Antonio Massari. I quattro ragazzi di via del mare: l’arte del ‘900, ma senza fumetti

Augh! Non lo dice, ovvio. Siamo in Salento, sarebbe bizzarro. Ma se fosse un fumetto, e chi lo conosce sa quanto significhi questa parola, la nuvoletta tradurrebbe saluti e convenevoli [Buongiorno, maestro. Augh! Ecco, più o meno così]. Il televisore acceso rimanda parole e immagini di Sanremo, potrebbe anche trasmettere masterchef o lottatori di sumo, non importa. «Non seguo la musica, né il calcio». Neppure il Lecce? «No». Peccato, proprio ora... Il suo sguardo va oltre. Non sono i muri di casa, né le tende o gli scuri alle finestre, a precludere orizzonti ampi, pensieri infiniti. L’universo interiore non è meno vasto di quello esteriore. Lui, seduto al limite, potrebbe essere un capo indiano. O un ulivo millenario. Uno degli ultimi. I segnali di fumo – evocativi in entrambi i casi – aggiungono suggestione. Le altre nuvolette, quelle che lo circondano a ogni boccata di sigaro, sono sbuffi irriverenti. Ha 87 anni, Antonio Massari. Può fregarsene di tutto.
 
 

Buongiorno, maestro. L’odore di tabacco arriva in strada, ti accompagna su per le scale e trionfa al tuo ingresso in casa, tra la scuola Diaz e l’Archivio di Stato, accanto a villa Reale. È in poltrona, un plaid sulle gambe. Sul tavolo, due rose. Dipinge ancora? «Dei ritratti. E rose, appunto». Da qualche anno vive in questa casa-museo, accudito dalla sua badante, Elena. Dopo la pensione – insegnava disegno e storia dell’arte in una Media di Treviglio, vicino Bergamo – ha chiuso la casa di Milano, zona Lambrate, ed è tornato a Lecce, nell’appartamento di famiglia. Qui. Su ha lasciato molti ricordi, un po’ di opere e la sua compagna, Anna Castelli, venticinque anni più giovane, insegnante nella stessa scuola. Lei viene a trovarlo, lui non si sposta più. Stanno insieme dall’80, non hanno figli. In questa storia è lui - Antonio Massari - il figlio, ma anche il fratello e l’amico, soprattutto l’amico, ecco. Una vita moltiplicata per tre. E anche per quattro: con Edoardo De Candia, Ugo Tapparini e Tonino Caputo è l’asse portante del secondo Novecento artistico leccese. Per questo, se si esclude il dettaglio all’anagrafe, riportato solo per dovere di cronaca, è senza età definita. Né preoccupazione alcuna, ormai, per dirla tutta: fuma tre toscani al giorno, beve birra, si concede del whisky dopo cena. Ma intanto per pranzo lo attende uno stufato di patate. Eh beh, la badante bada...

Ci sono case che parlano. E questa è un discorso incessante, una narrazione ad ogni angolo, su ciascuna parete, nelle singole stanze. Il salotto ne è la summa. Su tutto campeggia il busto in terracotta del padre, Michele, il genio di casa. È il calco per l’opera in bronzo di Antonio Miglietta commissionata per la cappella di famiglia. Artista a tutto tondo, il genitore insegnava pittura alla Regia scuola d’arte “Pellegrino” di Lecce, rifiutò la tessera del partito fascista e perse la cattedra ma non l’estro. Vendette una casina alle porte di Lecce e con la famiglia si trasferì in via di Vaste, civico 9. Notare l’indirizzo, tornerà utile. Lì proseguì la sua opera, prima del secondo e ultimo trasloco, qui appunto. «Papà amava piante e animali ed era molto buono. Non ha mai imposto modelli educativi, noi figli ci siamo semplicemente ispirati. Era una fonte inesauribile: pittore, scultore e anche designer: progettava mobili e strutture complesse». Scrittoio e credenza di questa stanza sono suoi, per dire. Ma, su altri livelli e solo a mo’ di esempio, ché altrimenti ci vorrebbe un tomo intero, suo è il capitello per la statua di Sant’Oronzo, in piazza, e suo è anche il festone di frutta in pietra leccese all’ingresso di Palazzo dei Celestini, ripristinato al posto dello stemma di Casa Savoia (rimosso alla caduta della monarchia). Con Geremia Re, Lino Suppressa e Mario Palumbo, Michele Massari firmò la rinascita dell’arte salentina dopo la guerra. Peccato non abbia avuto il tempo di ultimare i suoi studi sul moto perpetuo. Diversamente, staremmo qui a parlare di altro. «Peccato, già...», sospira il figlio.

Su una parete, il ritratto della madre, Antonietta Milella. Accanto alla finestra, un’opera della sorella, Anna Maria. Nata per prima, nel ‘29, se n’è andata nel ‘93. «Era lei il talento, non io. Papà spesso le faceva preparare i bozzetti dei propri lavori, tanto era brava. Non essendo dotato, io mi sono dannato l’anima con l’esercizio. Lei, essendolo, al contrario non se ne dava cura. Così avevo maturato un tale risentimento per la mia incapacità da progettare l’uccisione dei miei genitori e il suicidio». Una strage: e sua sorella? «No, lei no: non l’avrei toccata». Non se n’è fatto più nulla. «Un giorno mi capitò di leggere su un giornale di una tragedia a Bari: un tizio aveva ammazzato i genitori e poi l’aveva fatta finita. Un mostro, praticamente». Progetto accantonato.

È rimasto lui, per via naturale. La sua storia, i suoi ricordi. Il suo racconto. Poche parole, ben scandite. Un capo indiano non indugia in chiacchiere. La svolta negli anni ‘70: l’arrivo a Milano per l’insegnamento; la benedizione del critico d’arte Pierre Restany, un francesce (parbleu!); i contatti con la casa editrice D’Ars e il suo direttore, Oscar Signorini. «Grazie a loro ho potuto esporre in tutto il mondo, dalla California al Giappone, passando per gli Emirati Arabi». Viaggiato molto. «No, no: solo le mie opere. Io ho paura dell’aereo». D’accordo. Ma prima? Prima di Milano, di Restany, di Signorini, prima delle opere in volo sugli oceani, molto prima, ecco, chi era Antonio Massari? La storia comincia in via di Vaste, civico 9 (ricordate?), lo stesso indirizzo dove abita un piccolo genio, Edoardo De Candia, e prosegue in via del Mare, dove cresce un altro talento, Ugo Tapparini, figlio di Amilcare, ingegnere, e di Angela Pagano, sorella di Vittorio (lui, il poeta), donna di sconfinate letture e marcata vena artistica. «Le nostre amicizie cominciano per caso e si intrecciano ai tempi del liceo. Eravamo sempre a casa di Ugo, un primo piano di fronte alla villa comunale. Lui studiava allo scientifico De Giorgi con Tonino Caputo; io al classico, il Palmieri; Edoardo, invece, aveva abbandonato gli studi: era uno splendido selvaggio». Ugo il capobanda, sua l’idea ardita: sfondare nel mondo dei fumetti. «Lui e Tonino, figlio di un fotografo, per le figure; io ed Edoardo per i paesaggi». La disillusione, però, già al primo contatto. «Il direttore di una rivista ci rispose picche: i cartoni sono l’ottava fatica di Ercole, disse». Addio sogni. Della combriccola faceva parte anche un “certo” Carmelo Bene: «Ce lo fece conoscere Edoardo, muoveva i primi passi come attore. Abitava in una stradina del centro. I suoi spettacoli d’esordio sul terrazzo di casa: recitava Majakóvskij e poi cantava. Anche lui si appassionò alla pittura: spese un milione di lire in pennelli, tele e colori da Caiulo, storico negozio d’arte di Lecce. Io di suo non ho visto nulla, però». Dieci anni di amicizia intensa, indissolubile. Poi ognuno per la propria strada, in Italia e nel mondo. Ma uniti per sempre.

Edoardo De Candia è morto nel 1992. Ugo Tapparini tre anni fa. Tonino Caputo vive a Roma. Antonio Massari è rientrato a Lecce. Accanto a lui, sullo stesso pianerottolo, a uno sbuffo di fumo, abita Vittorio Tapparini, figlio di Ugo, pittore anche lui, molto apprezzato. «Sì, un giovane di talento», dice l’illustre dirimpettaio. All’ingresso di casa, nel corridoio, una sua opera. Questa è un po’ la loro zona, in fondo: dopo la morte di Edoardo, Ugo era andato a vivere nel suo appartamento, di proprietà della sorella, a due passi da qui. «Dei miei compagni mi manca tutto. Il nostro è stato un legame indimenticabile». Non hanno mai esposto assieme. «Sarebbe stato bello». Lecce città d’arte avrà tempo e modo per rimediare [l’avrà, vero? chi è che ha detto sì?]. Lui lo ha già fatto per conto proprio: in camera da letto, uno accanto all’altro, quattro quadri dei quattro amici. «Spero che le mie opere finiscano in un museo: ho inventato una tecnica, quella delle carte assorbenti, un po’ lo merito». Il “meccanico delle acque” lo ha definito monsieur Restany per i suggestivi giochi di inchiostro in immersione. Onde di colore ed energia pura. Lui se ne compiace. Accende un altro sigaro, guarda dritto verso l’infinito. «Se penso alla morte? Certo. Sempre. Ma ho vissuto pienamente, intensamente. E sono contento così». Boccata profonda, nuvola di fumo. Se capiterà un giorno di non vederlo più, prima di piangere sarà il caso di aspettare che si diradi la nebbia.

 
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Domenica 10 Febbraio 2019 - Ultimo aggiornamento: 20:04