“Sognando Rania”, i sogni di una giornalista fra le donne di Giordania

Sabato 6 Giugno 2020 di Claudia PRESICCE
«Abbiate fede nei vostri sogni, giacché in essi è nascosto il cancello dell'eternità»: così scriveva il poeta mistico Kahlil Gibran, libanese figlio di cristiani maroniti, nel suo capolavoro pubblicato a New York nel 1923 “Il Profeta”. Non è un concetto nuovo, è anche presente in vario modo nella filosofia classica, ma è sempre troppo poco messo in pratica in queste vite vissute tra inutili impellenze e siderali vane velocità che finiscono per cancellare spesso la vera natura di ognuno. I nostri ritmi, ormai anche nei bambini, sono scanditi da un ritmo slegato dall'indole, dalle reali necessità emotive di ognuno (che sono proprio ciò che presto si impara a calpestare). Eppure, ognuno nella sua lentezza interiore, contatta la strada che porta a quel cancello' a cui saremmo protesi naturalmente, ma poi nel tran tran accade di dimenticarsi che esista quel percorso altro', più vero, più nostro. Da giovani soprattutto non dovrebbe succedere mai. Perché quando è ancora tutto da dire, tutto da fare e da scrivere, l'idea di alzarsi per andare a prendersi il proprio sogno dovrebbe essere insegnata anche a scuola.

Non è un caso se quel pensiero di Gibran compaia a pagina 85, insieme ad altri, nel libro “Sognando Rania” della giornalista, caporedattore del Messaggero, Lucia Pozzi. È un romanzo, ma è anche una storia impastata alla realtà, in cui si sentono fluire la vocazione del lavoro giornalistico (che appartiene alla scrittrice) e le difficoltà di incastrare questa passione con la vita vera, con i sentimenti, le radici, la contezza di sé. La storia si potrebbe sintetizzare come una favola in cui una giovane appassionata giornalista sogna di intervistare una regina. Ma in realtà è una favola molto più ampia, perché il mestiere di divulgatrice della Pozzi rende queste pagine una cornucopia di valori, in una storia finalmente politically correct' (di incorrect ce n'è già tanto in giro). Infatti accanto alla vicenda umana di una giovane donna contemporanea sorpresa in un momento di svolta della sua esistenza, scorre l'incontro tra Occidente e Oriente, o meglio tra l'Italia e la cultura araba di un luogo incantato come la Giordania.

Il libro si apre ad Amman, la capitale della Giordania, ed è quella città che, con i suoi vapori e le sue sfumature, sarà una vera protagonista per lo spessore umano dei suoi abitanti, prima ancora che per la bellezza di mercati e moschee, strade colorate e cieli da mille e una notte. La regina sognata che la protagonista cercherà di raggiungere ed intervistare, è la splendida Rania di Giordania, un esempio per le donne arabe di civiltà e bellezza interiore che ha surclassato, creandone di nuove, le classiche categorie di donne di potere di tutto il mondo.

È da questo punto di vista il libro un gioco tra donne, con la giornalista, la giovane Nina che è il contatto con l'ufficio stampa della regina, poi l'ambasciatrice giordana in Italia, ma non solo. L'incontro tra donne che qui è fatto di solidarietà e forza, prosegue come una scia che accompagna la nostra protagonista dalle sue vecchie amiche italiane alle nuove sorprendenti ragazze' di Amman, con le loro anime lunghe capaci di accarezzare anche a distanza chi entra in contatto con il loro mondo emotivo profondo.

«Mi resi conto che Nina stava acquistando una valenza ancora superiore: con la sua risposta, in sostanza, avrebbe determinato il corso della mia vita privata e professionale confessa la protagonista ed eccomi con un flash del pensiero di fronte a una verità: da quella giovane donna musulmana dipendeva ogni mia possibilità di avere un futuro felice.
Un futuro felice per una donna non è mai solo un bel lavoro. Infatti poi c'è Paolo, l'incontro che può rivoluzionare una vita, che lavora per una organizzazione umanitaria internazionale, un guerriero anche lui, in fondo, un soldato al servizio dei suoi ideali. La trama non va svelata di più perché è una scoperta leggera da fare via via. Quello che però va qui sottolineato è l'idea sottesa di una umanità positiva verso l'incontro con l'altro, entusiasta di scoprire le diversità che diventano nuova ricchezza da imparare. Ed è un'umanità bella che tra noi esiste, è la più numerosa, anche se fa molto meno rumore dell'altra.

Quando la nostra giornalista guarda le donne giordane coperte dai veli che si aggirano nella loro città (lì a differenza di altri paesi è una scelta, non è obbligatorio), piuttosto che giudicare cerca di capire la loro posizione.
«Il mio istinto mi diceva che c'era qualcosa di subdolamente affascinante nel poter attraversare il mondo vedendo senza essere vista. Passare coperta e impercettibile, invisibile, inesistente. Conferisce leggerezza non essere individuabili, disimpegno, forse un senso di eterna libertà. Ma come si può resistere a essere eteree, il nulla appunto, agli occhi della società? L'avrei chiesto a quelle donne delle quali vedevo solo gli occhi attraverso una sottile fessura, l'avrei chiesto agli uomini pronti a scansarsi al loro passaggio e attenti a evitare perfino di sfiorarle», scrive Lucia Pozzi.

La descrizione parte da una prospettiva opposta a quella della subordinazione alla quale istintivamente noi ci riferiamo, e può comunque far riflettere. E in questo senso anche la Barbie vestita di nero, con tanto di velo sul viso, diventa «un'immagine strana da coniugare con quella della bambola di plastica sexy per eccellenza, che siamo abituati a vedere in costume da bagno o comunque in tenuta seducente, con mille accessori smorfiosi». La sexy Barbie, agli antipodi anche da noi della classica mamma di famiglia morigerata, lì si chiama Fulla: «Porta lo hijab, ma sotto è uguale alle nostre Barbie». © RIPRODUZIONE RISERVATA