Diviso in quattro sezioni l'allestimento propone la rilettura in chiave contemporanea di altrettanti archetipi

Diviso in quattro sezioni l'allestimento propone la rilettura in chiave contemporanea di altrettanti archetipi
La mitologia, come la testa recisa di Orfeo, continua a cantare anche a lunga distanza dal tempo della sua morte. Così il filosofo ungherese Kàroly Kerényi ha spiegato l'immortalità del mito, tema affrontato dagli artisti di tutti i tempi, dotato di straordinaria capacità prefigurativa e foriero di messaggi che, se correttamente contestualizzati, si rivelano sempre attuali.
Al Crac di Taranto sedici affermati artisti contemporanei ne ribadiscono l'imperitura validità in una mostra incentrata sulla diaspora del mito, ossia su questa sua possibilità di oltrepassare i tempi delle origini per approdare alla più cogente attualità. Un racconto più evocativo che descrittivo in cui il mito è estrapolato dalla sua specifica sfera epistemologica per essere riletto in chiave junghiana come archetipo dell'inconscio collettivo. Le opere in mostra infatti non sempre alludono esplicitamente al mito nel titolo o nelle forme ma da esso si rivelano improntate nelle atmosfere che promanano e nelle suggestioni che generano. Nell'attualità «pittura e scultura, in particolare - scrive Massimo Bignardi, curatore della mostra e docente di Storia dell'Arte contemporanea presso l'Università di Siena - hanno espresso ed esprimono, una sorta di arretramento nel mitico che non corrisponde ad un segnale involutivo della cultura del moderno', bensì quale prospettiva di una capacità da parte dell'artista di reimmaginare la sua relazione con il naturale e l'umano».
Le opere, realizzate da artisti differenti per provenienza, formazione e mezzi espressivi, delineano una panoramica degli ultimi tre decenni, dal 1984 al 2018, snodandosi in un tracciato che potremmo definire metonimico dal momento che attraverso la trattazione di una parte arriva a quella del tutto. La rassegna Diaspora del mito. La sponda ionica è articolata in quattro sezioni ispirate ad eponimi personaggi del mito, tra i più noti e significativi: Mnemosime, Orfeo, Icaro, Dioniso, figure tratte dal dizionario mitologico e connesse al pensiero pitagorico, a quella Scuola nata proprio nelle terre della Magna Grecia ionica. Quattro sezioni precisa il curatore intese non quali espressioni di linguaggi o di tendenze, quanto di riflessione su comuni denominatori, direi su ancestrali contenuti del sé collettivo. Ed è proprio la divisione in sezioni - ripresa anche dal catalogo edito da Gutenbeg con i contributi di Francesca Maria Manchinelli, Maria Carmela Viviano, Greta De Marchi e Silvia Neri - a offrire la corretta chiave di lettura alla mostra. Nella prima sezione Omar Galliani sembra dare un volto a Mnemosine. Una figura femminile con sguardo sommesso emerge da un fondale indefinito. A manifestarsi è la consueta raffinatezza grafica dell'artista emiliano, sospesa tra atmosfere simboliste (alla Odilon Redon) e suggestioni orientali. Alla sospensione temporale generata da atmosfere metafisiche e da perfezione formale afferiscono anche le opere di Stefano Di Stasio e Hermann Albert. Entrambi alludono alle specifiche potenzialità evocative di Mnemosine rielaborando in maniera originale specifici segmenti della migliore tradizione figurativa: il manierismo il primo, la monumentalità del periodo tra le due guerre, tra il Picasso delle Due donne che corrono sulla spiaggia e le Pomone mariniane, il secondo. In bilico tra ricordo personale e identità collettiva si colloca invece l'opera Il segreto degli Dei di Giulio De Mitri, che in una light box sintetizza e confonde nel dominio del blu le immagini di mare e cielo, aria e acqua, divino e terreno. Luce e ombra, segno e spazio, sono invece gli elementi che si combinano nell'opera Pura seta di Piero Pizzi Cannella, in cui una corposa pennellata bianca conquista il centro del dipinto scagliandosi su un fondo nero, alludendo iconicamente al volo di Icaro ed introducendo alla seconda sezione. Qui Antonio Paradiso e Guido Strazza, affiancano incisione e scultura alludendo al volo e all'orizzonte come metafore di conoscenza. Alla superficialità con cui oggi si accede al sapere è invece dedicato il lavoro di Francesca Poto che in un'originale composizione verbovisiva, ottenuta dall'assemblaggio di più tecniche incisorie, contamina mito delle sirene ed età dei social network. Nella sezione successiva dedicata ad Orfeo Angelo Casciello, Bruno Ceccobelli, Giannetto Fieschi, Angelomichele Risi dialogano su vita, morte e natura, tutti temi strettamente interconnessi al mito orfico. Salvaguardando brandelli di figurazione i quattro artisti presentano composizioni plurimediali, allusive più che descrittive. Nell'ultima sezione Claudio Costa, Giuseppe Maraniello, Luigi Pagano e Nicola Carrino rievocano Dioniso con molteplici allusioni al doppio, richiamando quella costante contrapposizione che affronta dionisiaco e apollineo. Di Carrino in particolare, artista tarantino scomparso lo scorso anno, la mostra presenta il progetto per la sistemazione Piazza Castello. Nelle due colonne doriche l'artista sembra rileggere in un andamento circolare, tra corsi e ricorsi storici, l'antologia della sua città e con essa quella del Mediterraneo, bacino di cultura e condivisione. L'insegnamento che se ne trae è quello di rileggere il passato per progettare il futuro.
La mostra, promossa e organizzata dal Crac Puglia della Fondazione Rocco Spani onlus, si avvale della collaborazione della Cattedra di Storia dell'arte contemporanea del Dipartimento di Scienze storiche e dei Beni culturali dell'Università di Siena e del Museo Arcos di Benevento, e del patrocinio della Regione Puglia e della Biennale della prossimità. La mostra resterà aperta al pubblico fino al 21 luglio 2019, dal martedì al venerdì, dalle 9 alle 13 e dalle 18 alle 20.
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Sabato 13 Luglio 2019 - Ultimo aggiornamento: 13:55