Maria Grazia Chiuri: «Immersi nell'arte, guardiamoci con occhi nuovi. Dior a Lecce, un evento straordinario»

Domenica 5 Luglio 2020 di Rosario TORNESELLO
Maria Grazia Chiuri (foto Wang Zigian)
La triangolazione Roma-Parigi-Lecce fa miracoli. Non c’è centro né periferia quando a viaggiare sono le idee. Arte e creatività sono tessuti connettivi capaci di accorciare il tempo, eliminando le distanze. L’agire comunicativo, se finalizzato all’intesa, dimostra come molte cose sono fattibili, e lo sarebbero sempre se il motore primo, non l’unico, fosse l’amore, la passione. Così l’impensabile divenuto possibile diventa realtà quando tutto - e per lo stramaledetto virus in principal modo - sembrava ormai improbabile o, nel migliore dei casi, procrastinabile. Il prossimo 22 luglio Lecce - e quindi il Salento, la Puglia e l’Italia - splenderà di luce nuova con la prima sfilata Dior al di qua delle Alpi. La prima, qui. Meraviglie della volontà. Lungo la stessa linea di comunicazione, con identica ostinazione, muove questo dialogo con la direttrice artistica delle collezioni donna della Maison francese, natali a Roma e origini a Tricase. La bellezza ridotta a parole è nella semplicità, nella spontaneità. Una sorpresa.
Maria Grazia Chiuri, come sta?
«Molto bene. Ce l’abbiamo fatta: finalmente riusciamo a sentirci...».
Se lo dice lei...
«L’agenda degli impegni è materia complessa, non so come definirla: fare prima era umanamente impossibile».
Lei è anche un modello di tenacia. È stato sufficiente seguirla.
«Io non mollo mai, vero. Uno ci deve provare sempre. Arrendersi è troppo facile. Anche se a volte è complicato, bisogna mettersi lì con la santa pazienza».
Basta?
«No, occorre anche molta passione, un aspetto fondamentale: ti dà energia. La mia grande fortuna è svolgere un lavoro che mi prende. Al di là del valore creativo, ha anche un risvolto comunitario: influenza tantissime persone, è quanto meno doveroso farlo seriamente».
L’evento di Lecce è un’esplosione di luce dopo mesi bui.
«Questa pandemia ha lasciato tutti sgomenti. Nessuno era preparato. Lo puoi vedere nei film, ma non pensi possa davvero accadere. Ti ritrovi incredulo, smarrito. Poi in qualche modo uno deve reagire e capire cosa si può fare».
Operazione non proprio semplice.
«C’è il rischio di chiudersi in sé stessi. Ma bisogna trovare la forza per capire cosa fare, anche con il poco che si ha. È il più grande insegnamento: provarci sempre».
Come?
«Con spirito di adattamento ed elasticità mentale. Anche ponendo in discussione processi consolidati: ti metti e cambi. Sono nella moda da sempre, ho iniziato a 22 anni e mi sono ritrovata catapultata alle mie origini, quasi col fai da te. Ho trascorso a Roma - città dove vivo - il periodo di quarantena, senza avere a casa grandi strumenti a disposizione. Così ricominci con carta, penna, colla. Il lato artigianale mi piace molto».
Ha percepito il terremoto in arrivo?
«Abbiamo un grande staff in Cina: non sono potuti venire a Parigi per l’alta moda, in gennaio. Era evidente la gravità della situazione, ma non pensavamo che l’emergenza avrebbe investito di lì a poco l’Europa. In Francia la mia équipe, giovane e molto attenta, ha attuato subito con rigore tutte le misure di precauzione. Poi, poco prima del lockdown, sono rientrata a Roma».
Qui in Salento cominciava a vacillare la certezza di ospitare la sfilata.
«Il progetto Cruise Dior a Lecce non è stato mai in discussione. Quando si è riaperta la possibilità di realizzarlo, non eravamo impreparati: in questo, far parte di Dior aiuta. L’amministratore delegato Pietro Beccari mi ha affiancata, un appoggio fondamentale: “Dai, proviamoci”. Incrociamo le dita».
Scaramantica?
«Un po’. Diciamo prudente».
Dopo Marrakech, Lecce. Lei ha origini salentine: quanto hanno inciso nella scelta della location?
«La Cruise è una collezione importante, perché rimane più a lungo in negozio. È itinerante, ogni anno si decide dove farla coinvolgendo il territorio prescelto. Io sono con Dior dal 2016 e per quest’anno ho proposto Lecce. Mi hanno guardata perplessi: le preferenze di solito vanno a luoghi facilmente raggiungibili. Ma io ci tenevo tantissimo a lavorare in Puglia e col territorio di origine di mio padre, nato a Tricase: era un militare, è morto giovane».
Quanto ci sarà del Salento, oltre allo scenario barocco di piazza Duomo?
«Ho voluto coinvolgere persone del territorio o legate a esso. Per il set up ho chiamato Marinella Senatore, straordinaria nelle iniziative di inclusione: lei è di Salerno, ma ha lavorato diverse volte con l’azienda di luminarie Parisi, chiamata per le scenografie dello show. È un’artista femminista».
We should all be feminists, dovremmo essere tutti femministi, è un po’ il manifesto del suo pensiero, ben evidente nelle sfilate.
«Io credo molto nella possibilità di sostenere le espressioni e le manifestazioni creative delle donne, in secondo piano rispetto a quelle maschili. Ma il progetto di Lecce va oltre la sfilata: è l’idea di interloquire con la città e i suoi abitanti, con tutto quel che si muove intorno».
Chi altro verrà coinvolto?
«Sempre nel solco di essere a supporto dei lavori femminili, ho incontrato la Fondazione Le Costantine. Oltre a perpetuare la tradizione del telaio, aiutano le donne a raggiungere l’indipendenza economica. Il loro motto è “cantando e amando”. Sono andata a conoscerle, a Casamassella: manualità incredibile, atmosfera magica, tessuti favolosi, interpretati diversamente per Dior. E infine, siccome sono cresciuta in quei posti e mi ricordo dei lavori di mia nonna e delle zie quando si riunivano al fresco della sera, sull’uscio di case aperte, ho incontrato Maria Starace per i lavori al tombolo».
L’artigianato sposo dell’alta moda.
«Questo tipo di sapere va tramandato. È speciale, unico. Gli italiani molto spesso danno per scontate le tradizioni, vere e proprie opere d’arte. La collaborazione con Dior offre questa opportunità: guardarsi con occhi diversi. Può suscitare un sentimento nuovo, portando anche i giovani a interessarsi a queste forme espressive e culturali. Gli spunti sono notevoli: Pietro Ruffo per reinterpretare i fiori e la natura pugliese, così arida; Agostino Branca per ripensare la ceramica secondo i canoni Dior. Tutto molto stimolante».
Un grande lavoro dietro le quinte. Cosa resterà?
«Abbiamo avuto il supporto di Edoardo Winspeare, regista bravissimo, immerso nel territorio, straordinario nel trasformare in immagini un racconto. Volevo riprendere e immortalare tutto in un video da mostrare al mondo».
E poi c’è la musica.
«Con la Fondazione della Notte della Taranta un’altra importante collaborazione. Il maestro concertatore, Paolo Buonvino, abita a Roma. È stato un incontro semplice e magico: ci siamo ritrovati a consultare gli stessi libri di Ernesto De Martino. L’idea, comune, è di riproporre la pizzica con occhi nuovi e diversi, lasciando intatta la sua eleganza».
Un grande lavoro corale, solo che qui il direttore d’orchestra è lei. Come si è trovata?
