Gli intellettuali, i valori e l’identità della Sinistra

Martedì 22 Febbraio 2022 di Francesco FISTETTI

Ci sono tanti modi per ricordare Franco Cassano a un anno dalla sua scomparsa e per restituirne la complessa eredità nell’ambito della cultura italiana ed europea. Un bilancio del genere si potrà fare e si farà in altre sedi e in tempi più lunghi.

Il suo ultimo saggio appena pubblicato da Laterza, “La contraddizione dentro”, ci consente, invece, di rimettere al centro del dibattito pubblico il tema del rapporto tra intellettuali e politica in una fase di profonda crisi di legittimità dei partiti di massa tradizionali e di eclisse dei valori specifici della sinistra storica (eguaglianza, solidarietà, benessere sociale, ecc.). 

In questo saggio Cassano non si rivolge tanto alla cerchia ristretta degli studiosi e dei ricercatori, ma interpella direttamente il lettore, soprattutto il lettore animato dagli ideali dell’impegno civico in un recente passato, ma oggi disorientato dai vorticosi cambiamenti che stiamo attraversando. D’altronde, aveva usato la metafora nautica in un suo libro del 2014, “Senza il vento della storia”, per segnalare ai naviganti dei partiti della sinistra italiana, e agli intellettuali che vi si erano riconosciuti, che ormai si tratta di prendere atto che nuovi protagonisti (Cina, India, Brasile, ecc.) si sono affacciati sulla scena della storia e che occorre imparare a muoversi nel mare aperto del mondo del dopo Guerra Fredda. 

Ciò che colpisce leggendo queste pagine, di una chiarezza cristallina, è il tono, per così dire, socratico: Cassano non pretende di insegnare nulla su che cosa debba essere la sinistra e su come debba cambiare, ma, a partire da alcune premesse condivise, pone solo delle domande a cui, a suo avviso, bisogna rispondere mediante una ricerca e un lavoro comune. In questa attitudine dialogica si scorge in filigrana la figura del tipo di intellettuale di cui oggi la politica avrebbe più che mai bisogno: un intellettuale non solo capace di interpretare le grandi trasformazioni epocali, ma anche di scrutare i segni del tempo e di contribuire a intraprendere nuove strade. Per aiutare la sinistra a rinnovare la propria identità, non servono atteggiamenti né di rifiuto del patrimonio ideale (eguaglianza, solidarietà, cittadinanza attiva, ecc.) che fungeva fino ad ora da bussola dell’azione collettiva, né di adesione entusiastica alle “magnifiche sorti e progressive” del momento. L’idea di Cassano è che l’intellettuale che vuole decifrare i segni dei tempi e concorrere a migliorare la qualità della convivenza è di esercitare l’arte della critica non ponendosi fuori dalla mischia in una torre d’avorio, e nemmeno confondersi in essa, ma, come egli afferma, collocandosi “sul confine”. 

Partecipazione, ma restando "al confine"

“Il sottoscritto – egli confessa in un intenso passaggio autobiografico – condivideva seriamente quei sentimenti, partecipava ai cortei, ma stava sul confine, è stato sempre lì, sul confine”. Ora, che cosa vuol dire stare sul confine? Certamente, non significa estraniarsi dalle lotte per la giustizia e per conquistare spazi di libertà e di autodeterminazione per i ceti subalterni. Al contrario, si tratta di una saggezza difficile da conquistare, ma che è la sola in grado di alimentare la critica sociale degli intellettuali che non vogliano perdere i legami con i movimenti che si battono per un cambiamento profondo delle condizioni di vita e per incidere sul governo della cosa pubblica. È la “saggezza del limite”, che non è sinonimo di un giusto mezzo neutrale, ma la capacità di evitare due “peccati” contrapposti: il peccato di chi vorrebbe cambiare tutto e subito muovendo il rivoluzionario “assalto al cielo” senza valutare le conseguenze e i costi dell’azione; e quello di arrendersi alla corrente impetuosa del tempo senza alcuna resistenza. 

Nel caso specifico, Cassano evidenzia che la globalizzazione odierna, nel passaggio dal postfordismo del secondo dopoguerra al predominio del capitale finanziario odierno, ha ridisegnato la mappa dei vincitori e dei vinti. L’origine del populismo risiede tutta in questo passaggio. I ceti popolari più deboli chiedono misure di protezione allo Stato nazionale (donde le tendenze neonazionaliste e sovraniste) proprio nella fase in cui quest’ultimo viene scompaginato dai processi di mondializzazione governati dai settori vincenti delle imprese e del lavoro. Così, la classica dicotomia destra/sinistra viene ad essere completamente spiazzata dalla contrapposizione tra le nuove élites economico-finanziarie al potere e il nuovo “popolo” composto da salariati espulsi dalla produzione, ceti medi impoveriti, giovani con lavori precari. Da qui l’“aut aut drammatico” di fronte a cui si è venuta a trovare la sinistra storica: o riposizionarsi sul terreno dei più colpiti e sfavoriti in conformità con i suoi valori di riferimento o seguire le “aree più innovative dell’impresa e del lavoro”. 

Utopistico sognare scorciatoie

Che il dilemma sia davvero drammatico è quanto Cassano intende comunicare ai leader politici della sinistra del XXI secolo e agli intellettuali critici. La sinistra che nel secondo dopoguerra aveva conciliato la “causa degli ultimi” e la “solidarietà internazionalistica” (il sostegno alle lotte anticolonialistiche e ai popoli oppressi) si trova di fronte a uno scenario radicalmente mutato. È del tutto utopistico sognare scorciatoie: la critica sociale, per essere feconda, deve mantenersi “nella contraddizione”, tener conto dei “venti di traverso”, cioè costruire “compromessi delicati e discutibili”, contemperare dimensione nazionale e dimensione sovranazionale. Paradossalmente solo questa “coscienza infelice” di hegeliana memoria può salvare la sinistra. Perciò, rinunciare al ruolo programmatorio dello Stato o sottovalutare la funzione regolatoria dell’Unione Europea sarebbe un grave errore: l’alternativa sarebbe un ritorno all’anarchia degli Stati nazionali e, quindi, allo scoppio prima o poi di una nuova e ancora più terrificante guerra come quelle che abbiamo conosciuto nel secolo scorso. 
Una lezione quella di Cassano di umiltà, ma anche di coraggio, se è vero che la virtù per eccellenza della politica è agire di concerto per iniziare qualcosa di nuovo al fine di dare risposte concrete ai problemi e alle sofferenze che affliggono la nostra vita quotidiana. 

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