Epiro, poi durante il Bellum Sallentinum, tra 267 e 266 a.C., quando il Salento divenne terra di conquista delle legioni romane, guidate dai consoli Fabio Pittore e Marco Attilio Regolo, lo stesso che sconfisse poi i Cartaginesi in una celebre battaglia navale e che fu dagli stessi giustiziato, facendolo rotolare su un pendio dentro una botte irta di chiodi. I Romani fecero piazza pulita delle possenti fortificazioni messapiche e distrussero le loro case, innescando una crisi senza ritorno. Come mostrano gli scavi del fondo Palombara, l'abitato era già in parte abbandonato quando un nuovo pericolo si presentò all'orizzonte: tra 214 e 212 a.C., l'Italia era devastata dall'esercito di Annibale che si era attestato nella Puglia settentrionale, da dove inviava le sue soldataglie a devastare le terre dei Sallentini, riportando migliaia dei celebri cavalli allevati dai Messapi e molte altre prede.

E gli scavi del fondo Palombara hanno portato alla luce una linea difensiva costruita, all'interno delle mura più antiche, per difendersi dagli Africani: un documento eccezionale che rivela il terrore e la fretta con cui fu realizzato, utilizzando i blocchi smontati dalle case ormai distrutte. Ma tutto fu ormai inutile. Sotto le mura crollate si sono rinvenute le palle di pietra delle catapulte, pesanti almeno dieci chili, le ghiande missili di piombo, micidiali proiettili lanciati dalle fionde dei frombolieri, le punte di ferro scagliate delle macchine d'assedio (balistae), piegate dall'impatto contro scudi e corazze.

Viaggiando nello spazio e nel tempo, rivedevo le scene dell'estrema resistenza degli ultimi Messapi, con i nugoli di proiettili che oscuravano il cielo di Muro, come nelle battaglie hollywoodiane delle pellicole su Troia e Alessandro. © RIPRODUZIONE RISERVATA