Fabio Novembre: «Il virus, la crisi e noi: ora costruiamo un nuovo ordine»

Domenica 5 Aprile 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Il tempo che ci è dato vivere è un tempo di riflessione. Ed è giusto viverlo in questo modo. Dice proprio così, riflessione. Non ansia, non paura, non angoscia. L'uomo - lui, si capisce, non l'intera specie - vive da sempre proiettato nel futuro. Dice che siamo strutturati in sezioni: avanti, dietro e due lati. Quasi superfluo chiedergli dove si colloca. Fare il passo più lungo della gamba allunga la gamba, uno dei suoi comandamenti. Figurarsi cosa può essere questa conversazione sul qui e ora, e sul domani, soprattutto. Avanti, dunque. Fabio Novembre, architetto e designer, nato a Lecce, trapiantato a Milano, cittadino del mondo (espressione stucchevole per chiunque, a maggior ragione per lui, ma non saprei come tradurla diversamente), risponde di getto. La riflessione deve essere meccanismo sincronico, un'app a scansione immediata, se è chiaro il concetto. Un flusso, ecco.
Come va?
«Sono privilegiato, non lo nego. La mia casa è il mio quartier generale: qui vivo, lavoro, sto con le mie figlie e la mia compagna. Accanto abita mia sorella. Il mio studio è collegato. Mai vissuto tutto questo come un isolamento».
Abituati a considerare le nostre case come luoghi di passaggio, noi altri ci stiamo dentro un po' stretti, per non dire costretti.
«Io vivo i miei spazi come luogo di accoglienza. Dovremmo ripensare il nostro ambiente domestico come habitat naturale, il rispecchiamento del nostro modo di essere e di vivere. E invece ci dormiamo e basta. Approfittiamone, in questa fase, per guardarci intorno: la mia casa mi rispecchia? Io sono proprio così? Cosa mi sto perdendo?».
La sua com'è?
«È il mio riflesso. Un melting pot, un crogiolo di esperienze dove tutti ci confondiamo. Avere un nucleo centrale ti fa ritrovare, e fa ritrovare le cose che ami. Quando ho degli incontri o tengo lezioni, lavoro molto sulle parole. E la prima che abbatto è questa: appartamento. Orrenda. Cosa vuol dire? Noi separati dagli altri e, al nostro interno, uno di qua e l'altro di là, ciascuno per sé come monadi? Ma una casa deve essere una tavolozza, con tutti i colori per un quadro meraviglioso».
Lei come le disegna?
«Sono un architetto atipico, mai progettato case. Il luogo dove si vive deve essere il proprio ritratto. Quando voglio conoscere a fondo una persona, entro nel suo mondo privato: tu sei la casa che abiti».
Non tutti possono realizzare la propria.
«Certo. Chi è rimasto solo fa un'enorme fatica, in questo momento. Così come chi si ritrova fra tante persone in spazi ristretti. In queste situazioni bisogna creare nuclei di resistenza. A questo servivano le famiglie di una volta, numerose, allargate. Da solo, quando arrivi ai minimi termini, ti senti un cane».
Lei come si sente?
«Io amo questo tempo di riflessione. Leggo, suono, scrivo, disegno: è bellissimo. È un flusso continuo, non scandito dai tempi dettati dall'esterno. Il tuo corpo ti parla: ti dice quando ha fame, quando è il momento di accendere la luce...».
Una metà del mondo è confinata in casa, non proprio una prospettiva desiderabile. Cosa le manca?
«Dico la verità, non ho perso nulla. Non mi piace guardare al passato, neanche se riferito all'altro ieri. Pensiamoci: ci ritroviamo padroni del nostro tempo, e non è poco. Prima andavamo veloci come pazzi, e ci perdevamo il panorama intorno. Adesso guardiamo immagini statiche, vero, però impariamo a concentrarci sul dettaglio. Una rivoluzione».
Siamo connessi, ma distanti. Abbiamo perso il contatto con gli altri.
«Viviamola come un'opportunità. Abbiamo dato una spinta decisa all'educazione on line. Importantissimo per i nostri figli e per il mondo che abiteranno. Sotto questo profilo, un momento magico. Sono contentissimo».
Ci sono dei morti, tantissimi. E ammalati, in numero imprevisto. Una tragedia senza precedenti.
«È il risvolto drammatico, triste, lacerante. Per le persone ammalate, per quelle perse per strada».
È stato toccato da vicino?
«Uno zio è morto in questi giorni, ma di vecchiaia, non di coronavirus. E a dolore, comunque, si aggiunge dolore: impossibile spostarsi, dare l'ultimo saluto, essere vicini e perciò di conforto agli altri familiari. E poi un amico contagiato, ma ne è uscito».
Che rapporto ha col virus?
«Mi sono messo in pace con esso perché non tocca i bambini, non mette a rischio il futuro. I pochi casi sono talmente isolati che non fanno testo. Non esiste una parola per definire chi perde un figlio: evento talmente innaturale che non gli abbiamo dato nome. Almeno sotto questo aspetto, un flagello accettabile, nel significato detto prima».
E, tuttavia, pur sempre flagello.
«Non è cinismo, il mio. Cosa sarebbe stato se avesse aggredito i bambini? Loro sono il futuro e il mio primo pensiero è rivolto all'avvenire. Alle potenzialità che qualsiasi evento, anche se terribile, ci offre».
Vediamole.
«La prima, ad esempio: su Instagram ho pubblicato l'assioma di Boris Cyrulnik».
Sarebbe?
«La risposta a ogni catastrofe non consiste nel ristabilire l'ordine precedente, ma nel crearne uno che prima non c'era. È stato lui a coniare il termine resilienza: parola abusata, ma concetto chiaro. Ci distingueremo per come saremo in grado di ripartire dopo la pandemia. Andiamo a cercare un nuovo ordine, a ripensare le nostre vite. Aveva senso stare ore nel traffico? Tutti i nostri spostamenti erano necessari? Il grande caos in cui vivevamo era proprio inevitabile? Lo stress, gli incidenti, le nevrosi, tutto ineludibile?».
Siamo sempre noi, però: quelli di prima sono gli stessi che dovranno progettare quello che verrà dopo.
«La gente si circonda delle cose passate. Io guardo avanti. Siamo naturalmente e progettualmente indirizzati all'evoluzione. Chi volge lo sguardo all'indietro perde tempo. Mi interessa sapere come saremo dopo questa grande crisi».
Ecco: come saremo?
«Ritroveremo il piacere di stare insieme, ora così scontato. Pensavamo che la tecnologia ci alienasse, adesso capiamo quanto sia importante. Eravamo distratti; ora si inspessisce la nostra coscienza. Avremo i sensi più attivi e attenti, i pori della pelle più aperti. Siamo arrivati all'appuntamento con il coronavirus anestetizzati dai ritmi frenetici. Ne usciamo diversi. Non perdiamo questa eredità».
Ma perderemo parte delle nostre libertà.
«No. Sento dire che siamo in guerra. Proprio no. I nostri genitori, i nostri nonni sono partiti per il fronte. A noi chiedono di stare sul divano. Ci stanno costringendo a fermarci e a riallineare noi stessi. Una messa a fuoco delle immagini sfalsate che ognuno ha di sé. È come una meditazione indotta, un ricentramento totale. Farà bene a tutti».
La rivalsa della natura sull'uomo?
«Che l'ambiente sviluppi degli anticorpi, ci sta. Che il coronavirus sia la ribellione della natura, può essere: Basta, avete rotto!. Ma è anche un momento di ripensamento trasversale. Guardiamo i ragazzi e le lezioni scolastiche, i nostri figli e le loro interazioni: le app di comunicazione sono schizzate alle stelle».
Connessi ma distanti, appunto.
«Ma no. Tutto questo dimostra solo che ci sono molteplici forme dello stare insieme. Il mondo non ne esce meno globalizzato, al contrario. Sfruttiamo appieno le tecnologie che ci sono. Diventiamo padroni del nostro tempo. Posso fare le riunioni di una volta spostandomi molto meno di prima, senza dover prendere auto, treni, aerei. Guardiamo il caos esploso con la valanga di connessioni al sito dell'Inps: dobbiamo investire sullo sviluppo tecnologico e informatico del Paese. Siamo figli del nostro tempo. Ne va del nostro futuro».
Ecco, il futuro. Il Salento, la sua terra d'origine, rischia di pagare un prezzo altissimo: la vocazione turistica messa in ginocchio da questa crisi.
«A me questa storia del Salento come brand turistico non convince. Io tornerei all'idea di un luogo come ponte sul Mediterraneo; un posto dove le culture convergono. Basta con slogan consunti, lu sule, lu mare, lu jentu. Il sole serva a riscaldare, a far rifiorire la natura devastata dalla xylella; il mare avvicini e non separi; e il vento ci porti voci lontane. La collocazione geografica progetta per noi questo destino: essere incrocio di culture. Ed è proprio qui il nostro oro, il nostro petrolio: la cultura. Investiamo sforzi e risorse: deve essere la cultura ad attirare le persone. Poi, per carità, verranno, faranno il bagno, godranno dei panorami. È bello andare nei luoghi belli. Ma la nostra prima risorsa è nel fermento culturale. Ed è questa l'unica chance che abbiamo».


  Ultimo aggiornamento: 6 Aprile, 11:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA