Michela Marzano: «Fiducia sbriciolata. Impariamo a dire "non so": tacere è un servizio reso alla scienza»

Giovedì 14 Maggio 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Presentazioni superflue, si va subito al sodo. Idda è idda, giusto per rendere omaggio al suo ultimo lavoro (ma idda, sia chiaro, non è l’idda del suo lavoro). La contorsione semantica è semplice invito alla lettura. Idda, qui, è lei.
Michela Marzano, buongiorno.
«Buongiorno. O buonasera? Cosa si dice alle 15?».
Bella domanda. Buon pomeriggio, credo. Perché, lì a Parigi?
«Qui ci sono tagli più netti. Chiedevo per questo. Ogni volta che torno dall’Italia mi assale il dubbio».
L’Italia, ecco. Le manca?
«Sì. Non riesco a capire se e quando potrò tornare. Per due mesi, in pieno semestre universitario, sono stata buona e quieta. Ora, però, scalpito. Da tempo avevo comprato i biglietti aerei per volare in Salento domenica prossima, 17 maggio. Tutto bloccato».
Dal 18 nuove aperture, ma per gli spostamenti ancora nulla.
«Divieti in Italia e divieti in Francia. Ogni giorno consulto i siti ufficiali. Ma al momento non ci sono speranze».
Aveva progettato una vacanza?
«Avrei approfittato delle tre settimane di sospensione, tra la fine delle lezioni e l’inizio degli esami, per lavorare al mio nuovo libro, a Campi Salentina».
Un rifugio?
«Ho recuperato la casa di famiglia, ci torno quando posso. È la città di mio padre; Taranto lo è di mia madre. Tra quelle mura ho terminato il mio ultimo libro, “Idda”. Avevo deciso di fermarmi lì per ricominciare a scrivere. I miei genitori vivono a Roma, dove sono nata; non so quando potrò rivederli. Il problema, in questa fase, sono gli affetti».
Eppure viviamo in connessione perenne col mondo.
«Siamo tutti on line, sempre al pc, ognuno col proprio volto sullo schermo. Come apprezzare la reazione emotiva degli altri?».
“Idda” l’ha riportata più volte nei suoi luoghi di origine, dal lavoro di scrittura alle presentazioni.
«La voce narrante è quella di Alessandra, una biologa salentina da anni in Francia per lavoro. Quando la madre del compagno, Annie, “Idda” appunto, si ammala di Alzheimer, lei è costretta a fare i conti col proprio passato. Il dialetto salentino le riappare durante una lezione: parla della foglia della vite e le viene spontaneo dire “ua” invece di uva. Ed è la prima di una serie di parole dell’infanzia».
Un romanzo in parte autobiografico?
«Sì, ma legato al dramma vissuto dalla madre di mio marito, Renée: si era ammalata di Alzheimer, ora è morta. Il romanzo è dedicato a lei, se ne è andata qualche mese prima. Cosa resta di noi quando la vita scivola via? Sono convinta che, pure quando si dimentica tutto, rimanga comunque l’affettività. Sebbene Annie non riconosca più il figlio, continua ad amarlo. Nel testo, Alessandra decide di tornare al proprio paese per riaprire i conti col padre. Dovevo essere a contatto con i miei luoghi. Un omaggio alla mia terra».
Cos’è il Salento per lei?
«Quando ero bambina andavo spesso a Campi. Recuperando la casa dei miei nonni, ho compiuto un ritorno alle origini. So che può far sorridere: non siamo delle piante, ok. Ma la linfa vitale la ritroviamo nella storia della nostra famiglia e della nostra terra. Prendiamo forza e valori lì dove affondiamo le radici».
Cosa l’attira?
«Quando arrivo a Campi, mi fermo lì. Non faccio grandi giri turistici. Non mi interessano le cose finte innestate un po’ dappertutto. Mi attraggono i motivi autentici, tipici. L’odore dell’uva, ecco; la distesa degli ulivi, ora devastati dalla xylella. Il Salento ha in sé una forza irresistibile. Questa terra arida che cerca acqua e infonde energia per andare avanti. È la tenacia, la cocciutaggine. Dobbiamo ricentrarci su questo».
Parlava delle cose finte. Non sia feroce.
«Ci sono delle mete turistiche tra le più note, inutile fare i nomi, dove non si può più andare. Hanno distrutto le tipicità rovinando i sapori, gli odori, i colori. È tutto omologato. Dalle nostre parti è fantastica la cucina, un trionfo di creatività e ingredienti genuini, trasposizione di una storia densa di fatica ed emozioni. Abbiamo i profumi, l’olio, le verdure. Mi chiedo: con un patrimonio di questo tipo, perché smarrire la propria identità nella nouvelle cuisine? Non capisco questa corsa alle novità che trascura le tradizioni».
Non avremo lo sguardo un po’ troppo rivolto all’indietro?
«Non bisogna restare ancorati al passato, ne sono convinta. Ma è pur vero che abbiamo bisogno di memoria. Soprattutto, di rielaborarla».
Dica qualcosa di positivo.
«Ci provo. Le luci. Quella del sole, l’illuminazione delle feste patronali. San Pompilio, Sant’Oronzo... Ora però neppure quelle, a pensarci bene: nella versione a led sono inguardabili. Anche le ricorrenze, ormai: tutto a uso e consumo di un turismo massificato. Neanche più la copeta - si dice così, vero? - è quella di una volta».
