Una mano sul pancione. Il segno dell'amore materno, dalla notte dei tempi

Dicono fosse giovane e forte. Molto alta, molto bella. Dicono che come tutti del gruppo, del suo branco, come gli altri uomini, le altre donne, si muovesse per cacciare gli animali, raccogliere il cibo, difendersi dai predatori, trovare un rifugio. Vivere e sopravvivere. Amare, forse; procreare, certo. Dicono avesse una struttura perfetta, una muscolatura sviluppata, agile per quanto possente, quelle braccia così lunghe, le gambe affusolate. E non per questo – la caccia, il lavoro, la fatica, i pericoli – non per questo meno donna, meno femmina, meno mamma. Aveva vent’anni o poco più, forse poco meno. Un’altezza considerevole, un metro e settanta. E un bimbo in grembo, trentatré settimane, ancora poco al parto. Al tempo lo sviluppo fetale era accelerato: si veniva alla luce in un mondo pieno di insidie, non come oggi solo pieno di guai, se la differenza ha un senso. Allora era così. Più o meno 28mila anni fa, così.
 
 

Donato Coppola siede all’ingresso del museo. Bisogna andarci, salire per via Cattedrale, a Ostuni, borgo antico, e fermarsi davanti all’entrata della chiesa di San Vito Martire. Le sorprese accolgono sulla scalinata: l’edificio, stile rococò, riedificato dopo il devastante terremoto del 1743 e infine ceduto dalla Diocesi al Comune, è dispensato dal culto ma vi si celebra messa nel giorno del santo di cui porta il nome, anche se per tutti questa è la chiesa delle Monacelle per via delle Carmelitane qui di casa fino agli anni ’70. In tutti gli altri giorni dell’anno – dal 1989, data d’inaugurazione – è il museo civico: ingresso in chiesa, esposizioni nelle sale del convento annesso, diecimila visitatori nei dodici mesi. Maglioncino blu, camicia bianca, maniche del giubbotto risvoltate in rosso, il direttore fa gli onori di casa. È stato titolare della cattedra di Paletnologia alle Università di Tor Vergata, Bari e Lecce; due fratelli sindaci, altra storia. Ora è in pensione, senza tuttavia essere a riposo. Accanto a lui la moglie, Antonella Cavallo. Il viaggio nel passato comincia da qui. Passato trapassato. Preistoria, insomma.

L’hanno trovata così, stesa sul fianco sinistro. Come se dormisse. Le gambe piegate, il tronco proteso, quasi fosse lei in posizione fetale. La mano sinistra aperta a far da cuscino, a sorreggere il capo, ad accogliere la guancia e ripararla dalla terra. La mano destra, invece, lieve sul ventre, poggiata a protezione del suo piccolo cresciuto in grembo e lì rimasto. La sua prima gravidanza. Forse. Chissà. Dietro la testa, un ciottolo con piccole incisioni parallele, da una parte e dall’altra, colorato con ocra rossa e gialla. Un auspicio, un viatico, un segno di riconoscimento. Preistorici, non primitivi: la testa, dalla fronte alla nuca, ornata con un copricapo finemente decorato da oltre seicento conchiglie impastate di rosso; ai polsi e poco sopra il gomito destro, bracciali fatti con altre conchiglie, un centinaio almeno, tutte forate. Era così. Molto prima della Venere di Willendorf, in Austria; quattordicimila anni prima delle Veneri di Parabita, nel basso Salento. Però queste sono statue in scala ridotta, stessa pancia, simile copricapo; mentre lei no, è vera, autentica. Lei, la più antica gestante tornata al mondo dal silenzio dei secoli, dal buio dei millenni scivolati via. Lei, la Grande Madre. Adagiata in una grotta, a Ostuni, sotto pietre, terra e rocce. La Grande Madre col suo bambino. Lei era così.

Coppola mostra i primi reperti, indica le tele della chiesa, fa strada tra i corridoi del convento riconvertito. Un percorso a ritroso: si parte dalle epoche più recenti, si risale lungo la storia, attraversando il tempo controcorrente. «Abbiamo deciso di seguire questa scansione logica», spiega. A colpire, subito, l’impronta di una spiga di grano nell’impasto per la costruzione di una capanna. Il direttore assicura che le prime tracce di insediamenti agricoli in occidente sono state rinvenute proprio qui, settemila anni fa. I frammenti di vaso, le schegge di metallo, le punte delle frecce. Gli scheletri, le statuette, i corredi funerari. Allineati uno dietro l’altro fino alla sala in fondo. Con il calco degli scavi, la ricostruzione degli ambienti, la ricomposizione dei corpi. Eccoli. «In quella grotta, a Santa Maria di Agnano, poco fuori Ostuni, ci sono stato la prima volta agli inizi degli anni ‘60 con gli amici dell’Associazione Studi e Ricerche - racconta -; poi sono tornato con il Gruppo Paletnologico». Nel 1991 il finanziamento e l’avvio della campagna di scavi su autorizzazione del ministero. E subito lo stupore. «Il 24 ottobre, verso mezzogiorno, mentre illustravo ai miei studenti l’area orientale, mi colpì l’ingresso ostruito di una cavità. Decisi di esplorarla da solo e mi ritrovai di fronte a uno spettacolo inatteso: sulla volta era ben visibile la parte inferiore di uno scheletro umano, con decine di conchiglie affioranti dalla terra rossa». Un grido richiamò l’attenzione degli studenti. Temevano fosse successo chissà cosa. Era solo l’urlo di meraviglia del professore davanti a quel fagotto, affiorato per il cedimento di un diaframma di pietre e terriccio. Una scoperta dal basso, la sorpresa regalata dalla storia.

Non sono morti di parto, la mamma col suo cucciolo. No. Si pensava questo, forse è andata diversamente. Di sicuro una malattia legata alla gravidanza, probabile una gestosi, per la precisione un’eclampsia: ipertensione, convulsioni, attacchi febbrili violenti. La vita non era stata facile. Non lo è mai, d’accordo; figurarsi a quei tempi. Ma gli ultimi due mesi e mezzo devono essere stati devastanti, tra sofferenze e stress insopportabili. I dentini del piccolo raccontano tutto, nella loro stratificazione a cipolla. Un po’ come gli anelli nei tronchi degli alberi. Lo smalto, letto ai raggi X col sincrotrone di Trieste, parla degli choc subiti nell’ultima parte della gestazione, almeno tre stop bruschi nel percorso di crescita. Uno dietro l’altro, in rapida sequenza. Poi la morte. Il feto e la mamma, uno nell’altra. Insieme. Così come sono riemersi alla luce.

Coppola poggia le mani sulla teca che contiene il corpo della donna e, accanto, la ricomposizione dell’ossatura - integra - del feto. Non ci sono altri casi simili al mondo. «Nuovi scavi ci hanno permesso di riscontrare incisioni di 7.500 anni avanti Cristo che ripropongono il culto delle figure femminili. Questo testimonia la spiritualità della grotta dove la donna di Ostuni è stata sepolta. Dall’Homo Sapiens del Paleolitico superiore fino al culto cristiano della fine del Settecento, Agnano si pone come luogo rituale. Nell’area sono nascosti alla vista così tanti reperti da riempire decine di musei». Il direttore ne è certo: nelle viscere della terra, da qualche parte in quel vasto appezzamento ora sede del parco archeologico, ci sono i resti di una costruzione sacra. Il tempio perduto della Grande Madre.

Dicono così. Che mani pietose abbiano deposto quella donna incinta su un letto di sassi, che l’abbiano adornata come una principessa. Non sapremo mai chi abbia cosparso di ocra rossa quel corpo, chi abbia sistemato un blocco di pietra come cippo. Chi abbia messo denti di cervo, ossa di cavallo e frammenti di bue tutt’intorno a testimoniare l’appartenenza a un gruppo di cacciatori, a inscenare un rito apotropaico e perciò propiziatorio. Non sapremo nulla oltre l’essenziale. Niente di più al di là di quella mano lieve tenuta sul ventre per quel bimbo mai nato e tuttavia, alla fine, venuto al mondo. Ventottomila anni dopo, proprio qui, tra noi. Piccola grande Madre.

 
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Domenica 12 Maggio 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:29