Capasa: «Una “superficiale infedeltà”. I ragazzi ci indicano la strada da seguire»

Domenica 19 Aprile 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Si parte. Un'ora per compiere il giro del mondo, affacciarsi sul futuro, tornare indietro, passeggiare in campagna e sedersi in riva al mare. Gli errori, gli orrori, le memorie, la voglia di fare e di fare bene. Il tempo sospeso non è tempo perso se lo si mette a frutto. Il futuro è indicativo di quello che siamo. È il presente a spiegarci cosa saremo, o dovremmo essere. Vediamo.
Ennio Capasa, come sta?
«Abbastanza bene. Siamo qui, mia moglie, mio figlio ed io. Mia figlia è fuori, negli Usa. Viviamo a Milano in un'abitazione grande con un piccolo giardino. Per me non è cambiato molto. Gestisco da casa molta dell'attività che svolgo ultimamente».
Cosa ha fatto dopo aver chiuso il ciclo creativo della sua maison, Costume National?
«Un anno sabbatico, ma ho mantenuto il mio percorso d'arte, personale e privato. Pittura, disegno, un diario emotivo fissato in immagini. E poi ho avviato delle consulenze, situazioni piacevoli e interessanti tra Stati Uniti e Cina».
Si muove agli estremi.
«La Cina sta uscendo fuori dall'emergenza, siamo in ripartenza con i progetti. Negli Stati Uniti, invece, c'è grande confusione. Non sono abituati a eventi come questo, così distanti dal loro sistema di relazioni sociali e di impresa».
I cinesi, invece?
«In un certo senso sono molto militarizzati, nel bene e nel male. Da Confucio in poi vivono la disciplina e la comunità come filosofia di vita. Gli americani sono individualisti, pur con una forte struttura statale. Realtà molto diverse».
E in forte competizione.
«Le cose cambieranno anche in Cina. Se vuoi immaginare il futuro, devi osservare i loro movimenti: gli investimenti si concentrano lungo una frontiera fin qui presidiata dagli Usa. Tutte le innovazioni, dai cellulari ai satelliti fino a internet, hanno l'imprinting militare statunitense, nascono in quel contesto. Le grandi innovazioni hanno bisogno di supporti statali, il privato non può gestire trasformazioni colossali. E l'apparato cinese è in forte ascesa».
In questo scenario l'Italia scompare.
«Come paese abbiamo perso i vantaggi acquisiti in comparti innovativi. La chimica, l'informatica... Questa crisi mette in luce la necessità di ripensare la funzione dello Stato: liberale e con una visione manageriale moderna».
Tra le eccellenze resta la moda.
«Un patrimonio straordinario da preservare e incentivare. Ci vuole poco a perdere il primato».
Suo fratello, Carlo, presidente della Camera nazionale della moda italiana, con una lettera aperta sui giornali ha chiesto la riapertura delle aziende.
«È una questione di sensibilità e attenzione. Faccio un esempio: la Fashion Week di Milano, studi alla mano, alimenta 4.700 posti di lavoro. Moda vuol dire turismo, accoglienza, cibo, artigianato, lusso. È un'industria particolare. Con adeguate protezioni e garanzie, con l'introduzione di orari flessibili, può ripartire. Se salta una stagione gli effetti si riverberano anche sull'anno successivo. Tutti gli altri, all'estero, stanno lavorando. Una volta persi, i clienti non tornano: anche marchi internazionali producono qui, ma se in Italia le aziende sono chiuse i committenti e le produzioni si spostano altrove. A quel punto, difficilmente ritorneranno».
Lei è ottimista riguardo al futuro?
«Sì, per natura lo sono. Ma futuro è una parola molto lunga. Parliamo di breve o di lungo termine?».
Scelga lei.
«Partiamo dal secondo, più creativo. Qui sono molto ottimista. Siamo in un processo davvero interessante. Abbiamo iniziato un percorso che avrà ricadute importanti sulla qualità della vita e dell'ambiente».
A cosa pensa?
«Intelligenza artificiale, robotica, energia pulita. Nei prossimi venti o trent'anni cambierà l'approccio dell'essere umano con sé stesso e con la natura. Maggiore ricchezza da distribuire e più tempo per godere dei rapporti sociali e di quanto ci circonda grazie alle innovazioni tecnologiche e alle loro applicazioni concrete. Nuove forme di produzione ci libereranno dall'inquinamento, dall'anidride carbonica, dalle polveri sottili. Il computer quantistico elaborerà in pochi minuti calcoli complessi che oggi richiederebbero milioni di anni. Un futuro molto interessante, anche felice, per dare all'uomo gli strumenti necessari per distribuire benessere in modo eticamente responsabile. Oggi gli squilibri sono eccessivi, intollerabili».
Un orizzonte vasto. Non solo moda, insomma.
«La creatività non conosce limiti. La parte sensoriale, visiva, tattile, procura emozioni; quella matematico-scientifica accende le immaginazioni. Tutti aspetti che indago da sempre».