La crisi da pandemia mette a dura prova le nostre certezze di meta turistica.
«Già. Occorrerà rivedere tutto. Anche su questo, bisognerà ricentrarsi. Il turismo sarà meno importante ma qualitativamente più interessante, con tutte le bellezze a nostra disposizione. I francesi sono portati a valorizzare qualsiasi pietra antica, noi abbiamo piazzette e paesini bellissimi ancora da recuperare e valorizzare. Però puoi star sicuro che un ristorante fintissimo lo trovi sempre e comunque. Il fascino si perde nell’uniformità».
Noi tutti, invece, come ne usciremo?
«È un momento complicato. Abbiamo visto immagini che rimarranno impresse per sempre: la colonna di camion militari con le salme delle vittime, i forni crematori al completo, la solitudine dell’ultimo addio. Impiegheremo anni prima di poter trovare le parole giuste per descrivere tutto ciò».
Quale sfida ci attende?
«La prima è ricominciare a vivere insieme, rispettando le misure di sicurezza. Noi siamo abituati al contatto. A un metro e mezzo di distanza non riusciamo neppure a vedere la sfumatura degli occhi, ora una mascherina ci coprirà anche viso e sorriso. Ecco: la sfida sarà vivere l’empatia, restare aperti agli altri invece di chiudersi in sé stessi. Avevamo già la tendenza a non avere fiducia immediata nel prossimo, adesso il rischio è di aumentare il livello di diffidenza».
Tutta la politica degli ultimi anni ha seguito il paradigma della paura.
«A maggior ragione dobbiamo essere attenti e vigili per impedire che ogni forma di contatto venga demonizzata. Se alla paura dello straniero si aggiungerà quella dei nostri vicini ci ritroveremo murati in una solitudine che distruggerà il legame sociale».
Perché è così difficile prescindere da questo cliché?
«Perché è molto facile fomentare il sentimento della paura. L’altro ci rinvia all’alterità che ci portiamo dentro. Ed è difficile per ciascuno vivere tale dimensione, a maggior ragione ora che la morte ci è così vicina. E invece la paura va attraversata. Coraggioso non è chi non ha paura, quelli sono i temerari, ma chi - pur provandola - si dà gli strumenti per affrontarla e andare avanti. È questa la lezione che ci dobbiamo dare. E non va solo spiegata, ma anche vissuta e incarnata».
Quali parole abbiamo per dirlo?
«Tutti sono alla ricerca di definizioni tecniche: contagio, vaccino, pandemia, isolamento. Io credo sia il caso di guardare al futuro. E, oltre a coraggio, la parola chiave deve essere fiducia. Dobbiamo ricostruirla, perché si è come sbriciolata. All’improvviso è venuto meno il quadro concettuale di riferimento. Eravamo capaci di controllare gli eventi, o almeno lo ritenevamo: progettare, guardare avanti, realizzare. Invece ci siamo trovati bloccati, impossibilitati a decidere cosa fare, come partire, quando tornare. L’incertezza è grande, ma dobbiamo convivere con essa. Fiducia, allora. Negli altri e in noi stessi».
Complicato. Si è incrinata anche quella nella scienza.
«Solo perché con le parole cerchiamo di riempire il vuoto. Ma imparare a tacere, ammettere la non conoscenza, è un modo per portare avanti proprio la scienza. Invece si parla sempre, ci si contraddice e si crea sfiducia. Possiamo ammettere di non sapere: non siamo onniscienti. A Parigi ho un corso di Etica medica: la nozione di verità in questo ambito è complessa e multifattoriale, e tra questi fattori c’è l’impotenza. I medici devono nominarla: dire “non so” è il primo passo per riscuotere fiducia».
È difficile fare i conti con i propri vuoti.
«Fa parte della condizione umana, come le fratture. Siamo cresciuti convinti che volere fosse potere. Mancanze e vuoti ci ricordano la finitezza dell’esistenza umana».
In quei vuoti spesso ci buttiamo dentro di tutto. Vogliamo parlare dei social?
«Sono importanti, io sono grata per quanto fanno e per il ruolo che svolgono. Il problema è nella misura. Non è detto che ogni santo giorno ci siano le parole giuste e cose da dire».
Questi due mesi ci hanno messi a dura prova. Recupereremo la bellezza della vita?
«La bellezza è dappertutto. Prendiamoci il tempo che serve per guardarla, anche in noi stessi. Questo periodo ci ha costretti a fare i conti ciascuno con il proprio passato e i propri errori. Ma stare così tanto tempo a contatto con sé stessi non è facile, tant’è che adesso molti sono in cerca di psicoterapia o psicofarmaci. C’è la bellezza, ma ci sono anche i vuoti. Alessandra, in “Idda”, voleva fare come se alcune cose non fossero mai accadute».
Il cerchio si chiude: il passato è lì che ci aspetta.
«Il passato ci riacciuffa sempre: se non impariamo a fare i conti con il nostro vissuto, sarà lui ad agire per noi. E a quel punto saremmo non più attori ma semplici spettatori della nostra stessa vita».

  Ultimo aggiornamento: 15 Maggio, 16:32 © RIPRODUZIONE RISERVATA