Caputo: «Piazze e spiagge sono luoghi di vita. Al mare separati da plexiglas? No, grazie»

Giovedì 23 Aprile 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Paolo Caputo e la piazza interna di Palazzo Lombardia, a Milano
L'appuntamento alle 15,30 è un piccolo test a sua insaputa, detto senza malizia, per carità, ché in Italia non si sa mai. La telefonata parte otto minuti dopo. Se prevale l'indole mitteleuropea, lo farà pesare: un tono sostenuto della voce, un velato fastidio con sopracciò meneghino, cose così, insomma. Se nelle vene scorre sangue mediterraneo, quello di questa terra, dove il tempo sì, vabbè, importa ma è pur sempre variabile eterea e perciò astratta, scavallerà come se nulla fosse. Sono le 15,38 di un giorno infrasettimanale. Proviamo.
Architetto Paolo Caputo...
«...come sta?».
Dovrei chiederlo io...
«Si vive con nuove modalità. Emergenza a parte, una ricchezza di opportunità rispetto al passato».
Trova?
«Certo. Occorre prenderci la mano, ma si parla a distanza, anche tra gli estremi del mondo, con modalità decisamente easy. L'ideale per noi che amiamo la vita all'aria aperta».
I confini liberi sono un po' nel suo Dna.
«La mia famiglia è segnata nei registri parrocchiali di Tricase fin dal 400. La vita poi ti porta a compiere strani giri. Papà è stato un dirigente dello Stato, dalla Puglia in Campania, da qui in Abruzzo. Le mie nevrosi mi hanno indotto a scappare a Milano per seguire Architettura al Politecnico. Sono un cittadino del nord e continuo a esserlo».
Ecco, appunto...
«Dopo la laurea i miei professori mi invitarono a fermarmi in facoltà, così da cinquant'anni vivo e lavoro qui. Prima assistente di ruolo di Ludovico Barbiano di Belgioioso, poi associato, infine ordinario. Ma vengo spesso in Salento, ho una piccola tenuta dalle parti di Ruffano. Il Salento... A volte mi fa una rabbia...».
Ci torniamo, professore. Mi parli di Milano. La punta di diamante scalfita dall'emergenza.
«Un altro brusco stop. Sono passati quasi trent'anni da Mani Pulite. Una grande sofferenza per la città. Allo scoramento aveva fatto seguito, allora, la ricerca di nuovi equilibri. Ero presidente della sezione lombarda dell'Istituto nazionale di architettura: ho vissuto quella fase anche da un punto di vista istituzionale».
Il capoluogo rinato dalle sue ceneri e tornato a essere la capitale morale d'Italia. Ora il coronavirus, evento tragico e impensabile.
«Milano ha capacità di ripresa e rigenerazione incredibili. Pur nell'alternarsi di governi e colori politici, vive nella continuità. Formentini ha marcato la differenza tra prima e dopo, ma con Albertini, la Moratti, Pisapia e Sala ha seguito una coerente linea di sviluppo».
Qual è stato il suo contributo per il nuovo volto di Milano?
«Nel 2004, insieme con lo studio Pei Cobb Freed & Partners, ho vinto il concorso per la progettazione di Palazzo Lombardia, la nuova sede della Regione, l'edificio che fa da sfondo alle cronache di queste settimane. Con Henry Cobb avevamo già fatto dei lavori, così lo invitai a partecipare. È morto il 2 marzo scorso a New York, a 93 anni. È stata, quella, un'operazione brillante: a lungo, con i suoi 161 metri d'altezza, il grattacielo più alto d'Italia».
Cos'altro?
«Solo alcuni esempi: la pianificazione di Porta Nuova, gli interventi alla Bovisa e all'area Expo, sempre a Milano. E poi, con lo studio di Renzo Piano, la riqualificazione delle ex acciaierie Falck a Sesto San Giovanni. Ho lavorato su milioni e milioni di metri quadri e cubi per la riqualificazione urbanistica di Milano».
Ci si ritrova?
«Molto. È una città aperta. Abbiamo lo stesso mood. Milano è un luogo di accoglienza e integrazione, curioso, dinamico. Tutti fattori congeniali al mio carattere».
Come la vede, ora, in fase di lockdown?
«Straordinariamente bella. Un effetto metafisico e surreale che affascina noi cultori dell'estetica. Tuttavia sono luoghi che, come autore di spazi, sono portato a immaginare abitati. Io amo la città che corre, si affretta, vive notte e giorno, in connessione perenne con tutti gli angoli della terra. Per questo vederla così mi fa anche soffrire. Spero di ritrovare presto la mia Milano».
Come sarà?
«Un po' tutto diverso. Si dovranno ripensare alcune abitudini, servirà prudenza, attenzione. Qui vitalità e vivacità giravano a pieno regime. Si era creato un sistema meraviglioso che pulsava all'unisono: dai Navigli a Porta Nuova, uno stesso circuito di frequentazioni e idee. Milano ha dimostrato la sua capacità di rigenerarsi e ripensarsi. Fondamentale l'appuntamento con Expo. Gli amanti del nuovo hanno ritrovato questo luogo tra le mete preferite, oltre Parigi, Londra, Barcellona, New York... Le élite e le masse ne hanno fatto insieme il centro dei propri interessi per i musei, la cultura, l'arte e la moda, primo motore della contemporaneità. Un sistema creativo ed economico unico. Qui si respira un senso civico delle istituzioni molto nordico, quasi calvinista. Una religione della cosa pubblica».
La feriscono le critiche che ora le piovono addosso?
«Mi sembrano animate da spirito di rivalsa. Il complesso dei secondi: quando il migliore inciampa, gli altri godono. Inspiegabilmente: il primo della classe è un vanto per tutta la classe. Invece il Paese vive di conflitti perenni, autentici o artefatti, tra Nord e Sud, con Roma relegata a ruolo di secondo piano. Milano era il volto e il manifesto di questo paese. E non glielo hanno perdonato».
Crede siano stati compiuti degli errori in questa fase?
«Non lo escludo, ma non sono un medico e non mi spingo in valutazioni. Di una cosa, tuttavia, sono sicuro: dateci qualche settimana e questa macchina si rimetterà in moto».
Come cambieranno architettura e urbanistica?
«Qualcosa andrà ridisegnato, senza svolte radicali o soluzioni drastiche; altri aspetti perdureranno. Era già in atto una concatenazione di carattere funzionale, una dissolvenza tra dimensione pubblica e privata: gli spazi residenziali diventano luoghi di rappresentanza, quelli di lavoro includono angoli domestici, family size nel look e nel feeling. Sto lavorando in piazza Dante a un edificio di ultima generazione in ambito coworking, con interni ritagliati come fossero aree della casa. La tendenza è a trasmettere una dimensione familiare, intima, friendly. Niente più ambienti freddi nella visione fordista dell'open space, legata a ottimizzanti modelli organizzativi».
E le città muteranno aspetto?
«Gli spazi pubblici rispondono a diversi imperativi: essere protetti e tutelati; controllati per ragioni di sicurezza; multitasking per le esigenze di anziani e bambini, lavoratori e sportivi. Al centro di Palazzo Lombardia abbiamo creato una piazza coperta grande come un campo di calcio; un luogo pubblico all'interno di un edificio istituzionale».
La pandemia impone distanze.
«Questo ci porta a delle riflessioni per gli accorgimenti del caso, ma rimane intatta la valenza simbolica dei luoghi che, in fondo, ne determina la fruizione: una piazza è una piazza è una piazza, una spiaggia è una spiaggia è una spiaggia».
C'è chi ipotizza l'impiego di plexiglas come séparé in riva al mare. Non proprio petali di rosa, per tornare alla parafrasi di Gertrude Stein.
«Plexiglas? Fortunatamente ci sono incompatibilità mentali a sentirsi isolati fino a questo punto per godere delle bellezze naturali. Non vedremo quelle scene».
Il sole, il mare... Il Salento, inevitabilmente.
«Il Salento mi fa arrabbiare».
D'accordo, perché?
«Una terra meravigliosa, piena di potenzialità, con un paesaggio devastato dalla xylella: ulivi falcidiati sotto gli occhi di chi aveva e ha il governo del territorio senza che si muovesse un dito. Anche i miei alberi centenari della tenuta di Ruffano, tutti morti. Per tutelare una manciata di voti hanno fatto finta di non capire. Distrutta la storia e la civiltà di un territorio».
Proviamo a ripartire.
«Allora ripensiamo il Salento cominciando dagli alberi, dal paesaggio. Poi passiamo agli edifici, ai centri storici, alle periferie. E infine arriviamo ai servizi e all'ospitalità, ultimi ma non ultimi».
Andiamo nei dettagli.
«È talmente forte, il Salento, che si potrebbe fare di tutto. Ci sono lidi di qualità, masserie di livello, iniziative culturali importanti. Ha saputo catalizzare l'attenzione internazionale. Ma sotto alcuni profili è indietro rispetto ad aree contigue, magari meno dotate ma più organizzate. A Brindisi, ad esempio, ci sono realtà straordinarie. Penso a Masseria San Domenico, a Borgo Egnazia, a quei luoghi capaci di eccellere in qualità, anche culinaria. Così non è stato nella parte più a sud».
Differenti scelte.
«L'unicità può essere un pregio, ma non deve scadere nel caricaturismo. L'offerta non si è adeguata alle vocazioni e alle potenzialità esistenti. C'è un problema di classe dirigente, a vari livelli. L'ospitalità va creata e gestita. Penso a una scuola di alta formazione, ma vedo un territorio impreparato al salto di qualità».
Arrabbiato e anche pessimista.
«Intendiamoci: o il Salento resta quello che è e si lecca le ferite tipo xylella, flagello da cui si può uscire solo con un piano straordinario, o si inventa un percorso di recupero e rilancio. Il tacco d'Italia ha il tracciato ferroviario ideale per un turismo dolce; potrebbe creare la più vasta rete di itinerari ciclopedonali, alcuni legati alla storia e alla devozione religiosa; è favorito dal clima mite per soggiorni lunghi e dalla tranquillità congeniale a cure e terapie. Potrebbe diventare il luogo del benessere e della salute. Cosa aspetta?».
Per grandi progetti occorrono grandi investimenti.
«Facciamoli. Dobbiamo recuperare soldi da affidare a persone di qualità, di alto profilo. Qui ci sono eccellenze in tutti i settori, dalla scienza alla comunicazione, dall'imprenditoria alla creatività, dall'arte alla cultura. Mettiamo insieme le migliori intelligenze. Il mondo rimarrà stupito».
  Ultimo aggiornamento: 24 Aprile, 21:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA