Bodini prima di Bodini: il canto antico di Lecce

Domenica 7 Febbraio 2021 di Claudia PRESICCE

Egli si andava restringendo come un vestito lavato, da cui uscivano due polsi fragili e perlacei. La palandrana che un tempo aveva avuto tanta parte nei suoi progetti di pompe mondane, ora non era più che una frusta veste da camera, con il collo di pelliccia spelacchiato, che non si toglieva mai di dosso. Leggeva sempre, ma soltanto un libro: il Vocabolario della lingua italiana del Tommaseo. Così, in una città pettegola e fantastica come è Lecce, zio Antonino riuscì a far perdere le proprie tracce, a sparire, pur seguitando a vivere a due passi dalla via principale.

Il signore così descritto dal poeta Vittorio Bodini è suo zio Giovanni Bodini, detto zio Antonino, avvocato e giornalista, nato a Napoli da famiglia leccese nel 1875 e sempre vissuto a Lecce. Era stato redattore letterario del settimanale Il Risorgimento, redattore di quotidiani locali e poi pure corrispondente da Lecce per L'Epoca di Roma. Poi un giorno si era ritirato a vita privata, chiudendosi in casa con una tata sordomuta e una moglie poco avvezza alla conversazione (e tutt'al più in dialetto). E, secondo il nipote, per questo lo zio leggeva continuamente Tommaseo, per continuare a frequentare la lingua italiana. Anche perché si era messo a scrivere, cominciando dalla narrativa per poi andare oltre.

È infatti quello zio Antonino, al secolo Giovanni Bodini l'autore di Lecce d'altri tempi, un racconto sulla città tra fine 800 e primi del 900, riportato in libreria quasi un secolo dopo la sua nascita, con la curatela di Alessandro Laporta che definisce l'autore maestro di leccesità (il libro è arricchito da foto antiche di Aduino Sabato).
Così, se già un racconto di primo novecento leccese è la storia stessa dell'autore (ricostruita da Laporta nella prefazione), questo manoscritto originario, ultimato da Giovanni Bodini intorno al 1938, con il titolo completo Lecce d'altri tempi. Lecce e leccesi d'altri tempi, è, a riguardarlo oggi, una sorta di abbecedario costruito con una serie di istantanee su una città lontana nel tempo da quella che conosciamo. È un Giovanni Bodini divertito che si dimostra conoscitore e consumatore degli ozi e dei vizi della cosiddetta buona società, un ex avvocato che sfrutta la sua profonda conoscenza dei fatti cittadini, che gli veniva dalla sua stessa professione, il rifiuto della falsità e l'amore incondizionato per la cronaca e per la verità (gli avvocati, è noto, sanno molte verità per il mestiere che fanno, ed i cronisti le sanno ben raccontare) come spiega Laporta.
Il risultato è una porta del tempo aperta, senza troppi fronzoli letterari, ma piuttosto didascalica, sulla città di Lecce, quella delle mura antiche mezze crollate e delle quattro Porte, quella della villa comunale in cui il Sindaco voleva si tenesse una lupa perché simbolo della città, quella della costruzione dei teatri e dell'acquedotto, dei tanti giornali e anche di aspre battaglie intellettuali.

 

Era una città differente da molte altre città come ripete Giovanni Bodini, per tanti motivi. Per esempio scrive era esigua la superficie delle poche piazze; tortuose e brevi erano quasi tutte le vie; molti erano i vichi e le strade cieche; in guisa da trovarsi in essa come in labirinto, dal quale fosse difficile uscire. È a ritenersi che i leccesi dei tempi assai lontani, da agorafobi, avessero avuto in orrore il grande spazio delle piazze e, da acrofobi, in orrore le correnti d'aria!.

Era in effetti un'altra Lecce, con strade del centro diverse da oggi, con una piazza Sant'Oronzo ritagliata senza una forma definita, ancora senza l'anfiteatro, contornata da viuzze zeppe di botteghe e laboratori artigianali o artistici: una città che sembrava figlia di un modo di costruire piuttosto libero e senza regole. Non esisteva piano regolatore e, di fronte ai notabili che decidevano quasi tutto indiscriminatamente, risultava impossibile vietare costruzioni anche in aperto contrasto con l'igiene pubblica, con l'estetica e con la simmetria. Ma non solo. Se i palazzi e le case erano costruiti dove e come volevano soltanto i loro padroni, anche falegnami ingombravano tratti di vie con le pietiche e con legnami; fabbri, con toppi reggenti incudini; statuari, con gambe, con braccia, con mani, con teste, con statue, con ali, con draghi, con teschi, con piedi, di cartapesta, o di creta, per farli asciugare al sole. Poi c'erano le popolane che intralciavano le vie, spesso strette: durante l'anno, sciorinavano panni su sedie esposte al sole e, d'estate, su altre sedie, collocavano tegami e piatti, contenenti succo di pomodoro, destinato a divenire conserva.

Era però anche, e soprattutto, la bella Lecce degli edifici nuovi e imponenti, delle feste e dei veglioni, la Lecce della grande opera lirica che ospitò nomi di richiamo altisonanti, la Lecce di Tito Schipa e prima ancora quella con due splendidi teatri già nati alla fine dell'800 per volontà di privati come il Paisiello, e poi il Politeama: Aumentandosi notevolmente il numero degli abitanti, Donato Greco, ottenuto un cospicuo sussidio dal Comune, fece costruire, per proprio conto il Politeama, che a lui stesso intitolò.

Per non parlare della storia di Vito Buda, siciliano che portò a Lecce tutti i suoi figli e mise su in poche settimane, come per incanto, un teatrino di legno, capace di parecchie centinaia di spettatori e che fu chiamato San Carlino'. Vi fu tempo in cui in esso riscossero applausi artisti ed artiste, primari di Caffè-concerto, o di prosa, compagnie dialettali napoletane e persino compagnie di operette, e che durò fino all'arrivo del cinema.
Il racconto di Bodini zio, non tralascia nessun dato cittadino, omette spesso le date, ma si intuisce che il tempo ricostruito è sostanzialmente il suo, tra la fine dell'800 e i primi decenni del 900. Tra i capitoli, imperdibile è anche quello dedicato a San Cataldo, ai primissimi stabilimenti, alle casine di vacanza in periferia, e poi alle abitudini della borghesia. Tra le pagine l'autore si sofferma spesso infatti sulla gente di Lecce, descritta con tanto di elenchi di notabili onnipresenti, in bella vista (gira e rigira sempre gli stessi cognomi nelle occasioni che contavano) che, in qualche modo, con quel sottile feudalesimo qui mai del tutto estinto, restituisce un'analoga atmosfera del presente.

Una città di provincia con una differenza netta tra chi contava e chi no, tra chi presenziava e dettava mode e possibilità delle varie epoche: un po' asfittica, tra commedianti, giochi di potere e vanità, che tanto ricordano il presente di questa città pettegola e fantastica (rubando la definizione al poeta Vittorio Bodini) Lecce è scolpita nelle pagine del prezioso volume ristampato per la seconda volta (la prima è del lontano 1989) da Grifo.
 

Ultimo aggiornamento: 8 Febbraio, 21:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA