Chomsky e la responsabilità degli intellettuali: «Una lezione che non invecchia»

Domenica 20 Ottobre 2019 di Claudia PRESICCE
Atomizzata è la nostra società, fatta da tante monadi rinchiuse nelle proprie vite e devote soltanto al delirio consumistico dal quale non devono distrarsi. A spezzare una catena che costringe l’Occidente in una morsa infernale e che porterà al baratro un intero pianeta ci stanno provando giovani ambientalisti. Ma gli intellettuali hanno responsabilità e possibilità di fare qualcosa? Sì, se sono intellettuali militanti che non si erigano a leader delle masse, ma che scendono in piazza con gli attivisti allargandone gli orizzonti con le loro conoscenze, e soprattutto smascherando gli inganni di chi sta trascinando l’umanità verso una tragica “soluzione finale”. Torna in Italia, aggiornato da una nuova prefazione e da un’intervista all’autore, “La responsabilità degli intellettuali” (Ponte alle Grazie; 12,80 euro) di Noam Chomsky. Filosofo, scienziato cognitivista, teorico della comunicazione, americano classe 1928, Chomsky è uno dei massimi teorici del linguaggio viventi, professore emerito al Massachusetts Institute of Technology e all’Università dell’Arizona, che ha formulato teorie rivoluzionarie come la grammatica generativa trasformazionale, ma ha anche ben inquadrato l’uomo contemporaneo e quindi la politica nel suo senso più ampio e più nobile. In Italia negli ultimi anni il pensiero di Chomsky si è diffuso anche grazie al lavoro di Valentina Nicolì, la traduttrice salentina che firma questa (insieme a Maria Vittoria Malvano) e altre edizioni italiane dei suoi libri ristampate da Ponte alle Grazie (tra cui “Chi sono i padroni del mondo”, “Le dieci leggi del potere. Requiem per il sogno americano”, “Venti di protesta”). Ma non è tutto. È la stessa traduttrice giornalista salentina, laureata in Lingue a Lecce e socia fondatrice del service editoriale Scibbolet, che firma l’intervista sul ruolo degli intellettuali raccolta nel saggio.

Ormai Chomsky è una sorta di mentore per lei, che è pure volata in Arizona per incontrarlo, con lo spirito di chi ha fatto sua un’espressione di Gramsci citata spesso da Chomsky: il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà.
«È da qui che si riparte, come sono arrivata a Chomsky? Dopo un master in Traduzione a Roma ho cominciato a lavorare con la traduzione politica e l’incontro con l’editor di Ponte alle Grazie ha segnato l’inizio delle mie traduzioni dei libri di Chomsky pubblicati in Italia da questo editore, da “Sistemi di potere” in poi, quelli che lo hanno fatto conoscere da noi come attivista e politologo. Mentre traducevo “Venti di protesta” un anno fa, sono andata ad incontrarlo in Arizona a Tucson, dove lui lavora ancora tra i professori emeriti: sono arrivata pochi giorni dopo i suoi 90 anni con una statuetta di cartapesta leccese in mano che ha molto apprezzato. L’ho intervistato su vari argomenti, poi è arrivata la riedizione di “La responsabilità degli intellettuali” del 1967, il libro che lo fece conoscere al di là dello scienziato impegnato sugli studi sul linguaggio e lo proiettò nella sfera politica per la sua presa di posizione contro la guerra in Vietnam econtro le mistificazioni della propagandaa favoredell’intervento».

Nacque allora la fortunata descrizione sugli intellettuali di Chomsky: la spieghiamo? «Intellettuale per lui può essere chi sceglie fedelmente di seguire la linea del potere, e quindi propagandare ad esempio retoriche governative, oppure è intellettuale colui che smaschera la propaganda del potere stesso, quello che c’è dietro, gli interessi che la muovono, rischiando di passare per folle. Chomsky quando parla di potere non si riferisce solo alle Istituzioni, ma anche ad una multinazionale ad esempio, a chi esercita un certo potere».

Il libro degli anni Sessanta conteneva delle posizioni che in parte sono attuali ancora oggi, altre forse no. Nella prefazione a questa riedizione Chomsky che cosa cambia?
«Le circostanze e le forme cambiano nel nostro mondo un po’ più complesso, ma per lui la responsabilità non cambia in sostanza. Nel saggio del ’67, e anche in quello del 2011 che si chiama “Responsabilità degli intellettuali, seconda puntata”, spiegava quanto fosse facile per un intellettuale individuare le colpe e le responsabilità del nemico di turno, ma anche quanto fosse difficile per un dissidente essere capito e ascoltato. La differenza tra le epoche del passato, spiega Chomsky, è che oggi l’intellettuale contro corrente in Occidente non viene imprigionato o ucciso, però gli viene tolta la voce, o viene liquidato, calunniato, considerato un folle.È solo la forma quindi che cambia, ma le responsabilità degli intellettuali di sfruttare il loro osservatorio privilegiato per denunciare le storture del potere restano le stesse».



È interessante la sua cronistoria del concetto di intellettuale.
«Sì, Chomsky spiega che questo concetto è nato alla fine dell’800 ai tempi dell’affaire Dreyfus, quando si creò in Francia una contrapposizione tra i ‘dreyfusardi’, quelli cioè che sostenevano l’innocenza del militare francese ed erano capeggiati da Émile Zola col suo famoso “J’accuse”, e gli anti-dreyfusardi, tra cui gli intellettuali ‘immortali’ dell’Academie francaise, che invece sbeffeggiavano gli innocentisti appogiando il governo. Alla fine Zola pagò la sua presa di posizione e fu costretto a fuggire dalla Francia. Un altro esempio che fa Chomsky riguarda chi si oppose alla Prima Guerra mondiale, come Rosa Luxemburg, Bertrand Russell e altri, tutti perseguitati. Anche all’epoca delle contestazioni alla guerra in Vietnam lo stesso Chomsky venne arrestato. L’intellettuale, lui spiega, non si oppone ad una guerra per motivi di opportunità strategica o economica, ma proprio perché è una cosa intrinsecamente ingiusta. Per questo lui ha definito l’intervento in Iraq il “peggior crimine del XXI secolo”, una guerra di aggressione e quindi il crimine peggiore secondo il diritto internazionale. La responsabilità degli intellettuali è spiegare le cose come stanno,ma anche impegnarsi attivamente nei movimenti di emancipazione, da quelli dei diritti civili degli anni Sessanta a quelli contro i cambiamenti climatici di oggi».

Non è facile oggi in Italia essere ascoltati. Forse inAmerica…
«In America esistono movimenti di attivismo con intellettuali che sono riusciti ad influenzare il governo: grazie a questi si parla di “green new deal” oggi e in tanti, e da diversi punti di vista, stanno dando contributi scientifici alla protesta montata per strada. Anche in Italia abbiamo intelligenze in grado di proporre alternative. Dovremmo,come direbbe Chomsky, fare anche noi pressione dall’esterno sui partiti perché accolgano fermenti esterni intelligenti e li portino fino in Parlamento. Comunque lui da anni spiega che le minacce alla possibilità di una vita dignitosa sulla Terra sono i disastri ambientali e i pericoli nucleari: l’attivismo è un lavoro lungo e costante su vari fronti, dall’informazione alla mobilitazione». © RIPRODUZIONE RISERVATA