L’inferno? Può attendere. Ed è sfida con il Diavolo

Venerdì 9 Aprile 2021 di Francesco MANNONI

Ventisei anni dopo “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”, che a vent'anni lo impose come il ragazzo prodigio della letteratura italiana baciato dagli dèi, una cinquantina di altri libri, e alcune esperienze in ambito musicale e cinematografico, il bolognese Enrico Brizzi sorprende ancora. Nel suo ultimo romanzo, il protagonista Luca Fanti è un equilibrista che vive la sua vita sul filo delle probabilità. Un matrimonio in pezzi, in guerra con la moglie, due figli scossi dalla separazione, amanti occasionali, alcol e droghe, Luca, manager del fratello minore Oliver campionissimo di ciclismo, ha sfasciato il suo passato e transennato il futuro. “La primavera perfetta” lo coglie impreparato ai cambiamenti, naufrago tra errori che sembrano irrisolvibili, liti con gli amici, atti disonesti attraverso i quali tenta una penosa e difficile redenzione.

Brizzi, lei racconta il dramma di un uomo con i toni della commedia. Una scelta letteraria o di vita?

«Penso che la capacità di trovare qualcosa di comico in tutto sia la nostra fondamentale arma di sopravvivenza, altrimenti uno si butterebbe giù dal Pirellone. Ognuno ha le sue corazze, i suoi scudi, i suoi anticorpi, ma le persone che nella disperazione riescono a trovare il coraggio di guardarsi da fuori dicendosi faccio pena, mi faccio ridere da solo, sono quelle che riescono a salvarsi e vivere più a lungo».

Luca Fanti è un Jack Frusciante cresciuto male?

«Non so se Luca è cresciuto male. Per tanti versi ha avuto molte benedizioni: ha due figli a cui vuole bene e che nonostante tutti i problemi con la moglie vogliono bene a lui. Anche il fratello Oliver ha una grande benedizione: guadagna cifre importanti con uno sport che era la sua passione. Partiamo tutti dal palmo della stessa mano e poi prendiamo sentieri diversi che ci portano lontani da chi è partito insieme a noi».

Ma, allora, cos'è veramente Luca? Uno sfigato, un pasticcione?

«Credo che il suo peccato originale sia la faciloneria. Prima di essere agente del fratello svolgeva un lavoro che gli piaceva con un amico, non seguendo una pista predeterminata dai genitori. Dopo un periodo fortunato Luca sbaglia perché è convinto che la vita sia facile, ma impara a sue spese che non è così: quando si sconfina nei guai seri, uno si ritrova da solo».

Come mai è così diverso fratello, cauto e rispettoso dei doveri?

«Il fratello gareggiando in bicicletta ha imparato che anche se hai la squadra, i compagni, il sostegno della società e degli sponsor, la fatica deve farla lui. Luca invece è abituato alla vita facile e impara a sue spese che a prendere sottogamba certe questioni i problemi possono diventare enormi. Non è una persona crudele, ma sgomento di fronte alle prove della vita, anche se troverà la forza di rialzarsi».

I figli sono le vere vittime dei matrimoni finiti male?

«I bambini pensano istintivamente a difendersi. Scendono a patti col fatto che quando sono col padre non devono nominare la madre e viceversa. La ragazzina, entrando in un'età assai sensibile, capisce di più e cerca di giocare un ruolo guida per il fratellino. I figli dei genitori che si separano si mettono l'anima in pace in fretta sul fatto che non li vedranno mai più innamorati».

Quando Luca comincia a rendersi conto che l'inferno l'aspetta e deve cambiare rotta?

«Quando il diavolo lo guarda in faccia e gli dice: accetto la sfida. Però all'inferno potrebbe trascinare con sé tutti gli altri che sono intorno a lui, e questo gli fa acquisire la consapevolezza che l'inferno può attendere. Alla sconfitta reagisce con rabbia e disperazione con tutto quello che ci portiamo nel cuore. Ma sa che non siamo isole, ma animali sociali: certi disastri fatalmente fanno male anche agli altri».

Lei racconta il ciclismo come un abile cronista sportivo.

«Il ciclismo è stato uno di quegli sport che ho respirato in famiglia. Sono cresciuto nel culto di Moser, che per me da piccolo era il capitano, l'Alessandro Magno del pedale, l'eroe. La corsa è la metafora di diverse vocazioni che uno può avere nella vita. È talmente grande la mitografia in Italia, e in altre nazioni, intorno al ciclismo, che è fatale vederci un riflesso delle nostre azioni quotidiane».
 

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