Il libro/ Coluccia e le trappole della lingua italiana: così parlare diventa esercizio di democrazia

Domenica 17 Gennaio 2021 di Rosario TORNESELLO

Il punto interrogativo meriterebbe una trattazione a parte. Perché ammanta l’enunciato con un dubbio imbarazzante e nella sua forma di gancio rovesciato sospende a mezz’aria le nostre certezze, le stesse con cui pensiamo, parliamo e dunque agiamo, come se dalle singole parole, dall’articolazione delle frasi, dalla composizione dei periodi e perciò dall’esposizione dei ragionamenti e dall’elaborazione dei discorsi dipendesse il nostro modo di essere al mondo e, in definitiva, lo stesso nostro mondo. Anzi, per la precisione: non “come se”, quanto - piuttosto - “giacché”: dall’uno dipende l’altro. Perciò il libro appena pubblicato da Rosario Coluccia, professore emerito di Linguistica e accademico della Crusca, parla a tutti, nel linguaggio chiaro e semplice di un’opera culturale e divulgativa, appendendo però subito nozioni e convinzioni di ciascuno all’interrogativo che chiude il titolo: “Conosciamo l’italiano?”.

Poteva essere operazione più ambiziosa e perentoria, giustificata dal linguaggio smozzicato e sbriciolato della comunicazione di massa imperante, veicolata da social o chat di gruppo, e perciò piatta e sciatta: “Conosciamo l’italiano”. Punto e basta. Poteva starci. Pure declinata nell’ammiccamento pedagogico, umana comprensione di chi sul tema la sa lunga ma ne ha pure viste molte, tante, da saper bene cosa fare del purismo accademico e cattedratico, chiuso nella torre eburnea di un sapere da tramandare con sguardo accigliato e ieratico: “Conosciamo meglio l’italiano”. E anche questo, come titolo, poteva andare: nell’aggiunta dell’avverbio il riconoscimento delle lacune e l’invito a colmarle. Anche un sollecito un po’ più attenuato avrebbe potuto sortire analogo effetto: “Conosciamo bene l’italiano”, dal sapore un tantino beffardo per indurre ognuno da sé a porsi qualche domanda in più. Tuttavia la scelta fatta - l’interrogativo e il soggetto collettivo - rende giustizia a un’iniziativa editoriale che ha molti meriti sotto l’egida dell’Accademia della Crusca, editrice del volume. Il sottotitolo svela il senso della pubblicazione e rimanda ai molteplici contenuti: “Usi, abusi e dubbi della lingua italiana”. Una prova intellettuale alquanto complicata tenere insieme contenuti complessi e finalità esplicative. Ma l’esposizione sapiente diventa esercizio di democrazia, e qui emerge il valore dell’opera: “La lingua appartiene a tutti, parlando e scrivendo, usandola in modo variabile e personale, ne decidiamo collettivamente le sorti”, spiega l’autore. Sicché il testo non è per noi. Il testo siamo noi.

Coluccia lo scrive in premessa: “Non è un libro di grammatica né un manuale di didattica dell’italiano. La lingua più di ogni altra facoltà ci appartiene e ci caratterizza. Siamo sempre immersi nella lingua, durante l’intera giornata parliamo, ascoltiamo, leggiamo, scriviamo. Con tutti i mezzi possibili, antichi e nuovi, compreso l’onnipresente cellulare. Anche di notte comunichiamo con le persone, carissime o a volte sconosciute, che vengono a popolare i nostri sogni”. L’idea dell’immersione rimanda alla storiella dei due pesci giovani che incontrano un pesce vecchio. “Salve ragazzi, com’è l’acqua oggi?”. E loro, sorpresi: “Cosa diavolo è l’acqua?”. Ecco, cosa diavolo è l’italiano? Ci siamo talmente dentro, e da sempre, da non sapere bene cosa sia e dove stia andando. A quali pericoli è esposto, ad esempio? Quali sono le mutazioni in atto? Qual è il ruolo di internet? Quale peso hanno le parole straniere? Ed esiste un modo per imparare a usare bene l’italiano? Domande come ganci, appunto, ai quali appendere le nostre conoscenze e le nostre fallaci certezze. La posta in gioco non è scontata, né banale. La grande competizione dei nostri giorni - spiega nell’introduzione Coluccia - è “eliminare il divario linguistico che ci impedisce di essere davvero una civiltà moderna e democratica”. Saranno parole, ma non sono chiacchiere. La differenza non è così sottile.

