Barbara Stefanelli: «Largo a donne e giovani. Senza queste due leve l'Italia sprofonderà»

Domenica 24 Maggio 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Quanto tempo abbiamo? «Tutto quello che vogliamo». Le conversazioni possono partire bene o male, per lo più hanno l’abbrivio della cordialità. Qui si aggiunge un’apertura illimitata di credito, deve essere il portato delle comuni radici salentine. Il tu immediato segue più le regole dell’empatia e dell’immediatezza che della colleganza (il lei resterà solo nella trascrizione). Merito dell’intervistata, non c’è dubbio. Giornate complicate: l’emergenza sanitaria, la crisi economica, il difficile avvio della fase 2, i contagi che in Lombardia faticano a scendere o forse non più, la vita che pulsa e affiora da tutte le parti, magari anche troppo. Una trincea: affrontarla da vicedirettore vicario del Corriere della Sera, e direttore del magazine di casa, “7”, richiede impegno notevole. Quanto tempo abbiamo? «Tutto quello che vogliamo». Miracolo.
Barbara Stefanelli, come sta?
«Bene. Un periodo intenso di lavoro. La nostra fa parte delle professioni essenziali, niente stop. E qui a Milano, in particolare, l’impegno è amplificato: l’informazione corretta è una leva essenziale per non sprofondare nel caos».
Come ha vissuto questa fase?
«Fisicamente, muovendomi a piedi da casa a via Solferino e viceversa. Ho visto la città svuotarsi. Un’esperienza quasi surreale vedere la capitale degli incontri e degli eventi, la sede di Expo 2015, sprofondare nel silenzio e prepararsi a resistere».
Con quale spirito?
«È stato un passaggio critico, anche a livello personale oltre che professionale. Disorientante e doloroso».
Milano in ginocchio, difficile da pensare.
«Sembrava muoversi controvento. Poi finalmente abbiamo visto i numeri scendere, gli ospedali tornare alla calma. All’inizio eravamo sommersi dalle chiamate: tutti in cerca di chiarimenti e certezze. Ora il ritorno alla normalità».
Anche troppo, e troppo rapido.
«In realtà è divertente vedere tutte queste mascherine in circolazione. Prima solo chirurgiche, ora variopinte: a righe, a quadretti, spigate, con fiorellini. La città torna a interpretare la propria attitudine verso una cura estetica estrema. Mi sembra un buon segno».
Si sono vissuti periodi nerissimi. Errori?
«La Regione Lombardia ha faticato non poco. Ho ascoltato metafore belliche: qui un’atomica, altrove colpi di mortaio. Liberiamoci dalla rappresentazione militare e andiamo al nocciolo: il coronavirus ha colpito aree ad altissima densità di popolazione e a elevata frequenza di movimento. I paragoni col Veneto non sono corretti: lì è stato più facile arginare il contagio. Detto questo, sarebbe servita mano più ferma».
E adesso?
«Non credo che torneremo alla normalità, i riferimenti sono cambiati. Tuttavia ricominciare a muoversi, incontrarsi e uscire è inevitabile, altrimenti i danni a lungo termine ricadranno sulle fasce più deboli. Ma ora ciascuno valuti l’essenzialità di ogni azione e i riflessi su sé stesso e sugli altri, mentre governo, regioni e città siano chiari, presenti e attivi nei controlli».
Fin qui è stata un’impresa coordinare gli interventi.
«Tamponi, test e tracciamenti dovrebbero essere equiparabili tra le varie regioni. Sennò è il caos. Aspettiamo ancora l’app».
Sull’ultimo numero di “7” affiora evidente il bisogno di far pace con la natura.
«Quanto accaduto, come dice in un’intervista Ilaria Capua, è un segnale di Madre natura: ci impone di riflettere su una convivenza più equilibrata degli umani con gli altri esseri viventi e l’ambiente. È la prima vera crisi, economica e sanitaria, dell’Antropocene: la specie umana ha preso possesso di tutto in modo indiscriminato».
Suggerimenti?
«Il nostro modo di vivere, muoversi, mangiare deve uscire da questa stagione con la precisa volontà di ripensarsi. Sembrano cose vaghe. E invece sono molto concrete».
Facciamo degli esempi.
«Limitiamo gli spostamenti in aereo. Non vuol dire non viaggiare più, ma evitare di farlo se non necessario, potendoci ormai collegare sul web con l’altra parte del globo. Usiamo le gambe o la bici, se possibile. Dipende da noi, non solo da chi governa. Maggiore empatia e condivisione, ecco».
Il mondo del lavoro, intanto, è cambiato. E noi con lui.
«Io non penso che un’opera collettiva come un quotidiano possa essere gestita a distanza, tutta da remoto. Lo scambio tra persone si deve nutrire di sguardi e contatti ravvicinati: rende le cose comprensibili, fa captare le sfumature, taglia molta parte inutile. Dobbiamo essere intelligenti a trovare un punto di equilibrio. Da una parte, le tecnologie consentono partecipazioni prima impensabili; dall’altra, la vita di ufficio è un poderoso motore della modernità. Soprattutto per le donne».
Per molte di loro, il lockdown è stato una trappola.
«Vero: lavorare da e a casa, accudire i figli, seguirli nelle lezioni on line, pensare ai mariti e ai genitori... Dopo i pacchetti di aiuti siamo in attesa di vedere come si redistribuiranno le risorse in arrivo dall’Europa. Dobbiamo stare attenti: ai sussidi deve far seguito un serio investimento in favore dell’occupazione e dell’imprenditorialità femminile. Troppo bassa quella regolare al Sud».
In compenso, le donne dimostrano maggiore resistenza al virus.
«All’inizio sembrava fossero meno colpite, poi hanno contratto maggiormente il contagio perché impegnate nelle situazioni più a rischio, dagli ospedali ai supermercati. Ma i decessi sono di gran lunga inferiori, una sorta di resilienza biologica. Però al danno si aggiunge la beffa: esposizione alla malattia con perdita di reddito e opportunità. Ho reclamato pubblicamente maggiore presenza di donne nei comitati scientifici e nelle task force».
L’altro anello debole è costituito dai giovani.
«Hanno scuole e università chiuse, in una fase della loro crescita in cui è fondamentale socializzare. E quando si affacciano al mondo del lavoro, sbattono contro una recessione globale. Anche qui, dovremo essere molto attenti con i fondi europei: sono vincolati a progetti capaci di coniugare l’ecosostenibilità con la modernità digitale e il valore strategico delle nuove imprese. In questo, i giovani saranno decisivi. Non possiamo immaginare di andare avanti solo a colpi di bonus. Il ruolo delle donne e la formazione dei ragazzi: senza queste leve l’Italia rischia di sprofondare».
Come coniuga privato e professione?
«Mai come in questa fase diventa chiara l’importanza della vita familiare. Se nelle crisi non sei saldo con le tue relazioni di origine diventi pessimo imprenditore di te stesso. Penso al rapporto con mia figlia, 15 anni, come tanti adolescenti costretta a casa. A mio marito, Davide Frattini, corrispondente del Corriere da Israele, per mia fortuna rimasto in Italia allo scoccare del lockdown, superbravo nel condividere con me le fatiche di casa. E a mio padre, anche, 85 anni, rimasto sigillato nel suo appartamento qui a Milano. Ogni cosa è stata messa alla prova, riscoperta e rinsaldata. Un bene, l’unico positivo in questo gran disastro».
Sua figlia ha il nome di Maria Grazia Cutuli, l’inviata del Corriere uccisa nel 2001 in Afghanistan. Come mai?
«Abbiamo lavorato assieme agli Esteri. Eravamo molto amiche, abbiamo condiviso tanto, dentro al giornale e fuori. La sua scomparsa è un dolore mai ricomposto. Quando è nata Mila, le abbiamo dato anche il nome di Maria Grazia: di lei ha lo stesso carattere impetuoso, l’identica fame di libertà. Maria Grazia voleva andare sempre dove la terra brucia».
I suoi legami col Salento balzano evidenti: su “7” in edicola ripubblicate un pezzo del ‘99 di Maria Corti sul fiuto dei salentini nei salvataggi; in quello precedente, invece, in copertina compare l’étoile della Scala Nicoletta Manni, originaria di Galatina.
«Vero, ma è un caso. La foto con i ballerini nella metropolitana è significativa, realizzata grazie alla disponibilità di tutti. Volevamo dare l’idea di una ripresa composta, ordinata, elegante. Quanto all’articolo, ogni settimana ne scegliamo uno dall’archivio storico. E quello della Corti mi ha colpita per l’efficacia e la grazia con cui immortala l’accoglienza riservata ai profughi del Kosovo. “I pescatori di Terra d’Otranto hanno ancora oggi lo sguardo asciutto di generazioni in attesa dei capricci del mare... Un istinto secolare, il fiuto del salvataggio”. Bellissimo».
Dove sono le sue origini?
«Mio padre è nativo di Botrugno; mia madre di Santa Maria di Leuca. Stefanelli e Coccolo, la terra e il mare insieme: le due anime vivono in me. In Salento ho non solo le radici, ma anche i fiori e i frutti. Dopo il matrimonio si sono spostati, prima Alessandria e poi Milano. All’inizio del lockdown una mia parente di Lecce ha allargato la chat del “cuginame”, come la chiamo io, per inserire genitori, zii e nipoti. È stato bello ritrovarsi e scambiare foto dei nostri luoghi e delle migliori ricette. Un intreccio di esperienza ed emozione».
Ricordi particolari?
«Fino alle scuole materne sono stata gran parte del mio tempo con i nonni “giù”, come si dice, accudita da loro e dalle zie e zii più giovani. Per me il Salento è il giardino della mia infanzia. Ho sempre in testa quei viaggi in treno Milano-Lecce con la faccia appiccicata al finestrino e il desiderio pazzo di arrivare finalmente “a casa”. Mi sento stra-milanese, e dopo questi mesi di più. Ma le radici sono terra e mare del Salento».
Dov’è la felicità?
«In questo momento credo sia nell’equilibrio tra la sfera affettiva e sentimentale e una rinnovata attenzione ai risvolti sociali del proprio lavoro. La vita tutta di corsa non dà la felicità né la darà più. Occorre trovare il punto di risonanza tra il dentro e il fuori. Bisogna rallentare: nel trambusto della velocità non risuona nulla».

  Ultimo aggiornamento: 25 Maggio, 17:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA