Non c'è solo la verità scientifica

Martedì 8 Settembre 2020 di Domenico LENZI
Recentemente ho avuto modo di apprezzare, sul Quotidiano di Puglia, sia un articolo di Antonio Errico sia un articolo che Egidio Zacheo ha fatto agganciandosi al primo. Però debbo confessare una piccola riserva in relazione alle critiche che Zacheo inizialmente rivolge a Errico.

Zacheo scrive: Dunque non esiste una conoscenza non scientifica: il solo conoscere è quello che produce certezze verificate dalla scienza. In linea di massima sarei d'accordo, ma mi lascia perplesso il termine solo che egli usa nella sua frase. Del resto qualche tempo fa Rosario Coluccia, anche lui su Quotidiano, scriveva: La filologia offre gli strumenti intellettuali per analizzare testi e affermazioni, del passato e del presente, allo scopo di discriminare il vero dal falso (). E portava come esempio significativo la Donazione di Costantino, un editto in cui l'imperatore avrebbe fatto importanti concessioni al Papato. Coluccia diceva che nel 1517 il filologo Lorenzo Valla esaminando punto per punto il documento con analisi linguistica e con argomentazioni di tipo storico, dimostrò che l'atto era un falso della cancelleria pontificia.

Quindi, al di là delle verità scientifiche, ce ne sono tante altre, molto importanti e degne d'attenzione. Inoltre, le stesse verità galileiane sono basate su verifiche confermative contingenti e non assolute: sono verità sino a prova contraria. Ciò vale anche per la stessa meccanica einsteiniana che ha evidenziato alcuni nei della meccanica classica, che però continua a valere nelle attività di ogni giorno.

Ma è indubbiamente vero che le scienze di tipo galileiano come quelle fisiche, ingegneristiche e informatiche, in cui la matematica svolge un ruolo fondamentale sono quelle che hanno avuto i progressi più eclatanti. Mentre, al di là del mondo della matematica, c'è da dire che larga parte della scienza ordinaria si basa su procedure del tipo prove, errori e correzioni, spesso basate su scoperte di tipo serendipico, casuali pur nella loro innegabile importanza che vanno al di là del metodo galileiano, anche se sono in grado di fornirci un continuo, considerevole progresso.
Però mi addolora il fatto che spesso in ambito scientifico il nostro comportamento sia improntato a uno status di scimpanzè evoluti con cui condividiamo circa il 98% del patrimonio genetico piuttosto che essere caratterizzato dal nostro essere Homo sapiens. E la recente pandemia ne è stato un luminoso esempio, con gli scienziati del ramo in lotta tra loro, spesso però non tutti preoccupati soprattutto del loro comparire sulla ribalta televisiva.

Le caratteristiche di Homo sapiens sono presenti nel bambino sin dalla nascità; ma il percorso filogenetico che le ha determinate è abbastanza recente, essendo iniziato circa 20mila anni fa. Perciò queste caratteristiche se non sollecitate e coltivate quanto prima finiscono con l'intorpidirsi, attenuando le attitudini analitiche e critiche che sono essenziali nella ricerca della verità.

E in quest'ambito è fondamentale una attivazione sapientemente guidata sin dai primi momenti di vita del bambino delle nozioni numeriche, facendo capire che mostrare pollice e indice non è un segno globale come quelli utilizzati dagli animali nelle loro comunicazione ma è un segno analitico legato al fatto che quelle dita si contano: uno, due; prescindendo da quale sia il primo dito che viene designato con la parola uno. Il che consente di iniziare a prendere coscienza della distinzione tra la singolarità (UNO) la soglia della pluralità (NO, DUE).

Purtroppo di questo non ci si rende conto; e i libri della prima classe della scuola primaria sono pieni di esempi in cui si contano palline, caramelle, giraffe, gazzelle, mele e pere e chi più ne ha più ne metta dando ai bambini l'impressione che sia importante (SIC!) distinguere i vari casi; come si può verificare su un libro per i primi apprendimenti dell'aritmetica che recentemente è stato abbinato a un giornale molto diffuso.
In realtà la filastrocca dei numeri è una sorta di metro che si accosta in modo oculato, secondo la metodologia del contare a gruppi di oggetti per valutarne le eventuali diverse quantità; così come una fettuccia millimetrata si accosta al lato di un tavolo, di un banco, di una scrivania e chi più ne ha più ne metta per valutare quale sia eventualmente più lungo.

Ma, venendo all'articolo di Errico, sembra che Zacheo voglia criticare che Stefano Visintin si sia ritirato in convento alla ricerca di verità che non potrà trovare, dato che non potrà valutarle galileianamente. Tuttavia questa scelta di vita è un'indicazione veritiera del fatto che tutto sommato è effimero inseguire affermazioni, successi e gloria, che veramente ci allontanano dai problemi reali del mondo e della nostra società.
La scelta di Visintin non è rara. E pare che lo stesso Ettore Majorana, scomparso mentre si recava a Palermo per ricoprire una cattedra di fisica, si sia ritirato presso la certosa di Serra San Bruno in Calabria. Ma si tratta di voci che girano in quel posto favoloso.

Verso la fine del suo articolo Zacheo afferma che «tra conoscenza scientifica e conoscenza umanistica c'è un divario enorme che, se non colmato, può portare ad una condizione di vita dissestata». Su ciò siamo completamente d'accordo; ma la strada da percorrere non è semplice. © RIPRODUZIONE RISERVATA
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