A questo punto, un’auto-citazione: i lettori capiranno, essendo appuntamento settimanale fisso. Buona parte dei temi trattati nel volume - infatti - riprende, modificati, ampliati e adattati al diverso contesto, i contenuti affrontati da Coluccia nella rubrica curata ogni domenica proprio sulle pagine di questo giornale, “Parole al sole - Di mestiere faccio il linguista”. Qui il merito sta tutto nel metodo seguito dall’autore: partire dall’osservazione di fatti linguistici concreti, molti sollecitati con lettere ed e-mail alla redazione, per dare suggerimenti pratici, tenendo insieme l’attendibilità delle informazioni con la necessità di chiarezza. “Il riscontro dei lettori, di tutte le età e di tutte le fasce sociali, mi incoraggia a proseguire su questa strada. Non mi interpellano solo professori e avvocati. Della lingua italiana mi parla qualche volta il fornaio e il macellaio. L’italiano interessa anche a loro. Questo mi piace molto. Siamo sulla strada giusta, con la buona lingua aiutiamo la nostra nazione a ritrovare l’identità. E incoraggiamo noi stessi all’attenzione reciproca e al rispetto. Ne abbiamo bisogno, di questi tempi”. E che tempi.

Gli esempi abbondano lungo le 197 pagine del libro, divise in sezioni. I riferimenti si muovono lungo il sottile filo dell’ironia. I titoli di capitoli e paragrafi sono a volte un rimando a motti dello spirito con cui rileggere le trappole della grammatica, della sintassi e della semantica. Il primo apre il fuoco di fila e detta la linea: “Se Attila è il fratello di Dio, io speriamo che me la cavo”. La leggerezza espositiva abbinata alla profondità degli argomenti è il leitmotiv di tutta la trattazione (il prof perdonerà il forestierismo). Totò ricorre più volte di Dante, e anche questo qualcosa vorrà pur dire: la partita finisce con un largo vantaggio del principe della risata sul sommo poeta, 18 citazioni a 14. Ma non cercate nelle ultime pagine bibliografia e indice dei nomi e delle parole commentate: non ci sono, per scelta precisa. Vi basti sapere che nel volume compaiono linguisti, semiologi, pedagogisti, storici e filosofi. Ma anche personaggi della storia e della politica, della religione e dello sport; cantanti, attori, fashion blogger e persino personaggi della fantasia. Insomma: da San Francesco a Papa Francesco, da Ludovico Ariosto a Leonardo Sciascia, da Palmiro Togliatti a Silvio Berlusconi, da Chiara Ferragni a Vasco Rossi, da Snoopy a Geronimo Stilton. La lingua, come detto, appartiene a tutti. Nonostante tutto.

Come venga utilizzata, poi, è altro discorso. Ed è il motivo per cui hanno visto la luce la rubrica, prima, e questo libro, poi. Se l’appuntamento domenicale va avanti da anni e si alimenta ogni settimana di nuovi elementi un motivo ci sarà. Per scoprirlo, conviene addentrarsi nella lettura del libro. Qui è sufficiente richiamare uno dei capitoli in cui da Italo Calvino si arriva a rapide falcate a Nanni Moretti seguendo la strada scoscesa dell’antilingua, come la definisce Coluccia in omaggio a un brano dello scrittore in cui si racconta di un poveraccio accusato di un furto da quattro soldi. Frasi semplici per una difesa disarmante: “Ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata”. Concetti chiari che nella trascrizione del solerte brigadiere diventano “prodotti vinicoli situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante”. L’antilingua, spiega Coluccia, consiste nel ricorrere a parole che “sembrano solenni, più elaborate rispetto all’uso corrente, che per questo appaiono preferibili”, laddove è vero il contrario: “Usare parole facili e comprensibili migliora l’efficacia della comunicazione”. Né più né meno di quanto avvenga nel dialogo di “Palombella rossa”, capolavoro morettiano in cui il protagonista, incalzato da un’intervistatrice armata di frasi fatte e inglesismi a raffica, reagisce urlando: «Ma come parla? Come parlaaaaaa? Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti».

Ecco: le parole, il loro uso, il loro significato. Chiamare le cose con il loro nome. Una rosa è una rosa è una rosa; non ha bisogno d’altro. Come le ultime righe del libro, composte nei titoli di coda di un lavoro appassionante e dedicate da Coluccia agli ideali destinatari delle sue riflessioni: i professori e gli studenti. “La ragione è presto detta: nella scuola e nell’università si gioca la sfida decisiva, quella che segna presente e futuro della lingua e dell’intera società italiana”. Presente e futuro: conosciamo (bene) l’italiano?
 

 

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