9 aprile 1920, Nardò sognò la Repubblica

Giovedì 9 Aprile 2020 di Claudia PRESICCE
Proprio lì, in quel Sud abbandonato dove qualcuno intravide una serpeggiante pericolosa propaganda socialista e ultracomunista tra i lavoratori agricoli, dove l'esasperata oppressione dei potenti andava generando fermento popolare per i morsi della fame dei lavoratori, già due anni prima della marcia su Roma, andò germogliando il seme fascista.

C'era una volta Nardò del primo 900 e, tra le sue strade assolate, un'embrionale prova di volo' delle aspirazioni repubblicane era destinata a diventare emblematica per l'intero territorio e per la storia successiva. Parlava di un popolo sfruttato e ridotto alla disperazione che si mise a chiedere che venissero rispettati i diritti del lavoro esistenti. Ma, subito dopo che questa classe contadina mise a nudo la sua potenziale reattività, l'assemblea dei proprietari della cittadina deliberò di costituirsi in fascio d'ordine cittadino per la tutela dei civili ordinamenti. Il potere dei più forti avrebbe trovato la sponda per i 20 anni successivi, con la faccia della più ingiusta prevaricazione. Ma andiamo con ordine.

La storia raccontata dalla piccola grande rivoluzione che esattamente cento anni fa, il 9 aprile del 1920, infiammò Nardò è stata ricostruita passo dopo passo attraverso le carte del processo, celebrato due anni dopo, nel nuovo volume di Salvatore Coppola Repubblica Neritina. Nardò, 9 aprile 1920. Cronaca politico-giudiziaria di una rivoluzione attraverso la voce dei protagonisti (Giorgiani Editore). Non doveva andare così questo centesimo anniversario: erano previsti convegni, ecc. Tuttavia lo studioso che firma questo libro, e che doveva presentarlo oggi, ha mantenuto l'impegno preso da tempo con la memoria di quella rivolta che tende a sbiadire tra le pagine della storia nazionale (che finisce, nell'insieme, per ingoiare' accadimenti locali).

«La rivolta di Nardò del 9 aprile 1920 rappresenta il punto estremo del conflitto sociale nel biennio rosso' in terra salentina e una delle più drammatiche vicende dello scontro politico in Puglia tra la fine del primo conflitto mondiale e l'avvento del fascismo spiega Coppola è meglio conosciuta come Repubblica Neritina, come si leggeva sul testo del cartello che uno dei leader sindacali, Giuseppe Giurgola, fece affiggere al posto delle immagini dei Savoia in Municipio. Dell'argomento hanno anche scritto Remigio Morelli, già negli anni Settanta, poi Mario Mennonna, Vittorio Raho e io stesso con Dora Raho. La novità è qui data dalla disponibilità degli atti giudiziari: ho studiato le carte contenute nei due grossi volumi del processo con più di 200 imputati e ho ricostruito la storia dalla voce dei protagonisti».

In tribunale emersero infatti le voci: dello Stato, di testimoni, imputati e delle donne, della stampa, dei dirigenti politici e sindacali, quella dell'accusa e la sentenza.
«La sentenza (emessa il 18 febbraio 1922) si rivelò un vero e proprio atto d'accusa nei confronti della classe padronale», spiega Coppola. Il Collegio giudicante individuò tra le cause del malcontento dei lavoratori il comportamento scorretto dei forti e medi abbienti di Nardò e riconobbe ai rivoltosi imputati il beneficio della grave provocazione.

Il libro, circostanziato e chiaro, invita a far luce su questa emblematica microstoria. Nella Prefazione lo storico Remigio Morelli contestualizza la giornata neritina partendo da ciò che generò la protesta delle leghe degli agricoltori e dei muratori. La rivolta di Nardò non fu un avvenimento isolato e straordinario spiega Morelli ma l'ennesima esplosione del conflitto sociale quasi quotidiano che caratterizzò un arco temporale molto lungo tra il '19 e il '21 in Italia e che ebbe in Puglia e nel mondo bracciantile del Mezzogiorno una delle punte più aspre. Fattori immediati degli scontri, la fame, i razionamenti e il rincaro dei prezzi dei generi di sussistenza, la mancanza di lavoro per la contrazione degli investimenti. A cui fa riscontro la pessima gestione dell'emergenza sociale da parte dello Stato e dei suoi organismi periferici come mera questione di ordine pubblico, affidata spesso a funzionari di prefetture e polizia.

I numeri parlano: il territorio di Nardò, secondo il censimento del 21, comprendeva 15.932 abitanti con 960 possedenti, e un esercito di 8.740 braccianti trattati alla stregua di servi della gleba. Nacque così quel 9 aprile neritino, sulla scia di piccole ribellioni che costellavano l'Italia: a gennaio, a Monteroni ci fu la prima vittima dell'anno e 19 feriti. A Nardò doveva essere solo uno sciopero generale: i rivoltosi si fecero consegnare le armi dalle forze dell'ordine per evitare che venissero usate e, leggendo le carte processuali spiega l'autore che nessun atto di violenza fu perpetrato a danno delle persone da parte dei rivoltosi.
La bandiera rossa, issata sul palazzo comunale, fu l'emblema di una rabbia repressa per molto tempo: la rivolta fu detta presto politica e i toni pacifici. Ma la reazione spropositata, nel pomeriggio, dei militari inviati dal Prefetto di Lecce cambiò tutto: la rivolta di Nardò sfociò nel sangue e a sparare per primi furono i soldati contro i manifestanti che chiedevano di deporre le armi per scongiurare ciò che di fatto accadde. Sarebbe emerso dalle indagini che nessun carabiniere era stato ferito da colpo di arma da fuoco, ma solo da corpi contundenti (sassi), mentre i lavoratori rimasti feriti furono colpiti da schegge e proiettili. Tre furono i morti: un agente e due lavoratori, tanti i feriti.

Durò poco, però il profumo di quella pagina di lotta restò a lungo nell'aria. Quei contadini che avevano issato la bandiera rossa sul Municipio e proclamato la Repubblica avevano dato l'illusione che quel mondo bracciantile (al di là di politici e sindacalisti) potesse arginare il sistema atavico di sfruttamento cui era sottoposto. La risposta che seguì fu opposta: i padroni, fieri di aver sedato la rivolta, il giorno dopo sfilarono tronfi organizzando forme di autodifesa armata fasciste contro l'invadenza sovversiva (cioè muratori e contadini che chiedevano il rispetto dei diritti). Ma il vento repubblicano sarebbe tornato, dopo 20 anni.
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