Bray: «Nel valore delle parole il futuro di pace e vita». A Lecce il Festival Treccani

Mercoledì 11 Maggio 2022 di Claudia PRESICCE

Le parole valgono. È un concetto fondamentale, in questi tempi di più. Le parole possono cambiare la storia, sempre. E anche la Terra. “Le parole valgono” è anche il titolo del Festival della Lingua Italiana che sta per approdare a Lecce, dal 13 al 15 maggio, ideato dalla Fondazione Treccani Cultura. Con l’idea che i contenuti per cambiare davvero il mondo siano già tutti nella lingua italiana, Massimo Bray, direttore generale della Treccani, spiega il senso di questa manifestazione. 

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Bray ricordare il valore della parola, che dovrebbe significare anche confronto e comprensione, sembra più necessario che mai in questa stagione storica... 

«Sì, sono molti in effetti i motivi per cui questa terza edizione del Festival della Lingua Italiana di Treccani viene salutata con attenzione e riconosciuta ormai a livello nazionale. Portarla a Lecce quest’anno è importante per la nostra storia, perché questa città ha sempre dimostrato attenzione per i valori e le sensibilità culturali. Il tema dell’anno sono le parole dell’ambiente e il fortunato hashtag “le parole valgono”, tanto apprezzato dal mondo dei social, è servito a condensare in un riuscito sintagma l’idea dell’importanza di proteggere la varietà semantica della nostra lingua, di contrastarne l’impoverimento. Spesso è proprio il mondo digitale a spingere verso un utilizzo polarizzato dell’italiano. Quindi sì, ha ragione che oggi è più calzante pensare al valore delle parole, lo abbiamo visto durante la pandemia, ma ancora oggi purtroppo con questa guerra terribile».

Quando vacillano le convinzioni, almeno le parole restano.

«In questi periodi il portale Treccani ha livelli di frequentazione altissimi, si superano i 750mila utenti al giorno, e vuol dire che un pubblico affezionato cerca evidentemente in Treccani risposte, e non solo linguistiche. Si cerca anche un senso dell’orientamento di cui si sente fortemente il bisogno. Il nostro sforzo è arrivare ad abituarci alla ricchezza di una lingua che cambia con la società e si adatta ai nuovi contesti, ma anche all’uso di parole che ci invitano a soffermarci sui grandi temi della contemporaneità su cui è necessario certificare contenuti per poi potersi orientare».

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Questo racconta anche della necessità dell’approfondimento in una società in cui spesso vince la superficialità.

«Il mondo digitale ci ha abituato purtroppo a lungo a pensare che non avessimo più bisogno delle mediazioni, si è parlato tanto di ‘disintermediazione’ in troppi ambiti. Oggi ci stiamo accorgendo quanto sia sbagliato e quanto siano invece importanti i luoghi in grado di mediare, basti pensare alla professione di un giornalista, ma soprattutto al ruolo straordinario che ha il mondo degli insegnanti e dei docenti, con la capacità di provvedere alla formazione dei cittadini del futuro. L’approccio delle edizioni precedenti del Festival si è legato alla forma dei laboratori didattici nelle scuole e dei dialoghi con intellettuali sui temi contemporanei. Mi sembra il modo migliore per ricordarci la ricchezza della nostra lingua e di approfondire alcune tematiche. La parola ‘ambiente’ è sicuramente una di quelle su cui dobbiamo misurarci».

E veniamo a questo tema dell’anno, le parole dell’ambiente. Avete scelto ‘Cambiare, abitare, narrare’ collegandole all’ambiente.

«La voce ‘ambiente’ è apparsa in una delle ultime pubblicazioni di Treccani che s’intitola “Parole del XXI secolo” di Marco Armiero e Serenella Iovino. Questi autori spiegano, tra le tante cose, come la pandemia ha reso evidenti le problematiche dei legami tra giustizia sociale, stile di vita ed ecologia, e quanto siano interdipendenti la salute umana e quella del pianeta. Nella pandemia abbiamo pensato che il mondo sarebbe migliorato, che avremmo riflettuto su ritmi di vita più lenti e sostenibili. Invece stiamo tornando al nostro modo precedente di relazionarci all’ambiente che ci sembrava normale e che invece sappiamo oggi non esserlo. Proprio attraverso il valore delle parole possiamo mettere in discussione stili di vita e scelte sbagliate, e sostenere lo sforzo di riflettere sul valore dell’ambiente come fanno già le nuove generazioni».

Narrare: la narrazione dell’ambiente è sempre esistita nella letteratura, e può diventare oggi una via per avvicinarsi.

«Sì, penso a Leopardi o alla meravigliosa enciclica ‘Laudato sii’ che Papa Francesco scrisse nel 2015, c’è lo sforzo di avvicinare l’uomo alla natura, nella consapevolezza che siamo veramente una sola famiglia. Non ci devono essere barriere politiche o sociali che spingano a quella che è stata chiamata globalizzazione dell’indifferenza: noi dobbiamo approfondire la galassia semantica che c’è intorno al tema dell’ambiente, da alcune parole chiave come ‘economia circolare’ o ‘glocalizzazione’ come la definiva Bauman. C’è bisogno di un nuovo approccio culturale per attraversare le tematiche contemporanee, e in questo senso le scienze umane per l’ambiente dovranno avere un ruolo cruciale per espandere la consapevolezza e allo stesso tempo la narrazione tornerà ad avere una sua centralità. E penso che Treccani, che da 97 anni si confronta con questi temi dall’interno della lingua, diventando un osservatorio delle continue sue evoluzioni, voglia veramente mettere la sua storia a servizio del Paese e aiutare tutti noi ad essere partecipi del cambiamento da promuovere».

Quanto sarebbero servite più parole e una maggiore consapevolezza del loro valore per evitare questa stagione bellica?

«Trovo ingiustificabile l’aggressione bellica nei confronti dell’Ucraina, perché niente può giustificare la morte di civili, di bambini e le tragedie sotto ai nostri occhi. Treccani ha fatto con l’Unicef un’iniziativa per una campagna di diffusione della parola ‘pace’: dobbiamo parlare molto di pace. Per fare ogni sforzo per arrivare alla pace dovremmo riscoprire la grande tradizione italiana di una classe politica che è stata protagonista di grandi processi di pace. Non a caso il Presidente Mattarella ha richiamato a Strasburgo gli accordi di Helsinki che videro tra i protagonisti Aldo Moro: lui è un simbolo di una classe politica che con pazienza e capacità di ascolto di tutti sapeva arrivare alla pace».

Ultimo aggiornamento: 08:44 © RIPRODUZIONE RISERVATA