«La cosa bellissima è stata vedere come tutti, malgrado le difficoltà, abbiano avuto piacere a collaborare al progetto della Cruise. Ho avvertito molto forte il senso di comunità. Senza, non ce l’avrei fatta. Quando ho chiamato il sindaco di Lecce, Carlo Salvemini - un contributo decisivo il suo nell’accogliermi e seguirmi, così come quello dell’arcivescovo Michele Seccia - a Parigi sono rimasti sorpresi, loro notoriamente molto formali: “Ma come, chiami il sindaco?”. Certo, e chi altri sennò? Ancor più nei giorni del coronavirus ho sentito forte l’esigenza di portare avanti questo progetto. Da noi ci sono tantissime eccellenze. Non è solo una sfilata».
Lei ha avuto la possibilità di lavorare con le Maison più importanti della moda, in Italia e in Francia. Quali le differenze?
«Sono realtà molto diverse. Quella italiana è meno istituzionale, legata alla creatività e all’intraprendenza di gruppi familiari. In Francia le aziende hanno una storia più lunga: anche se legate al fondatore, hanno sviluppato una struttura autonoma. Lì operano in una cornice culturale, in Italia prevale l’aspetto industriale».
L’evento del 22 luglio cosa lascerà, oltre al ritorno di immagine?
«A Lecce sarà fondamentale raccontare una storia: la bellezza e il savoir-faire propri del luogo. È un aspetto molto spesso sottovalutato da chi lo vive o ne è protagonista. Vedersi da fuori, con gli occhi degli altri, aiuta molto. Anche a Lecce si può allestire un evento mondiale: è un punto di partenza».
Quanto replicabile?
«Guardiamo oltre la singola data. Impariamo che si possono avere relazioni con importanti aziende internazionali mantenendo la specificità locale. Molto spesso c’è la tendenza a snaturarsi pensando di essere, così, più alla moda. No: le contaminazioni devono rispettare peculiarità e tipicità».
Il governatore Michele Emiliano l’ha voluta nella task force per la ripartenza della Puglia. Cosa proporrà?
«Quello per cui mi sento più portata: la moda, appunto. Questa regione ha realtà particolarmente importanti, con abilità molto ricercate e difficili da trovare. Spesso mancano gli agganci con i grandi brand del settore. Lavoriamo su questo».
Lei ha due figli, Niccolò e Rachele. La ragazza è nata qui, 22 anni fa, nell’ospedale di Gagliano del Capo.
«Sì, un parto d’urgenza. Mi sono trovata benissimo. Sono rimasta tutto il tempo accanto a mia figlia, davanti al faro di Leuca. Era destino che il mio legame col Salento si rinsaldasse ancor di più. Papà era andato via da Tricase a 18 anni, ma ci tornava tutte le estati. Sognava di passare sei mesi a Roma, la città di mia madre, e sei mesi in Puglia».
Cos’è l’estate per lei?
«Ha la luce del Salento, i suoi profumi, i suoi colori. Ci siamo venuti sempre. Le prime bracciate a Marina Serra; l’albero di fico dei giochi con i cugini; il tombolo di nonna e zie, da noi ricopiato a matita con tutti i ghirigori; le donne sedute fuori casa, nelle calde serate estive. E poi il tabacco, il duro lavoro nei campi, mio nonno Salvatore piegato in due dalla fatica, la veste sempre nera di nonna Maria Addolorata. Una donna molto forte e bellissima. Sembra ieri... Così mi emoziona poter organizzare ora, proprio a Lecce, l’evento Dior. Molto coinvolgente».
Sua madre era una sarta. Nascono dunque in famiglia la straordinaria vena creativa e l’impegno per le donne?
«Gli esempi non sono mancati: figure femminili, molto attive e presenti, mi hanno trasmesso il senso del dovere e dell’impegno. E poi, sì, c’era tantissima inventiva anche nell’arte raffinata dei ricami. Ma io credo che, in fondo, una vena artistica ce l’abbiano tutti, va solo coltivata. L’Italia avrà anche molti problemi, ma possiede un patrimonio unico di arte, una bellezza infinita e mai scontata: a Galatina sono rimasta senza fiato visitando la Basilica di Santa Caterina. Non mi reputo una donna fortunata: di più».


  Ultimo aggiornamento: 6 Luglio, 17:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA