Dante Alighieri, italiani grazie a lui tra lingua e identità. «Ma non facciamone un'icona pop»

Giovedì 25 Marzo 2021 di Ilaria MARINACI

Quest’anno ricorrono i 700 anni dalla sua morte, eppure Dante Alighieri non è mai stato così vivo. «Non ne facciamo però un’icona di tutto – ammonisce Rosario Coluccia, professore emerito di Linguistica italiana all’Università del Salento e accademico della Crusca – ma cerchiamo di capire lui, la sua opera, il suo tempo, la sua lingua in modo che serva per noi e per gli altri. È vero che è entrato nella cultura di massa ma evitiamo il genericismo assoluto».

Oggi è in programma il secondo Dantedì, la giornata nazionale dedicata all’Alighieri e istituita lo scorso anno individuando come data quella in cui gli studiosi ritengono sia iniziato, nel 1300, il suo viaggio nell’aldilà narrato nella “Divina Commedia”, la sua opera universale. Una ricorrenza nata per celebrare la grandezza del Sommo Poeta, che conosce ancora oggi una fama mondiale inscalfibile. Le iniziative anche quest’anno non potranno essere pubbliche e almeno per il momento ci si dovrà accontentare di dibattiti, convegni, mostre proposti on line.

È vero, professore, che Dante non è mai stato così vivo come oggi?

«Certo. Stiamo vedendo cose che, anzi, non mi sarei aspettato dal punto di vista della pervasività della presenza e delle iniziative. Il che va benissimo per ricordare, celebrare e ragionare su Dante, ma evitiamo il genericismo assoluto. Parlare di Dante richiede attenzione, cura e serietà. Per carità, ognuno ha il diritto di fare quello che vuole, ma il rischio di un eccesso di manifestazioni può esserci».

Un rischio forse dovuto al fatto che Dante viene ormai percepito come un personaggio pop?

«È vero, lo abbiamo visto protagonista in tutte le salse, dai fumetti Disney ai videogiochi delle Playstation, e tutto questo è positivo. Ma attenzione: qualche volta, torniamo a parlare seriamente di quello che ha significato questo enorme personaggio, per esempio, per la lingua italiana».

Cosa ha significato?

«Qualcuno dice che Dante ne è stato l’inventore. Non è vero. Non è che prima di lui non esistesse la lingua italiana, ma con la sua opera ha dato il sugello alla lingua del tempo. In molti casi, Dante inventa parole, forme, costrutti nuovi. In altri, proprio perché usa nella “Divina Commedia” quelli già esistenti, li marchia facendoli arrivare fino a noi».

In effetti, è impressionante la mole di espressioni che usiamo e che risalgono a Dante.  

«Da “Non ragioniam di lor ma guarda e passa”, verso chi ti dice male, a “Lasciate ogni speranza o voi che entrate”, che, in un film recente, “Come un gatto in tangenziale”, ritroviamo sui muri di Bastogi, quartiere degradato della periferia di Roma, oppure nelle carceri uruguaiane, scritto dai prigionieri di madrelingua spagnola. O ancora: “Amor ch’a nulla amato amar perdona”, presente nelle canzoni di Venditti e Jovanotti e poi “mi fa tremar le vene e i polsi”, dove polsi è un latinismo che indica le arterie. Ci sono le parole che lui conia con i prefissi in, ad, ab, come “infuturarsi”, entrare nel futuro, “immiarsi”, entrare in me, “appulcrare”, rendere bello, oppure “Belpaese” per indicare la penisola. Insomma, lui ha creato molto e, nel contempo, ha utilizzato benissimo quello che c’era».

Come si spiega il suo successo attraverso i secoli e anche all’estero?

«Molti autori stranieri hanno confessato di aver capito mille cose accostandosi al testo di Dante, un testo che avvince soprattutto nella cantica dell’Inferno. Meno in quelle del Purgatorio e del Paradiso, dove la lingua cambia per accostarsi a concetti filosofici e teologici più alti. Qualche anno fa 28 atenei degli stati allora membri dell’Unione Europea sono stati chiamati a indicare gli autori fondamentali nella costruzione dell’identità europea. Lo stato di appartenenza di un autore non poteva votare il proprio per evitare campanilismi. Primi sono arrivati Dante, Shakespeare e Cervantes perché hanno saputo toccare le corde della sensibilità umana».

C’è stato un periodo, fra Seicento e Settecento, in cui Dante è stato nell’ombra. Cosa è accaduto?

«Lo capiamo guardando le edizioni prodotte della “Divina Commedia”. Fra Sei e Settecento sono relativamente poche. Vuol dire che in quel periodo non ci fu una grande richiesta di quel testo a differenza di quanto accadde prima e dopo. Probabilmente perché, allora, la sensibilità lasciò il posto alla razionalità del nascente Illuminismo. Con il Romanticismo e il Risorgimento Dante torna in auge e ognuno se lo tira un po’ dalla sua parte, come succede pure ora».

È giusto vedere in Dante un anticipatore dell’Unità d’Italia?

«Non nei termini politici di oggi. Diciamo che un’idea di Italia ce l’aveva ed è stato uno dei grandi precursori dell’identità italiana che ha contribuito a creare con la sua lingua e con la sua opera. Di certo, aveva una forte visione politica, un bisogno di unità e un ripudio delle lotte intestine, ma, per intenderci, non faceva profezie e non ha profetizzato Renzi».  

Che cosa c’è ancora da studiare sotto il profilo accademico?

«Moltissimo. Nessuna opera dantesca è giunta a noi autografa. Una cosa che si sta provando a fare è avvicinarsi il più possibile al testo come scritto nella “Divina Commedia” con metodi scientifici e filologici. Sulla lingua, invece, con la Crusca stiamo lavorando su un vocabolario dantesco, consultabile on line, dove si analizza ogni parola della “Divina Commedia” vedendo in quali testi dell’epoca ricorre, chi l’ha usata e con quale accezione. In questo modo allestiamo strumenti che possano servire anche per ricerche future».  

 

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