La classe operaia di Guido Rossa: il ritratto anti-retorico del militante Cgil nel saggio di Sergio Luzzatto

Martedì 23 Novembre 2021 di Antonio MANIGLIO

“Va bene, depongo io, do la mia testimonianza”. Con queste parole Guido Rossa, operaio comunista dell’Italsider denunciò un fiancheggiatore delle brigate rosse. Dopo tre mesi, tragicamente puntuali, arrivarono le pallottole dei brigatisti. 
Era il 24 gennaio 1979 e da dieci anni, dalle bombe fasciste di piazza Fontana del 1969, l’Italia era attraversata da una scia di sangue che sembrava non dovesse finire mai. Il periodo più buio della storia repubblicana. Agli italiani fu chiesto di non chiudersi a casa e di vigilare per sconfiggere trame eversive e terrorismo. E Guido Rossa, unico caso di un cittadino che abbia osato denunciare un brigatista, era uno che gli occhi li teneva ben aperti e non ebbe pertanto alcun tentennamento nel decidere da che parte stare. E per questo pagò il prezzo più alto. Ma l’assassinio del militante comunista e della Cgil, colpito alle 5 di mattina, nell’ora in cui gli operai si alzano per andare a sgobbare in fabbrica, ebbe un effetto devastante per le stesse Br.


I colpi esplosi nottetempo sul rappresentante dei lavoratori dell’Italsider illuminarono la torsione sanguinaria dei brigatisti e rischiararono quell’area grigia che all’interno delle fabbriche era fatta di indifferenza (“né con lo stato né con le br”), talvolta di simpatia e finanche di contiguità. Dopo l’omicidio di Rossa non era più possibile restare estranei a un conflitto dove si assassinava un capo operaio. E davvero si può dire che il 29 gennaio 1979 – di fronte a 250mila persone - si “consumavano, insieme, il funerale di Guido Rossa e il funerale delle Brigate rosse”.


Oggi quella storia viene ripercorsa da un libro dello storico Sergio Luzzatto, “Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa”, sviluppando un punto di vista originale con l’obiettivo – come scrive l’autore - di “non ridurre i suoi quarantaquattro anni ai suoi ultimi quattro mesi o, peggio, ai suoi ultimi quattro minuti”. Non unicamente un santino politico e un martire della democrazia ma il ritratto di un uomo a tutto tondo.
Luzzatto va alla ricerca delle radici più lontane della famiglia di Guido Rossa, ripercorrendole vicende che portano il padre prima ad emigrare dal bellunese per andare a fare il minatore in alta Lorena, poi a ricongiungersi con la famiglia a Torino per fare l’operaio. Storie di ordinaria povertà e di voglia di riscatto, vite straordinarie nella loro normalità. 


Anche per Guido lo sbocco del lavoro è naturale e appena quindicenne, dopo l’avviamento professionale, entra in fabbrica. Sono gli anni in cui, dopo essere stato assunto come fresatore alle Presse di Mirafiori sud, scopre la passione per l’alpinismo manifestando da subito doti eccezionali tanto da guadagnarsi la reputazione del fuoriclasse. Tanto è vero che a diciannove anni, con gli “speciali chiodi a espansione che si costruisce da solo, in officina, arriva sulle dolomiti e scala due tra le vie più celebrate delle Cime di Lavaredo”; nel ’63 con altri otto compagni organizza addirittura la spedizione sull’Himalaya. Ma in Nepal Guido non ammira solo l’enorme estensione delle vette glaciali, le pareti di tremila metri. Vede anche “la grande fame dell’Asia, i bambini che nascono e muoiono di fame sui marciapiedi delle grandi città, quella miseria che non abbiamo neanche avuto il coraggio di documentare”. Scoprire quella realtà lo spinge a riflettere – come scrive in una lettera al suo più caro amico - sulla “necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza, un interesse che si contrapponga a quello quasi inutile dell’andare sui sassi”. Non si può essere solo “conquistatori dell’inutile, dobbiamo scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro”.


Siamo nel 1970 e Guido Rossa, che nel frattempo si è trasferito a Genova, si immerge pienamente nelle battaglie politiche e sindacali. Iscritto dal 1967 alla sezione del Pci dell’Italsider (1300 tesserati su 10mila dipendenti) si occupa dell’applicazione dello statuto dei lavoratori, della promessa di compartecipazione attraverso i consigli di fabbrica e si fa interprete di istanze, esigenze, bisogni dei lavoratori. Ma sono anche gli anni in cui l’Italia entra negli anni di piombo. E proprio a Genova, nel 1974, le brigate rosse portano a compimento la prima grande operazione politica e militare: il sequestro del giudice Mario Sossi. E poi c’è lo stragismo fascista: cinque giorni dopo la liberazione di Sossi c’è la bomba in piazza della Loggia a Brescia (otto morti) e due mesi dopo l’attentato al treno Italicus (dodici vittime). E’ la notte della Repubblica. Dal Pci parte l’appello alla vigilanza democratica contro l’eversione di destra (e degli apparati deviati dello stato)e a una “vasta prevenzione di massa” per monitorare la penetrazione del terrorismo nelle fabbriche dove in effetti, scriveva Rossa in un appunto, “le Br ci sono state e ci sono”. Ma tra gli operai c’era anche paura, passività, attendismo. Ecco perchè quando Guido Rossa denunciò il “postino” e fiancheggiatore delle Br, Francesco Berardi, si ritrovò drammaticamente solo. E il suo nome, accompagnato anche da una descrizione fisica (“semicalvo, barbuto, con un giubbotto blu”), fu perfino dato in pasto ai terroristi dal quotidiano di Genova, “Il secolo XIX”. Quando nel buio di via Fracchia i colpi dei brigatisti Vincenzo Guagliardo (“un fresatore che spara a un fresatore”) e di Riccardo Dura (ex marinaio) colpirono la “spia berlingueriana” tutti compresero – e lo disse Luciano Lama ai funerali, interpretando il senso di colpa e la rabbia che aleggiava in quella piazza immensa - che “se il gesto di coraggio civile compiuto dal compagno Rossa non fosse rimasto troppo isolato, se tutti noi fossimo stati un solo grande testimone forse la vita di questo nostro compagno non sarebbe stata spezzata”.
Il saggio di Luzzatto, in definitiva, non si limita a lucidare il piedistallo sul quale Guido Rossa poggia a causa della sua tragica morte ma punta a far emergere, insieme alla coerenza e al coraggio del militante comunista, la sua personalità poliedrica, la ricchezza dei suoi interessi e dei suoi pensieri. Anche stando giù in mezzo agli uomini, e battendosi per la loro dignità in fabbrica, Guido Rossa era capace di volare alto e sognava – come scrisse sul quindicinale dell’Italsider, anticipando temi e sensibilità che appartengono all’oggi - che “l’uomo civile, colpito da una forma di cecità psichica, potesse ristabilire l’antico patto di alleanza con la natura per ritrovare l’autentico senso della vita, il segreto di una gioia interiore che nessuna vicenda terrestre potrebbe annientare”.

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