La pandemia e la vita che rinasce: gli scatti di Andrea Gabellone nella raccolta "Distanti"

La pandemia e la vita che rinasce: gli scatti di Andrea Gabellone nella raccolta "Distanti"
di Vincenzo MARUCCIO
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Venerdì 9 Dicembre 2022, 12:29 - Ultimo aggiornamento: 12:52

L'angoscia dell'infermiere con il casco, la città deserta durante il lockdown, il dolore su un letto d'ospedale, il sorriso per la vita che nasce. Rigorosamente in bianco e nero: per scelta stilistica e perché la pandemia non ha colori. Tutto racchiuso in un attimo. La fotografia, insieme alla musica, è l'arte più difficile da raccontare. Letteratura e cinema si prestano meglio. Un libro e un film sono narrabili: la trama si dipana e il discorso critico si nutre di personaggi, cause ed effetti. Per la fotografia, invece, è più complicato e restituirne l'essenza un compito arduo: lo spazio-tempo esiste solo nella misura dello scatto che non ammette obiezioni o alternative.

 

Quello è e non potrebbe essercene un altro. Il rischio è che ogni commento resti monco e insufficiente. Certe volte non basta, certe volte eccede: spesso un passo indietro rispetto all'emozione che una foto suscita nello spettatore. È una legge spietata: se accade ciò, vuol dire che la foto è riuscita e che della mediazione critica si può fare anche a meno. Meglio soltanto suggerire, inutile spiegare troppo. Cogliere l'attimo è il fil rouge di Distanti. Volti e storie di una pandemia, il nuovo libro in cui Andrea Gabellone si misura con il virus che ha cambiato le nostre vite: un viaggio senza sconti e senza filtri in cui il fotografo salentino - reporter, autore di inchieste e giornalista nello stesso tempo - mette a fuoco volti, interni e paesaggi urbani dell'emergenza sanitaria. Nulla resta in superficie e tutto rimanda a ciò che siamo stati e dove non vorremmo più tornare.

Annus horribilis: il 2020

Siamo stati fortunati (altri molto di meno) se la morte ci è solo passata accanto e se, dopo essere un po' morti dentro, ce l'abbiamo fatta a rinascere. Distanti (Manni Editore) raccoglie oltre 200 foto divise in undici capitoli: un diario personale che scandisce la pandemia quasi in senso cronologico. Ritroviamo, innanzitutto, quelli che abbiamo chiamato eroi: medici, infermieri e operatori ospedalieri che hanno vissuto la più terribile delle trincee. Una guerra combattuta inizialmente a mani nude, la stanchezza di infinite giornate di lavoro, un casco e una tuta come unica protezione dal contagio e l'ansia di non riuscire a farcela. Gabellone entra in punta di piedi nelle sale d'attesa, nei laboratori e nei reparti dove i pazienti lottano per la vita: è la parte più dura del viaggio e lo si intuisce nel dramma degli sguardi catturati dalla macchina fotografica.

Basta aspettare, pazientemente, il tempo dello scatto ed ecco che gli occhi parlano. Tra le rughe, sotto le palpebre di notti insonni, dietro le visiere che nascondono un dolore inatteso, accanto ai tubi di biocontenimento così glaciali eppure necessari. Da lì al lockdown il passo è breve: rinchiudersi in casa, affacciarsi alla finestra, le strade vuote, i volontari della Croce Rossa senza notte e giorno, le ambulanze nel silenzio, i tamponi in farmacia, i vaccini con l'Esercito, le aule senza studenti, lo scontro ideologico che imbratta i muri, un cuore disegnato da un bimbo su un foglietto. Gabellone documenta e lavora per sottrazione. Via gli orpelli, al bando la retorica. Sembra facile, ma bisogna essere pronti. Crudeli, a volte. Passa una bicicletta che corre solitaria ed è pur sempre un segno di vita. C'è speranza. È solo un attimo, ma basta e avanza.

È la pandemia per come l'abbiamo vissuta sulla nostra pelle. Diversa da quella dei freddi numeri del bollettino televisivo giornaliero, lontana dalle statistiche alla lunga respingenti. Quello che ci è rimasto dentro, ferite profonde e sorrisi mai domi. Una pandemia umana se dovessimo trovare un aggettivo per fare sintesi. Si sente la lezione dei grandi fotografi che pongono l'uomo al centro di ogni scatto anche quando non si vede. Viene in mente Steve McCurry, forse il più bravo a scavare in uno sguardo per capire chi siamo, da dove veniamo e dove vorremmo andare. Viene in mente Sebastiao Salgado, forse il più grande nell'uso del bianco e nero quando anche dietro un paesaggio si sente la presenza dell'essere umano. Lezioni espressive per questo ventunesimo secolo - un certo modo di guardare le cose - che Gabellone aveva già coltivato nei precedenti reportage dedicati ai migranti sulla rotta alpina Italia-Francia e alla fuga dalle bombe in Ucraina. Questa eredità è lo sguardo (la parola chiave per ogni opera fotografica) che ci accompagnerà negli anni a venire nonostante gli smartphone destinati a moltiplicarsi e i selfie ormai strumento imperante per interpretare la realtà. Un rischio, quest'ultimo, che non va confuso con l'uso smodato che ne fanno gli adolescenti: ci può anche stare come espressione di identità generazionale purché non diventi dipendenza totalizzante. È il selfie in senso lato il grande pericolo: gli adulti che narcisisticamente raccontano se stessi anche quando fotografano una baia incontaminata o un party estivo, e pubblicano tutto sui social per dire Guardate, io c'ero anche se non mi vedete.

L'istante catturato

La fotografia, no. La fotografia è ben altro da un selfie: coglie l'istante e lo rende infinito prima ancora che immortale. Il nanosecondo dello scatto svela quel che custodiamo dentro. Ciò che, senza quella foto, forse non avremmo mai visto. Per questo ne avremo bisogno. Domani ancora più di ieri. «Una testimonianza in cui ritrovare ciò che abbiamo vissuto quando la memoria sarà intorpidita dal tempo»: così scrive l'autore nella nota di presentazione. E che nell'ultima parte del libro tenta l'azzardo più grande: mettere insieme i funerali della pandemia e i reparti di Ostetricia dove tutto ricomincia, i volti di chi ha perso i propri cari e i corpi di chi sta per diventare mamma. Una pagina dopo l'altra: il dolore più profondo e la gioia più grande, gli estremi dell'esistenza, due facce della stessa medaglia anche se le vorremmo tenere separate. E qui si torna al punto di partenza: meglio guardare solo le immagini, le parole si defilano, il commento è superfluo e non serve aggiungere altro. O, forse sì, qualcosa si può dire. Una certezza, almeno. Finché c'è un nuovo vagito c'è vita. Finché c'è vita ci sarà sempre una fotografia.

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