L'uomo, tuttavia, è anche pensiero profondo, non solo razionalità progettuale.
«L'era digitale, pur con i suoi limiti, crea situazioni affascinanti dal punto di vista sociologico. La definirei “superficiale infedeltà”, ma non è altro che libertà: basta un clic per scegliere, comprare, cambiare canale. Sembrano meccanismi deleteri, ma alla lunga hanno implicazioni straordinarie: alzano il livello di conoscenza, abbattono schemi mentali».
Superficiale infedeltà non suona benissimo, però...
«Le generazioni pre-digitali, o a cavallo tra analogico e digitale, avevano bisogno di mappe cognitive stabili, costruite fin dalla nascita. Oggi i ragazzi hanno molteplici possibilità, confrontano le diverse opzioni e decidono, potendo cambiare idea: è un percorso di crescita. Le loro architetture mentali sono flessibili. Più libere e aperte al cambiamento, senza pregiudizi. Nella Firenze di Savonarola il mistero e la paura governavano le masse».
Sotto certi aspetti, non è cambiato molto.
«Solo perché siamo ancora governati dalle generazioni precedenti. Ma quando questa gerarchia non ci sarà più, allora la competenza prevarrà sulla dialettica. Solo così potremo godere di questo straordinario mondo che è la Terra: siamo il prodotto di una combinazione pazzesca, difficilmente replicabile nell'universo, e non ce ne rendiamo conto».
Resta l'altra forma di futuro, più immediato.
«E qui sono meno ottimista. Viviamo una situazione complessa. L'Occidente ha delegato una serie di investimenti, rinunciando a scelte strategiche, e si è indebolito. La globalizzazione, in cui credo molto, ha perseguito il basso costo e non ha presidiato alcune aree fondamentali. Lo vediamo con la sanità e la scuola. Saranno anni durissimi».
Cosa ci insegna questa crisi?
«Che occorre investire in qualità, competenze, tecnologie. L'Italia è in affanno nell'istruzione perché non tutti possono accedere ai canali informatici. Abbiamo risorse arrugginite, ospedali fatiscenti, strutture realizzate e mai inaugurate. Nella ricca Lombardia sono sorte aziende sanitarie incredibili, ma ci si è dimenticati della medicina di base. In tutti i settori gli standard di qualità devono essere livellati verso l'alto, a Milano come in Calabria, qui come in Giappone. La qualità genera ricchezza e diffonde benessere. E invece restiamo abbarbicati alle frasi facili, alle inutili contrapposizioni, alle scorciatoie furbe e misere».
Debordiamo nella politica, terreno scivoloso...
«Parliamone, perché no? L'Italia paga il prezzo di una classe dirigente mediocre, poco incline all'innovazione, miope negli investimenti. Un abbassamento drammatico di livello. Se non hai visione di futuro, non puoi piantare semi di benessere».
Non saremo fin troppo total black?
«Un momento: non tutto è da buttare. Ma occorre che i giovani di qualità si avvicinino alla politica. Ragazzi laureati, con percorsi di formazione importanti e molti neuroni in testa. Non può essere il consenso rapido la nostra unica bussola. È questo che ha fatto abbassare il livello di qualità in Occidente. Siamo arrivati al punto di disinvestire nella ricerca. La polemica sui vaccini è emblematica. Questo ti fa capire quanto la politica sia incompetente e cieca, e perciò pericolosa. Bisogna ritornare a pretendere competenza, valorizzare i talenti, premiare l'impegno».
Cosa ne sarà del Salento? Aveva puntato quasi tutto sul turismo.
«Questo stop ci deve portare a riflettere sul modello di sviluppo. Una costa lunga ma limitata e un territorio connotato da forti tratti identitari; la nostra proposta deve partire da qui: meno attenta ai numeri e più rivolta ai caratteri locali. Ancora oggi nelle nostre campagne vedo obbrobri che scimmiottano stili architettonici di altri luoghi. Il mondo globalizzato non vuole questo».
E cosa?
«Cerca identità marcate, va a caccia di tipicità e unicità. Se voglio un palmeto vado nei luoghi di origine. Al Salento serve una svolta decisa. Non vanno ammassate le persone in estate, occorre estendere la stagione per dieci mesi l'anno, valorizzando le nostre peculiarità: oltre al mare ci sono i piccoli borghi antichi, la cucina, la campagna...».
Xylella inclusa?
«Un grande problema. Andrebbe affrontato come si fece in Europa tra la fine dell'800 e i primi del 900: un intervento massiccio di espianti e reimpianti con varietà resistenti. Qui servirebbe l'Esercito, anche nel rispetto del ruolo sociale delle forze armate, per sostituire gli ulivi seccati con specie refrattarie al batterio. Se non saremo capaci di ridare al Salento la sua identità, ricostruendo il paesaggio fino all'ultimo muretto a secco, saremo colonizzati da un turismo becero che cambierà per sempre il corso della nostra storia».


  Ultimo aggiornamento: 20 Aprile, 13:26 © RIPRODUZIONE RISERVATA