Cotrona, si è rotto il patto tra padri e figli

Cotrona, si è rotto il patto tra padri e figli
di Giuliano PAVONE
3 Minuti di Lettura
Venerdì 11 Settembre 2015, 23:19 - Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 09:22

“Primo” (Gallucci HD, 16 euro), terzo romanzo del tarantino Maurizio Cotrona (sarà presentato oggi alle 18.30 a Taranto, alla libreria Ubik di via di Palma), può essere definito una favola nera o, come suggerisce lo stesso autore, “un western familiare”. Vi si narra di una famiglia dopo la nascita del secondogenito, curiosamente chiamato Primo, su cui un padre “in delirio di impotenza” cerca di sperimentare un modello educativo all’altezza dei tempi, tempi adatti ad aquile e lupi. Con lo sfondo di una madre ridotta in stato catatonico dal parto e di un primogenito alla continua e vana ricerca di attenzioni, si consuma una lotta all’arma bianca fra papà Giacomo e il neonato Primo, la cui straordinaria intelligenza viene messa al servizio di propositi tutt’altro che remissivi. Siamo nel territorio delle piccole apocalissi, del caos calmo, dove le mura domestiche diventano il piccolo palcoscenico in cui vanno in scena drammi universali.

Maurizio Cotrona, uno dei concetti forti del romanzo è il conflitto generazionale…

«È stato anche il primo motore che mi ha spinto a scrivere questa storia. Soprattutto qualche anno fa si parlava molto di questo conflitto che è strano, perché da un lato i figli spesso dipendono economicamente dai padri, dall’altro è ormai chiaro che la classe dirigente ha saccheggiato gli ovili del futuro senza lasciare nulla alla generazione dei figli. Avere incarnato questa ribellione in un bambino nei suoi primi mesi di vita mi ha consentito di “purificarla” da qualsiasi connotazione politica e di approcciare la questione tenendomi lontano da sovrastrutture troppo colte».

C’è poi anche una riflessione sull’attuale ruolo del padre.

«Si è parlato molto della scomparsa del padre. Qui si assiste a un tentativo di ritorno del padre, una specie di restaurazione che però, coincidendo anche con la scomparsa della madre, assume forme mostruose. Giacomo vuole essere un superpadre ma fallisce».

La storia si svolge nel futuro prossimo: nel 2021. Perché?

«Mi serviva un contesto in cui l’attuale crisi precipitasse ancora un po’, e questa degenerazione è rappresentata dall’obsolescenza del patrimonio immobiliare, sempre più decrepito e soggetto a crolli. Un fenomeno questo, che inizia già a essere evidente oggi e che, a ben vedere, è un’altra eredità generazionale che raccogliamo dagli anni del boom economico».

Ci troviamo poi in una città qualsiasi, senza alcuna connotazione geografica riconoscibile. Nei romanzi precedenti invece era presente Taranto. Che rapporto hai con i tuoi luoghi di origine?

«Vivo a Roma da diversi anni, ma resto profondamente tarantino. Mantengo un forte legame con la mia città, dove torno spesso, anche se il fatto di non viverci regolarmente me ne dà una percezione falsata. Non mi sentirei in grado di parlare della Taranto contemporanea. Eppure Taranto è uno dei pochi posti di cui ha ancora senso parlare, in un tempo in cui le caratterizzazioni geografiche tendono a scomparire e i luoghi si somigliano sempre più fra loro. Non a caso nel progetto in cui sono ora impegnato, ambientato sulla costa salentina immediatamente a Sud di Taranto e che si svolge su due piani temporali diversi, il passato è molto connotato geograficamente e il presente non lo è affatto».

Qual è il tuo giudizio sul mondo editoriale?

«In buona parte positivo. Ho sempre lavorato con persone oneste che si sono date da fare perché i miei libri venissero valorizzate al meglio. Nessuno mi ha mai chiesto soldi per pubblicare, anche se so che purtroppo è una pratica diffusa. Non credo che ci siano i famosi “capolavori chiusi nel cassetto”. Credo invece che esistano decine di editori che non cercano altro che un bel libro da pubblicare. I problemi piuttosto iniziano dopo la pubblicazione, quando i grandi gruppi editoriali mettono in pratica dei meccanismi predatori fagocitando tutti gli spazi di visibilità nelle librerie e nei media».