C’erano una volta... “li cunti” popolari

Lunedì 5 Aprile 2021 di Claudia PRESICCE

Era na fiata e ncera na mamma e tinia nu fiju. La mamma lu mannau prima a nu monacu cu se mpara le cose de Ddiu; ma iddu nu vose ne saccia mai nienti. E le cristiane la cunsijara, la mamma, cu lu manna a lu Cullegiu, ca ddai nc'è lu Mesciu. Alla fine, vista l'inconcludenza del ragazzo, la mamma lo cacciò da casa e lui allontanatosi venne accolto da Nanni Orcu, e lì cominciò l'avventura di questo figlio disgraziato.

Ci sono leggende antichissime che diventano narrazione dei territori. Sono racconti fantastici che intingono la penna nell'immaginario collettivo originario di un luogo, diventano un filo rosso che attraversa il tempo trasportando mentalità, saggezze popolari, vecchie arguzie, pregiudizi. A volte finiscono in rima e si fanno canti, filastrocche oppure nenie intrecciate col profondo tessuto connettivo della tradizione orale. La cadenza ridà il ritmo di una lingua venuta dalle profondità del tempo. Eppure, come cantilene di antichi carillon, questi bossoli di passato sopravvivono senza corrosione all'oblio della polvere del tempo, se qualcuno le recupera soprattutto.

"Fiabe e canti dell'antica Terra d'Otranto", ricco di fotografie storiche dell'antico Salento, con un testo introduttivo di Eugenio Imbriani, è un'antica primavera che si riaccende. Può sembrare un ossimoro parlare di antico e di primavera, ma in questo caso è proprio quello che sta succedendo al Salento e ad altri territori dalla lunga storia. Infatti i repertori culturali popolari sono, soprattutto oggi, considerati un valore, pagine ricche di memoria, che di arricchirle non si finisce mai. Al di là quindi degli studi del settore, degli affanni di ricerche certosine di studiosi, portare canti e storie del passato nella contemporaneità, e con pubblicazioni maneggevoli restituirli ai lettori del terzo millennio, diventa un'operazione essenziale e pensata. Ricolorare la tradizione orale risulta una manovra culturale lungimirante.

E veniamo quindi ai contenuti specifici del libro, che da venerdì sarà in vendita nelle edicole in abbinamento con Nuovo Quotidiano di Puglia. È una riedizione di fiabe e canti popolari della provincia di Terra d'Otranto tratti da alcune pubblicazioni comparse tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. In particolare si troveranno tra le pagine tre testi. Il primo è la raccolta Fiabe e canzoni popolari del Contado di Maglie in Terra d'Otranto pubblicata nel 1881 da Pietro Pellizzari, con i testi in dialetto salentino e una sua traduzione in italiano. Il secondo è un opuscolo dello stesso autore dal titolo Canzoni d'amore del Contado magliese in Terra d'Otranto del 1911. Alle nozze del figlio Achille, il Pellizzari dedicò questa raccolta alla nuora Silvia Mazzoni. Il terzo è il volume Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d'Otranto, con un'aggiunta di canti e fiabe popolari del 1893 di Giuseppe Gigli, con canti e dieci testi in prosa.

Tanti sono i protagonisti dell'immaginario popolare che in questo nuovo libro si rincontrano. Lu Nanni Orcu è uno di quei personaggi mistici, d'importazione araba, caldaica, egiziana, che so io, che si connettono, per dirla alla moda, con un ciclo particolare e svariato di fiabe scrive Pellizzari a proposito delle storie dedicate a questa singolare figura, un po' cattiva e un po' buona, caratteristica del Salento. A questi va aggiunto anche il più classico Lauro, una sorta di spiritello dispettoso che, con mille denominazioni, esiste in ogni luogo.
Gigli inserisce una breve storia, il cui protagonista, il laùru, abbiamo già incontrato, con un altro nome, scazzamureddhu, in Pellizzari; è un essere bizzarro, minuscolo, inafferrabile, fastidioso e impudente, che ne combina di tutti i colori, intreccia le code e le criniere ai cavalli, taglia i fili del telaio, si pone sul petto delle persone la notte per non farle respirare, molesta le ragazze, fa il contrario di quello che dice spiega Imbriani nella densa introduzione.

Nei racconti popolari alcuni protagonisti si alternano ai vertici della stessa storia, fa notare Pellizzari (in un ricco apparato di note a margine dei testi e anche in pagine intere di critica o racconti sulle fiabe da lui riportate). Tra questi, ad esempio, la cumare musca che a volte è una gatta o altro ancora, abita in una storia che però nella sostanza non cambia: infatti non cambia neanche il terribile finale Surgicchiu meu, surgicchiu, cadisti in pignaticchiu. Emblematici sono alcuni racconti come questo che sottolineano, anche con una sorta di umorismo nero, dei tratti opportunistici della gente del Sud. In sostanza capita sovente di incontrare una sorta di presa in giro autoironica dei popolani, come nella storia citata nell'incipit che riguarda un giovane stolto aiutato diverse volte da Nanni Orcu, ma sistematicamente caduto nelle mani di imbroglioni.

C'è una verità in tutte queste stranezze? si chiede Imbriani nell'Introduzione, e ricorda Italo Calvino che diceva le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi.

Gigli era un poligrafo con velleità da letterato del 1862 di Manduria (poi studiò a Lecce e insegnò a Livorno dove morì nel 1921), e il suo libro è un lavoro di raccolta importante soprattutto dal punto di vista antologico, avendo riunito una serie di canti di Manduria e una selezione di testi da raccolte sparse già pubblicate, canti di Mesagne e poesie in vari vernacoli locali. Le storie sono da lui liberamente tradotte in italiano perché evitò di riproporre l'originario dialetto non troppo apprezzato negli ambienti letterari.

Ultimo aggiornamento: 11:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA