Antonio Romano: «Ripartire per dar valore alle competenze. Saremo puliti e semplici. Il Salento? Esperienza da vivere»

Giovedì 9 Aprile 2020 di ROSARIO TORNESELLO
La voce profonda. Sarà la distensione sonnacchiosa di un momento di riposo, raro anche di questi tempi, quelli che sapete (no, non dirò la vituperata frase), soprattutto se il lavoro, tra ufficio e casa, con quest'inganno dello smart working, te lo porti appresso peggio dei social, ché ormai gli unici elementi in libera uscita - in ossequio a tutti i decreti - sono i bulbi oculari fuori dall'orbita, sempre con lo schermo davanti. Quella voce, ecco. Sarà il relax. O le sigarette, pure, che raschiano in gola e danno ulteriore spessore alle frasi. Il suono esce profondo, quasi lui fosse un oracolo. Ma qui non si predice il futuro, lo si immagina per realizzarlo. Differenza non da poco: niente dei, molte idee. Materia preziosa al tempo in cui siamo (no, non dirò la frase).
Antonio Romano, come sta?
«Chiuso in casa o al lavoro, come tutti».
A Milano o a Roma?
«Roma. Col cognome che ho...».
Però lei è Romano del Salento...
«Questo cognome è diffuso in tutta Italia. Sa dov'è la massima frequenza di Antonio Romano?».
Tiro a indovinare?
«Glielo dico io: a Matino».
Ma lei è di Maglie.
«Sì. Nato e cresciuto lì. Poi tra i sedici e i diciassette anni ho seguito i miei sogni. Due libri mi hanno aperto la mente e indicato la strada: La speranza progettuale, di Tomás Maldonado, e Gli strumenti del comunicare, di Marshall McLuhan».
Quarant'anni di attività per dare brand, immagine e identità ad aziende illustrissime: dal Milan a Italo, dal cane a sei zampe di Eni alla farfalla Rai. E poi la Luiss, la Treccani... Fino alle ultimissime operazioni: il ponte di Genova, l'ospedale in Fiera a Milano. La sua azienda, Inarea, ha sede anche nel capoluogo lombardo. Un momentaccio.
«Dal nove marzo uffici chiusi, tutti in smart working. Stessa cosa a Roma, il giorno dopo. Qui in ufficio, aperto per ragioni di servizio, saremo in quattro. A casa tutti gli altri, una trentina».
Trenta?
«Già, non siamo pochi. Mai sofferto d'ansia, ora sì. La mia paura, oltre all'emergenza sanitaria, è per quello che verrà dopo».
Ecco, cosa verrà?
«Io faccio da collettore tra i miei collaboratori e i clienti, cui dobbiamo dare vicinanza. Conosciamo le persone, curiamo le loro aspirazioni. È un lavoro empatico. A maggior ragione ora».
Paure?
«Quando il dolore ti porta via persone care, tocchi con mano il dramma. Ho perso un amico cui ero molto legato, Francesco De Donno, galantuomo d'altri tempi, farmacista a Maglie, la mia città. Senza poter partecipare al funerale, essere di conforto con la vicinanza. Ogni giorno sentiamo il bollettino: non sono numeri ma storie in carne e ossa, legami d'affetto, relazioni profonde».
Mi diceva dei clienti...
«Cerco di manifestare vicinanza a tutti. Bisogna superare lo choc e guardare avanti. Al nord le aziende sono in gran parte chiuse. La spinta inerziale per la ripartenza è di 60 giorni. Molte non ce la faranno».
Troviamo una speranza.
«La storia dell'umanità ha esempi illuminanti. Nel 1347 in Italia arrivò la peste nera. Era partita dall'Asia per dilagare poi in Europa. Dopo, però, arriverà il Rinascimento. Guardiamo il mondo con una prospettiva di ottimismo. Ma è difficile prevedere cosa accadrà».
Si è fatto un'idea?
«La guida passerà nelle mani dell'Asia. Gli Usa usciranno stremati da questa prova: milioni di disoccupati in una settimana. Dovremmo studiare come Giappone, Corea del Sud e Taiwan sono riusciti a reagire: capacità organizzative impensabili».
E noi?
«Siamo i passeggeri di una nave in tempesta e ci auguriamo che la fortuna, il comandante e l'equipaggio ci facciano superare questo drammatico momento».
Fatalista?
«Fiducioso suona meglio».
Su cosa sta lavorando?
«Abbiamo disegnato il logo per l'ospedale Fiera di Milano, attrezzato per l'emergenza. Uno spazio allestito in tempi record. Il brand che abbiamo progettato ha finalità segnaletiche: un timpano architettonico, molto leggero, sovrasta la scritta che indica il luogo. Rapido e immediato».
Sono le sue linee guida?
«Le ho parlato prima della Speranza progettuale di Maldonado. Progettare significa gettare avanti: devi mettere in campo fiducia e idee. Se non lo fai, la speranza degrada. Il passo avanti va compiuto con decisione. E va condiviso nel messaggio: se la comunicazione fosse solo divertimento, non avrebbe l'efficacia riscontrata nel mondo. Ecco qui McLuhan».
Come ci cambierà questo tempo sospeso, questa svolta hi-tech a tappe forzate?
«Avremo la conferma del radicamento compiuto del digitale nella realtà materiale. Quando si tornerà alla normalità, molti tenderanno a riprendere le vecchie abitudini. Ma nel frattempo molte cose saranno cambiate».
Tipo?
«Un esempio sperimentato ogni giorno: le riunioni. Ci si dà un appuntamento, si rispetta l'orario, si parla a turno. L'opposto di quanto solitamente accade. La digitalizzazione del mondo è un passo avanti».
Puntualità e precisione non si addicono a noi meridionali.
«Alza la media mia moglie. Ho sposato una milanese, anche se per molti aspetti è più salentina di me. Sa tutti i nostri detti popolari».
Uno al volo.
«A casa bruciata minti focu».
Qui altro che casa bruciata...
«Guardiamo oltre. Cosa aveva intossicato la dimensione social della nostra quotidianità? Il narcisismo dominante. Davanti ai problemi del mondo, verrà ridimensionato».
Cos'altro?
«Le manifestazioni esteriori degli ultimi vent'anni, dal selfie al tatuaggio, tutto verrà rivisto. Noi europei abbiamo sempre espresso la nostra identità attraverso la primazia culturale. Poi abbiamo brasilianizzato il nostro modo di vivere, con evidenti degenerazioni. È il riflesso del sistema binario del digitale: zero e uno, nessun valore intermedio. Riscopriremo profondità e competenza. Avremo maggiore serietà e saremo meno arroganti. Puliti e semplici: quante sovrastrutture possono essere eliminate dall'esperienza quotidiana?».
Il futuro appartiene ai giovani. La sua fiducia comprende anche loro?
«Quando vengono da me, attuano forme di difesa attraverso la radicalizzazione del pensiero. Ma quando apri la discussione che invita alla riflessione, escono universi bellissimi. I talenti emergono quando dai loro la possibilità di farlo. Sotto questo aspetto, scuola e famiglia hanno grandi responsabilità».
Cosa serve per ripartire?
«Un piano Marshall delle opere pubbliche. Ci sono assi viari e tronchi autostradali bloccati, dalla burocrazia o dall'opposizione: fateli fare. L'ambiente non sarà rovinato più di quanto non abbiamo già fatto. Se la Gronda fosse stata realizzata, il ponte di Genova non sarebbe crollato. Pensiamo al Sud: è rimasto isolato. Le infrastrutture servono ad avvicinare i luoghi, superando spazio e tempo».
Il Sud. E il Salento?
«Salentu lentu lentu, come canta Mino De Santis».
Conosce?
«Non lo conosco, ma lo amo. Il Salento, ecco: abbiamo evitato il turismo da usa e getta. La borghesia settentrionale si è innamorata di questi luoghi e ha comprato case, palazzi e masserie, poi opportunamente ristrutturate. Non è consumo, ma cura. E questo ha risvegliato senso di orgoglio e di appartenenza. Anche i giovani hanno piacere a restare».
E la sua generazione?
«Il Salento, la mia, lo ha abbandonato. Ora siamo una meta ideale per un turismo di esperienza. Parigi, New York e Londra attirano visitatori non solo per i monumenti che puoi visitare ma anche per il piacere di essere in un luogo dove gli eventi ti coinvolgeranno. Al Cairo e ad Atene ci vai una volta e basta. Roma un po' si salva».
Ce la faremo a ripartire anche qui?
«I miei amici del nord dicono questo: quando arrivi in Salento carico di stress, resti spiazzato per i ritmi lenti. Dopo, però, capisci il segreto: è questa la vera vacanza. Ho solo paura che si possa perdere quel senso dell'accoglienza un po' ossessiva: e mmangia, e ssaggia... “Ciao signora”, poi, è un saluto che manda in tilt i nostri ospiti: uno slogan portentoso».
Un po' il fascino arcaico della nostra seduzione.
«Io credo sia, invece, il complesso della brutta figura: l'ospitalità non come valore ma come timore che il forestiero possa pensare male di noi perché non all'altezza delle sue aspettative. Poi però lo accogliamo con i cumuli di spazzatura ai lati delle strade. Intollerabile: è concorrenza sleale al territorio».
Le brutture non finiscono qui.
«Se potessi ridisegnare il Piano urbanistico del Salento, farei in modo di ricoprire di edera le case e le cose sconce. Abbiamo operato furti di bellezza senza avere coscienza dello scempio. Ma se l'occhio si abitua non distingue più le cose belle».

  Ultimo aggiornamento: 10 Aprile, 12:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA