Il salentino che inseguiva un sogno sulla bicicletta

Giovedì 22 Agosto 2019 di Domenico LENZI
I soccorritori lo trovarono sul margine della pista. Si sarebbe detto che dormisse, se non fosse stato per un vasto taglio sulla fronte, che i lunghi capelli biondi coprivano appena. In lontananza il rumore del tuono induceva a pensare che il creato si apprestasse a piangere.
A Nardò, in prossimità di Porto Cesareo, una rinomata località del litorale ionico salentino, c'è tuttora un autodromo molto importante su cui vengono a collaudare i propri mezzi le principali case automobilistiche. Francesco aveva ottenuto un permesso speciale per utilizzare quel tracciato nelle ore in cui i collaudi erano sospesi. Egli stava conducendo una particolare preparazione per cercare di battere uno strano record ciclistico, e l'allenamento era principalmente condotto su strada; ma di tanto in tanto aveva bisogno di misurarsi con una pista. Quella di Monteroni di Lecce, che nel 1976 aveva visto il trionfo di Francesco Moser nei campionati del mondo, era ormai inagibile; perciò, quando gli era possibile, Francesco utilizzava l'anello di Nardò.

Il nostro amico in passato non era mai stato un vero sportivo, nemmeno da ragazzo. A quei tempi i suoi coetanei correvano dietro a un pallone cercando di emulare campioni come Pelé, Mazzola e tanti altri idoli dai piedi d'oro, ma lui preferiva rimanere a casa a sognare lunghi viaggi per mare e a progettare strane apparecchiature elettroniche. La bici per Francesco era sempre stata una fedele amica e una sorta di svago, oltre che un essenziale mezzo di locomozione. Col suo velocipede il ragazzo al mattino raggiungeva la scuola. Poi la sera cercava di scaricare in bicicletta la fatica e l'ansia di pomeriggi trascorsi sui libri e su strani congegni da lui stesso approntati. E inanellava giri su giri sulla strada panoramica che corre intorno all'isoletta di Gallipoli, dove sorge un antico borgo, denso di storia e d'arte. Pedalando quasi non sentiva la fatica, tanto era il piacere che provava nell'ammirare le bellezze che scorrevano al suo passaggio. Ma al termine della sua escursione era esausto e, attraversato il ponticello di collegamento con la zona peninsulare, si fermava a rifiatare vicino all'antica fontana greca. Quindi, ancora stanco ma soddisfatto, ritornava a casa. E ringraziava il Signore per la proficua giornata che gli aveva concesso.

Il giovane non aveva potuto esaudire il suo grande desiderio di vivere sul mare, essendo figlio unico di una madre anziana dalla salute precaria. Perciò aveva deciso di dedicarsi all'altra sua grande passione, quella per la scienza, iscrivendosi al corso di laurea in fisica presso l'università di Lecce. L'impatto con gli studi universitari non procurò a Francesco alcuna difficoltà, a parte la necessità di una maggiore attenzione alle discipline matematiche, che lì venivano affrontate in termini apparentemente più formali e meno intuitivi di quanto egli fosse stato abituato al liceo. Ma aveva subito capito che quelle di cui si occupava la matematica erano questioni fondamentali, che cercavano di dare per quanto possibile una certa garanzia di verità.

La consapevolezza di essere alle soglie di certezze nuove contribuì a determinare in Francesco un modo diverso di porsi di fronte ai suoi problemi. Dopo aver conseguito la laurea in fisica, il giovane per un certo periodo era rimasto come borsista presso il dipartimento di fisica dei materiali dell'università salentina. Però non era riuscito a inserirsi in modo adeguato nelle ricerche che andavano di moda in quegli anni. Così, una volta scaduta la sua borsa di studio, aveva abbandonato l'università ed era andato a insegnare matematica e fisica in un liceo religioso leccese.
Tuttavia, anche se ormai aveva lasciato l'università, Francesco aveva conservato la convinzione che la scienza potesse dare un contributo essenziale alla risoluzione dei problemi del mondo. Ciò lo aveva portato ad approfondire le sue ricerche sull'energia solare. E nella sua testa stava prendendo corpo un'idea che di lì a poco avrebbe costituito l'unico scopo della sua breve vita e avrebbe segnato il suo destino. Francesco ancora ricordava quando un professore alcuni anni prima, di ritorno dal Giappone, aveva portato una piccola calcolatrice che funzionava con la semplice esposizione alla luce. Sembrava un fatto miracoloso, ma aveva profonde basi scientifiche. Perché, egli si era chiesto, non lavorarci sopra? E presto si era convinto di poter realizzare un giubbino, costituito da migliaia di piccole celle generatrici di energia, che funzionassero grazie alla luce del sole. Già da studente universitario era riuscito ad approntare un rudimentale prototipo di pannello a energia solare che teneva sul balcone di casa. Forse era un po' ingombrante, ma funzionava egregiamente. E nelle asfissianti giornate estive se ne serviva per alimentare un motorino applicato a un ventilatore che aveva scovato in un ripostiglio di casa.

Col suo pannello solare il giovane aveva condotto i primi esperimenti e su di esso si era basata la sua tesi di laurea, che descriveva alcuni efficaci accorgimenti ideati da lui, che permettevano di catturare meglio i raggi solari, garantendo un maggiore rendimento. E dopo mesi e mesi di dedizione e di instancabile impegno, era riuscito a realizzare un giubbino ultraleggero a celle solari, con cui alimentava un motorino elettrico che aveva applicato alla sua vecchia bicicletta. Spesso nei giorni di sole lo si poteva notare mentre sfrecciava lungo la superstrada che collega Gallipoli con Lecce; ed era commovente la tenacia con cui si dedicava a quell'attività. Dal motorino giungeva un flebile ronzio, che quando la pedalata si faceva più decisa era sommerso dal suo ansimare affannoso. La gente che lo vedeva passare, imbottito in quello strano giubbotto mentre il sole picchiava, sorrideva divertita. «Eccolo che spunta. Ma dove va così bardato?», qualcuno esclamava ogni tanto. Lui sentiva, ma scuoteva la testa e pedalava con più lena.

Il nostro amico considerava fondamentale quel tipo di allenamento. Infatti egli intendeva far propaganda alla sua realizzazione tecnologica battendo il record dell'ora di ciclismo su pista, che in quel periodo era detenuto da Miguel Indurain. Il forte ciclista spagnolo aveva realizzato il suo tempo con la sola forza dei muscoli. Ma il nostro irriducibile sognatore sperava che superare Indurain seppure con l'aiuto del sole potesse richiamare l'attenzione di qualche imprenditore che potesse realizzare la sua apparecchiatura a livello industriale.
Intanto egli aveva ormai bisogno di sostituire il suo obsoleto velocipede con una bici da corsa. Perciò si rivolse al dirigente della sezione ciclistica del Centro Universitario Sportivo leccese, che gli fece regalare un bicicletta speciale da una ditta che era all'avanguardia nella produzione di quei mezzi. Però nonostante quel problema fosse stato superato c'era ancora molto da fare, come assumere la giusta posizione sul mezzo e soprattutto imparare a correre su pista.

Quest'ultima era certamente la difficoltà principale. Non sarebbe stato facile per il nostro amico far fronte a questa necessità. La pista di Nardò era un tracciato per auto e non poteva garantire la scorrevolezza di una pista ciclistica in legno. Comunque per il momento non c'erano altre soluzioni praticabili; perciò, quando poteva, il giovane si allenava lì.

Tanti e tanti furono i pomeriggi trascorsi da Francesco su quell'anello, con le gambe che talora diventavano di legno, con la gola riarsa dalla sete e gli occhi che sembravano carboni ardenti. Il sudore impastava sul suo corpo la polvere che uno scirocco inclemente trasportava dalle lontane lande africane. E la sua pelle si riempiva di disegni strani, come tatuaggi tracciati da chissà quale pittore astratto. Talora la sua pedalata si attenuava, le forze sembravano venir meno ed egli era assalito dalla tentazione di abbandonare tutto e di vivere una vita normale. Non era facile sopportare quell'immane fatica, che spesso gli dava l'impressione di non farcela, di essere sul punto di crollare. Ma si trattava soltanto di debolezze fugaci, che egli riusciva a superare grazie alla sua forza di volontà. E in quegli immancabili momenti critici si ripeteva sino all'ossessione che non poteva abbandonare il sogno di una vita, a cui aveva dedicato i suoi anni migliori. Ma non aveva fatto i conti con un insidioso bullone rimasto sulla pista. La bici arrivò sull'ostacolo a tutta velocità, sbandò e cadde rovinosamente sul cemento. E fu la fine.

Ora le giornate piene di nuvole non sono più per me motivo di tristezza. Guardo le nubi che si inseguono nel cielo e mi pare di vederne una che corre più delle altre. Sono sicuro che si tratta di Francesco che continua a pigiare sui pedali per prepararsi a qualche corsa in Paradiso. E vuol farmi capire che il nostro impegno per una causa nobile, per un sogno meraviglioso non deve mai scemare; perché la speranza non deve morire. E allora il nostro sogno forse si potrà avverare. © RIPRODUZIONE RISERVATA