Lecce, nel castello arti visive e disordinate turbolenze

Venerdì 23 Ottobre 2020 di Carmelo CIPRIANI

Ogni mostra ha dietro di sé una storia fatta di relazioni, incontri, visioni. È una storia lunga sei mesi quella di A small messy turbulence, evento espositivo promosso da Studio Pia, spazio di ricerca e produzione per le arti contemporanee, d'intesa con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le Province di Brindisi, Lecce e Taranto. È il punto di arrivo (ma anche di ripartenza) del progetto di alta formazione portato avanti da Pia (acronimo di persistence is all, la persistenza è tutto), scuola specializzata nelle arti visive e negli studi curatoriali fondata nel 2017 a Lecce da Valeria Raho e Jonatah Manno.
Un percorso installativo e performativo ad alto impatto emozionale, frutto di una formazione compiuta dagli undici artisti al fianco di molti professionisti, molti attivi in loco, altri invitati, come la curatrice Caterina Riva, neoeletta direttrice del Macte di Termoli, e gli artisti Robin Watson e Nina Canell, protagonista quest'ultima del Padiglione nordico alla Biennale di Venezia del 2017. Con questa mostra artisti e formatori tirano le somme dell'intenso lavoro svolto in un semestre tra visiting, workshop, attività di brainstroming, visite guidate e letture portfolio, raccontandolo in un allestimento ragionato che, ponendo in relazione opere e spazi, si snoda tra i sotterranei e gli ambienti al piano terra del Castello Carlo V di Lecce.
Percorriamolo tappa per tappa. È un gesto di ribellione contro il sistema patriarcale la performance di Silvia Ruggeri, fino all'anno scorso impegnata sul versante della pittura astratto-geometrica. Uscita dalla bidimensionalità della tela l'artista vive oggi lo spazio che prima ri-progettava con campiture di colore; oggi, attraverso il suo corpo e l'uso di materiali naturali e archetipici, cerca le radici arcaiche dell'essere donna. Muovendosi tra storia familiare ed esperienza formativa, Maria Cristina Frisullo intreccia, in due ampi tappeti, il materiale tessile ricavato dallo sfilaccio di abiti concretamente utilizzati. Un lavoro non solo coerente con il percorso sin qui compiuto, ma anche autenticamente poetico che insieme ai materiali fonde identità individuale e collettiva, contingenze e relazioni.
Nasce come rielaborazione di alcuni topoi iconografici quali il nudo, il ritratto e forse anche l'Ecce Homo, la pirografia di Ivan Romano. In un autoritratto nudo a grandezza naturale, una sorta di immobile alter ego, il giovane artista, con tecnica e modalità antiche, riflette sull'abuso della condivisione della propria immagine su social e smartphone. Il suo è l'estremo tentativo di recuperare un'intimità esibendosi platealmente. Nel processo di mummificazione Serena Grassi riconosce l'estremo tentativo di conservare se stessi e ciò che si ama. Un gesto tenero messo in video in un processo binato di costruzione e decostruzione attraverso cui l'artista annulla la consequenzialità cronologica e anela all'immortalità dell'essere e di tutto ciò che esso rappresenta.
Partendo dalla sua formazione di incisore, Mariantonietta Clotilede Palasciano adotta due lastre di ottone non usate ma lucidate a specchio come elementi generativi di una struttura mobile evocativa del Dna. Un'opera eterea quanto pregnante in cui genetica e ambiente collaborano nell'incessante scrittura della vita. L'instabilità quale perenne metafora dell'esistenza è il focus attorno al quale si struttura la performance di Marco Musarò. Agendo da scultore, l'artista manipola e combina oggetti e materiali al fine di ottenere composizioni concettualmente intense e scenicamente impattanti. È un paesaggio sonoro quello ideato da Giulia Tenuzzo. Sfruttando la circolarità dello spazio espositivo il suono si riverbera figurando nella mente le immagini dettate dall'interazione tra onde sonore e onde elettrochimiche. L'opera agisce sulla psiche e si insinua nello sfilacciato interstizio tra conscio e inconscio aprendo ad una dimensione altra, fatta di vibrazioni e pura energia.
Una traslazione in video dei paesaggi cromatici di Rothko (e dell'intensa spiritualità di cui sono forieri) è l'installazione multimediale di Veronica Vergari collocata nella chiesa di Santa Barbara. Pellicole bruciate esibite senza soluzione di continuità da un proiettore a carosello raccontano storie mai scritte che avrebbero potuto essere ma che non sono, il cui unico tempo di vita è quello scandito dal proiettore. Immagini minimali che nel loro essere nulla alludono al tutto. Una composizione oggettuale di estrazione contadina rimanda per Massimo Grecuccio agli ulivi e al lavoro della terra. L'allusione non è al flagello della Xylella ma alla buona pratica del mmunnare, gesto antico di cura del paesaggio e presa di coscienza di una persistente tensione alla trasformazione e al cambiamento.
Collocati nelle carceri del Castello, un luogo di storie nella storia, i lavori di Luigi Manca raccontano stratificazioni storiche e psichiche. Riferendosi ad una dimensione cosmica che racchiude in sé tutti gli elementi, l'artista, in piena coerenza con il suo percorso di ricerca, compone ampi teleri di carta entro cui si aprono fessure. La pittura, seppur con mezzi rinnovati e in forma nuova, torna ad essere finestra sul mondo, interiore prima che esteriore. Concentrata a sottrarre dall'oblio oggetti dimenticati, Alice Caracciolo traduce in immagini (attraverso un software che lavora con algoritmi generativi) una lettera di suo nonno, volontario in più guerre, pubblicata su La Voce del Sud nel 1993. Un lavoro esistenziale, che sullo sfondo di una tragedia comune, racconta il ricordo familiare e insieme una storia di eroismo, di convinzione e tenacia, di autentica persistenza.
La mostra, visibile fino al 25 ottobre, è realizzata in collaborazione con l'Associazione Culturale Attraverso il Castello e con il supporto dell'Ambasciata di Svezia, del Goethe Institut e di Via Magazine, e costituisce l'evento conclusivo della prima edizione di Lecce Art Week, promossa da Pia in collaborazione con la galleria Progetto di Lecce.
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