Hera, eroina atipica in fuga dai cliché. Il nuovo romanzo di Anilda Ibrahimi

Giovedì 26 Maggio 2022 di Alessandra LUPO

Anilda Ibrahimi, appena tornata in libreria con il romanzo, “Volevo essere Madame Bovary” pubblicato da Einaudi, avrà anche la direzione artistica del Festival delle Letterature organizzato e ideato dall’Accademia delle Belle Arti di Lecce da oggi al 28 maggio. Una manifestazione dedicata alla scrittura radicata nelle storie della provincia, una riflessione sul rapporto con il proprio territorio e il confine con il grande mondo.

Anilda Ibrahimi, al festival presenterà anche il suo nuovo libro, appena uscito, che come avviene nei suoi precedenti romanzi, indaga una storia “rimossa”, quella delle donne dall’altra parte dell’Adriatico durante il socialismo reale. Le donne furono liberate dal sistema patriarcale. Ma a che prezzo?

«Si passò dal patriarcato tradizionale a quello socialista. Voglio essere chiara: con l’arrivo del socialismo l’emancipazione femminile avvenne e l’arretratezza nei rapporti uomo-donna ereditata dal lungo periodo ottomano venne superata e fu un bene per le generazioni di mia nonna e di mia madre. La donna, però, oltre a poter uscire per lavorare doveva anche prendersi cura della casa, come prevedeva Rosa Luxemburg. Le donne erano libere - pensavo da piccola - ma da chi erano state liberate? Una condizione che accomuna un po’ tutte le donne del bacino mediterraneo».

Ma la sua protagonista parla anche di una perdita dell’identità femminile. Di foto con i capelli a spazzola...

«Ciò che la disturbava da bambina era l’uguaglianza fisica. L’uomo nuovo sovietico non prevedeva una donna nuova ma cancellava la femminilità. In una dittatura, la donna distrae le masse dal profitto e il modello della donna perfetta era quello della compagna di uomo socialista che insieme a lui contribuisse al sogno di una società socialista».

Con una ingerenza notevole anche nei rapporti di coppia?

«Il comunismo aveva fatto un regalo agli uomini: le smancerie era considerate sintomi di una società degenerata».

In copertina si legge che sia sua nonna sia sua madre erano state delle collaborazioniste del patriarcato. Una voce interiore si chiede che cosa ci si può aspettare da lei. È questo il momento in cui Hera, la protagonista, entra in crisi?

«Sì, lei è ironica in quel punto e parla con se stessa. Insinua il dubbio su quello che ha realizzato».

La figura letteraria di Madame Bovary che dà il titolo al romanzo si contrappone alle eroine russe che la protagonista ha incontrato nella sua formazione. Perché Emma resta così presente nell’immaginario collettivo? 

«Lei le legge sia le eroine russe sia la letteratura europea ottocentesca: con Emma Bovary ha in comune la lettura frenetica dell’infanzia rinchiusa dalle Orsoline. Era in provincia e sognava la grande città. Sognava un amore tormentato in cui un uomo finalmente perde la testa per lei in quanto donna e singolarità femminile. I riferimenti di Hera d’altronde non erano la contadina russa sul trattore né Pelageja, la Madre di Maksim Gorkij che muore per gli ideali del figlio e del socialismo. Sceglie modelli diversi di quelli scelti dal regime. Non sapendo che intanto il mondo fuori è cambiato». 

Eppure lei ha ricostruito la sua vita, si è affermata...

«Lei è infelice, perché realizza che la libertà tanto sognata non è reale. Anche quando diventa un’artista è sempre mal vista, ritenuta frivola e vanitosa. I suoi riferimenti culturali sono alti, lei viene ritenuta dal suo gruppo un’albanese snob. Negli ambienti impegnati è considerata troppo femminile, lei non metterebbe mai gli odiati pantaloni. E finisce per subire persino la diffidenza di alcune donne femministe per il fatto di avere due figli. Anche la maternità le viene in qualche modo rimproverata come forma di sottomissione al patriarcato».

Nel libro, attraverso il tassista che parla un inglese britannico, lei descrive anche delle trasformazioni che ci sono state in Albania rispetto a noi italiani. E di quanto oggi quel desiderio di raggiungere l’altra sponda del mare non esista più. 

«Sì, il sogno italiano è tramontato da un pezzo. Soprattutto nelle zone centrali come Tirana. La mia generazione parlava italiano e sognava di fuggire dall’altra parte del mare. Io l’ho fatto e vivo a Roma da molto tempo. Ma le nuove invece parlano inglese. C’è un cambio di rotta radicale».

Oggi dove sogna di andare un ragazzo albanese che ha appena finito il liceo?

«Io mi auguro che sogni di restare nel suo Paese ma per studiare e cercare lavoro molti giovani scelgono i Paesi anglofoni, la stessa America. Un cambiamento sostanziale».

Ultimo aggiornamento: 09:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA