​Leandro, il visionario che si ribellò al mondo

Mercoledì 10 Febbraio 2021 di Carmelo CIPRIANI

Discusso, osteggiato, ridicolizzato, ma anche studiato e celebrato, Leandro Ezechiele lo si ama o lo si odia, non lascia mai indifferenti. Per alcuni è sopravvalutato, per molti invece incarna il significato più profondo dell'essere artisti: candido, puro, primigenio, unico primitivo amava definirsi. A prescindere dai giudizi, passati e presenti, Leandro, che piaccia o no, ha segnato i tempi. Quelli passati, con le sue opere visionarie, all'epoca della loro nascita incomprese, derise, persino oggetto di atti vandalici, oggi ricercate dai collezionisti, fuori e dentro il Salento, ma anche quelli presenti, attraverso molteplici eventi espositivi che non poco hanno contribuito a chiarire il personaggio e a far luce sul suo pensiero.
Tra questi il più significativo è certamente la mostra Leandro unico primitivo (a cura di Antonella Di Marzo, Lorenzo Madaro, Brizia Minerva, Tina Piccolo), tenutasi nell'estate 2016 in tre sedi, il Museo Castromediano di Lecce, la Galleria Nazionale Devanna di Bitonto e le Distillerie De Giorgi a San Cesario, evento espositivo che più di altri gli ha reso giustizia, mostrando purezza e audacia della sua ricerca. Certamente il momento più alto della sua recente rivalutazione ma non l'unico.
Tra gli antefatti meritano di essere ricordati anche la piccola ma intensa retrospettiva Leandro Ezechiele. I denti del leone (a cura di Toti Carpentieri), allestita al Must di Lecce nel 2014 e ancor di più la pubblicazione L'Opera di Leandro. Tre approcci alla sua conoscenza, curata nel 2000 dal nipote Antonio Benegiamo e da Ambra Biscuso per le Edizioni Il Raggio Verde, la prima che abbia tentato un approccio scientifico all'artista, in cui la sua vicenda è letta, come scrisse in occasione della presentazione l'allora direttore del Museo Castromediano, Antonio Cassiano, non guardando solo la storia di un pittore-scultore, ma cercando, tra le pieghe di un vissuto diverso, il dipanarsi di un racconto intricato.
E ancora, non è possibile dimenticare la dichiarazione di interesse culturale del Mibact per il suo Santuario della Pazienza a San Cesario di Lecce, inaugurato nel 1975 dopo tredici anni di lavoro, moderna casa d'artista in cui viveva con mogli e figli, ma anche sancta sanctorum del primitivismo, straordinario esempio di architettura babelica e visionaria sorto in quello che avrebbe dovuto essere un qualunque ortale di provincia. Un percorso di rivalutazione assai articolato, il cui atto primo è avvenuto mentre l'artista era ancora in vita. Si tratta della mostra tenutasi nel 1981 al Museo Civico di San Cesario, pensata come primo gesto di affezione della sua città, ma diventata la prima retrospettiva, dal momento che Leandro scomparve pochi giorni prima l'inaugurazione.
Ma chi era Leandro Ezechiele? Il prossimo 17 febbraio ricorreranno i quarant'anni dalla sua morte. Appare quindi doveroso tracciarne un breve ricordo.
Artista e scrittore autodidatta, è oggi considerato uno degli outsiders più rappresentativi d'Europa. Abbandonato alla nascita e adottato da una famiglia contadina, ha trascorso gran parte dell'infanzia a Lequile, presso il Convento dei frati francescani. Qui ha ricevuto la prima formazione, leggendo le Sacre Scritture, divenute nella maturità il punto di partenza per le sue visioni magico-religiose. Non frequenta alcuna scuola, affiancando ad un'educazione eterogenea e anticonvenzionale, molteplici mestieri, da ceramista a riparatore di biciclette, da minatore a rottamaio. Alla sua prima opera, La montagna forata del 1933 (alla quale ha lavorato per più di due anni), ne sono seguite molte altre, sia in pittura che in scultura, realizzate con materiali diversi, tra cui il cemento ed il ferro riciclato dagli oggetti che raccoglieva girando per le strade e le campagne salentine.
Tra il 1933 e il 1938 si è dedicato all'attività estrattiva, prima in Africa, poi in Germania. Nel continente nero ha imparato la tecnica indigena di miscelazione di terre, oli ed essenze vegetali per ottenere pigmenti colorati. Non meno importante per la sua ricerca si è rivelata l'accumulazione di materiali di scarto, trattati come veri e propri pretesti plastici, motivi generatori di bassorilievi e sculture. Una ricerca la sua che fin dal primo momento ha destato perplessità e diffidenze nei compaesani (che hanno persino chiesto alle autorità il passaggio delle ruspe sul suo Santuario) ma che non ha mancato d'interessare la critica più avvertita. Nel 1962 la Rai, nell'ambito del programma Cronache Italiane, gli dedica un primo servizio televisivo, mentre nel 1966 l'Istituto di Cultura Italiano a Praga allestisce una sua mostra.
Da quel momento alla derisione dei compaesani si affianca la celebrazione in ambito nazionale ed internazionale, complice anche la generale riscoperta di quel fenomeno assai singolare dell'arte contemporanea che è rappresentato dall'arte naif (definizione che Leandro non ha mai apprezzato ma che inevitabilmente ha finito per inglobarlo, facendo comparire il suo nome in svariate pubblicazioni dedicate al tema). Dagli anni Settanta, quindi, partecipa a numerose rassegne, esponendo i suoi lavori a Lione, Londra, Parigi, Bruxelles, Strasburgo, Berlino e Marsiglia e naturalmente in Italia, soprattutto a Lecce, dove nel frattempo ha aperto una sua galleria.
Tutta la sua vita e la sua opera ha scritto Ilderosa Laudisa in occasione della mostra del 1981 sono state gesto di ribellione al mondo, che egli considerava ostile, maligno, invidioso e che non di rado disprezzava. Le sue opere, pur nella varietà dei materiali adoperati, sono legate allo svolgimento ininterrotto di un lungo racconto di quella favola-incubo che è la visione della vita di Leandro. La sua è una vena narrativa incontenibile, abbeveratasi all'esperienza personale, alla saggezza popolare, ma soprattutto colorata da un'allucinata contemplazione spirituale.
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