Un Galateo contro l’altro per “oscurare” l’eretico

Mercoledì 20 Ottobre 2021 di Gerardo TRISOLINO

Nella sua edizione del dialogo “Eremita” di Antonio De Ferraris (alias Galateo), Nadia Cavalera insinua un sorprendente sospetto: che il più famoso e traffichino monsignor Giovanni Della Casa (1503-1556), intitolando “Galateo overo de’ costumi” la sua opera più nota, abbia volontariamente plagiato il cognome che l’umanista salentino, originario di Galatone, scelse entrando nell’accademia pontaniana, con il subdolo scopo di oscurarne la fama. Su quali indizi l’autrice, che a sua volta ama denominarsi la Galatea, poggia la sua tesi? 

Premesso che il celebre manuale di belle maniere, redatto tra il 1551 e il ‘55 e pubblicato postumo nel ’58, fu dedicato a Galeazzo Florimonte, vescovo di Aquino e poi di Sessa, «a petizion del quale e per suo consiglio» il Della Casa si era dedicato al suo fortunato trattatello, il cui titolo deriva proprio dal nome latinizzato del vescovo, Galeatus, l’autrice si chiede, legittimamente, come mai l’autore lo intitolò “Galateo” e non piuttosto “Galeato”? Così chiosa la Cavalera: «Per innocenti inversioni linguistiche maturate negli anni? O piuttosto per il preciso sotteso fine di richiamare, per coprirlo e colpirlo, il nome dell’umanista che tanto scandalo aveva portato negli ambienti del tempo per la sua lingua onesta e sciolta dalle ipocrisie contro una Chiesa debosciata?».

Siffatta spiegazione genera, però, una serie di interrogativi e di questioni di non secondaria importanza. Innanzitutto, presuppone che il Della Casa conoscesse le opere del nostro Galateo e, in particolare, questo dialogo satirico in latino, come la maggior parte dei suoi scritti, intitolato “Eremita”, di cui la Cavalera ci offre una bella e agile traduzione in italiano. 

Lo scomodo "Eremita"

Per dipanare il presunto giallo soccorrono le pagine introduttive di questo libro pubblicato dalla casa editrice milanese Fermenti, in circolazione con notevole ritardo a causa della pandemia.
Secondo Nadia Cavalera, poeta avanguardista molto legata a Spatola e a Sanguineti, originaria anche lei di Galatone ma di stanza da parecchi decenni a Modena, è certo che Della Casa conoscesse l’“Eremita” del Galateo, composto intorno al 1496-’98, e rimasto inedito addirittura fino al 1875, anno in cui fu pubblicato per la prima volta dalla Tipografica Editrice Salentina. Ma è comunque vero che numerose copie del manoscritto erano nel frattempo circolate (l’autore, paradossalmente, ne regalò una addirittura a Giulio II nel 1510), gravate dall’infamante sospetto di eresia, a tal punto che ancora nel Settecento, secondo quanto riferisce l’autrice, l’illuminato arcivescovo di Brindisi Annibale De Leo avrebbe negato una copia manoscritta in suo possesso (ancora oggi disponibile nella biblioteca arcivescovile a lui intitolata nel capoluogo messapico) al teologo calvinista-sociniano ginevrino Jean Leclere, che voleva pubblicarla in Olanda.

Le opere stampate a Basilea

Ma c’è un’altra congettura che dovrebbe avvalorare la tesi della Cavalera: nello stesso anno in cui uscì postumo il trattato di Della Casa (era il 1558), il marchese oritano Giovan Bernardino Bonifacio fece stampare a Basilea, terra “franca”, le opere più celebri del nostro Galateo: “De situ Japygiae” (ristampato a fascicoli da questo giornale, a cura di Antonio Maglio) e “De situ terrarum” (ma il proposito iniziale era di pubblicarne l’opera omnia). 
«Appena il Galateo vero (anche se in veste parziale) - sottolinea l’autrice - viene alla luce ecco spuntare dal cassetto del defunto Monsignore, nella sua opera omnia, stampata a Venezia, il Galateo falso pronto a oscurarlo, si potrebbe dire». 

Anche questa ipotesi è suffragata dal fatto che il suddetto marchese Bonifacio, in viaggio verso Basilea, aveva soggiornato proprio a Venezia (era il 1557), come sostiene attendibilmente Sebastiano Valerio, che nel 2009 ha curato la traduzione e l’edizione critica di “Eremita”, sulla base di un codice conservato nella Reale Biblioteca El Escorial. È molto probabile, pertanto, che il marchese Bonifacio a Venezia (in cui nel 1544 lo stesso Della Casa era stato nominato nunzio apostolico da Paolo III) abbia illustrato a qualcuno il contenuto scandaloso, trasgressivo, eversivo, spregiudicato contro la corruzione delle gerarchie ecclesiastiche, a tal punto che il medico della corte aragonese, il filosofo e umanista salentino viene ancora oggi considerato un precursore e forse anche un ispiratore della Riforma erasmiana e luterana.

In tal modo è stato giudicato da valenti studiosi come i conterranei Salvatore Grande, Mario Marti, Aldo Vallone, Vittorio Zacchino e altri, e da Eugenio Garin, Giulio Ferrone, dal già citato Sebastiano Valerio, a giustificazione del grande interesse – lo auspichiamo - che può contribuire a risuscitare questo bel libro della Galatea Nadia Cavalera. 

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