La guerra di Servillo nella Napoli di Igort

Venerdì 21 Agosto 2020 di Francesco DI BELLA
Una Napoli strana, cupa, triste, decaduta più che decadente, è quella in cui si muove Toni Servillo nei panni di Peppino Lo Cicero, vecchio camorrista in pensione tornato in attività per vendicare l'uccisione del figlio, anch'egli killer al soldo del boss. È tutto il contrario della Napoli da cartolina, sole, mare e canzoni, quella disegnata da Igor Tuveri per il primo film che lo ha visto nel ruolo di regista, "5 è il numero perfetto", che stasera alle 21 nell'area esterna del Palazzetto dello Sport Pietro Mennea di Maruggio, provincia di Taranto, darà il via alla nona edizione di Qcine Festa del cinema da mangiare: tre giorni di cinema in piazza, incontri con ospiti e dissertazioni a tema gastronomico.
Ma d'altro canto Igort (questo il suo pseudonimo quando - sempre - viaggia nel mondo dell'arte, saltando dalla scrittura ai disegni, dalla sceneggiatura ai fumetti, alla musica e così via) quella Napoli così strana l'aveva immaginata proprio per un fumetto, prima ancora che per un film.

E a Servillo/Lo Cicero già nelle prime scene fa dire che "la città che mi aveva visto diventare uomo è diventata con il tempo un ricordo sbiadito"...

«Sì, ma quella è la sua Napoli, non la mia. Perché quello che racconta il film è il canto crepuscolare di un uomo che vede svanire le proprie certezze, la propria dimensione, ed è l'inizio di una crisi che porterà poi anche a una rinascita».

E la sua Napoli, qual è? Lei è nato a Cagliari...

«...e ho vissuto molta parte della mia vita in Oriente. A Napoli ci sono e la frequento da tempo, per me è un luogo dell'anima. Io ho delle residenze privilegiate in alcuni luoghi dell'anima, Tokio, Parigi, Napoli. E Napoli è una città isola, con una sua lingua, un suo governo a volte anche non esattamente legale e che però esiste, e una sua grande cultura. A me interessa sia la Napoli letteraria che quella del grande teatro, antico e moderno. Questa storia però ho cominciato a scriverla e disegnarla a Tokio; ero lì e volevo fare una storia da pubblicare in Italia. Così ho cominciato a pensare a un luogo in cui la tragedia, il dramma e l'ironia potessero convivere. Ebbene, Napoli è il teatro ideale per questa storia».

Così è nato il fumetto. Trasformarlo in un film però non dev'essere stato facile, proprio per quelle sue atmosfere particolari. Eppure lei c'è riuscito, anche attraverso l'uso accentuato dei chiaroscuri, di un certo tipo di colori pastello, di una fotografia che è riuscita a unire lo spirito grafico del fumetto a quello delle opere di alcuni grandi pittori...

«Io lavoro da sempre in tanti campi contigui e il fumetto ne riassume diversi, poiché comprende la scrittura, il disegno, il montaggio, è un linguaggio meticcio. E diversi sono anche i miei riferimenti, pittura, cinema, fotografia, anche la musica mi ha influenzato poiché in un primo momento pensavo di fare una specie di piccolo film tascabile, quindi di lavorare molto sulle atmosfere. Poi però, una volta messo in cantiere, abbiamo detto: ragioniamo nei termini del cinema, dimentichiamo il fumetto. D'altro canto il fumetto l'avevo pubblicato nel 2002, erano passati sedici anni, una distanza sufficiente per potere affrontare questo racconto».

Una mano gliel'ha data anche Servillo, che nel film recita accanto a due altri splendidi protagonisti, Valeria Golino e Carlo Buccirosso...

«Servillo è stato da sempre molto complice, è stato lui l'artefice del mio lavoro dietro la macchina da presa. Io non pensavo di mettermi a dirigere, sono uno che scrive, che aspetta le idee, nel cinema invece bisogna correre e pensavo di non esserne capace. Invece le mie paure dopo si sono rivelate insignificanti. Sin dall'inizio si è definita una triade, direttore della fotografia, costumista e scenografo, e ci siamo messi a lavorare su un impianto visivo ponderato, studiato. Per me era fondamentale, essendo italiano, cioè in un Paese che possiede circa il 70, 75 per cento dei beni artistici mondiali, che anche il mio film trasudasse cultura visiva. Avevo in mente un certo tipo di aspetto visivo e visionario del cinema, maestri come Fellini, Ferrara, Pasolini, intrisi di cultura pittorica. E le atmosfere di artisti come Hopper e Casorati, solo per citarne due».

E poi il fumetto. L'amore per il fumetto è evidente, anche per l'inserimento dei giornaletti in più scene del film. Peraltro anche con un messaggio particolare, la contrapposizione delle "americanate" in cui "i protagonisti sono tutti eroi, stanno dalla parte sbagliata" ai fumetti italiani come Diabolik, Zakimort, Kriminal i cui protagonisti "sono tutti delinquenti... è tutta roba buona". Sembra quasi che lei si sia voluto togliere qualche sassolino dalle scarpe, nei confronti del fumetto d'oltreoceano...

«Ma no. È solo un dato antropologico di fatto: tutti gli eroi mascherati italiani sono delinquenti, quelli americani invece sono tutti eroi per il bene. Lo vedo come un modo laico di vivere il mito dell'eroe e mi sembra una cosa divertente».

Peraltro nel suo film, in questa Napoli teatro di stragi di camorra, non compare un poliziotto...

«Questa è stata una scelta di campo precisa. La maschera è quella del genere, non volevo fare un poliziesco classico, volevo raccontare la storia di un vecchietto che a causa di un torto subìto, la morte del figlio, scopre una dimensione altra del suo vivere, lui che è stato un gregario per tutta la vita scopre che può essere qualcos'altro in un mondo cambiato, in un universo che sta evaporando sotto i suoi occhi».

Un altro messaggio è quello che nella vita bisogna essere artefici del proprio destino, liberi, indipendenti: la spiegazione del titolo del film, "5 è il numero perfetto" che dà Servillo/Lo Cicero è proprio questa. E poi lei gli fa aggiungere che "la vita bisogna domarla".

«Questo è il suo pensiero, non necessariamente il mio. Accade nelle storie che il personaggio si animi di vita propria e chi scrive stia all'ascolto. Io penso che un racconto non debba dare delle risposte ma porre delle domande, e spero che il mio film sia così».

Verso la fine del film c'è anche un suo cameo, lei compare come passeggero a bordo di un pullman. Questo richiama alla mente l'abitudine di due grandi, uno del cinema, Hitchcock, l'altro del fumetto trasportato sul grande schermo, Stan Lee, di firmare anche così le loro opere. Un omaggio?

«No, non ci ho pensato. Li amo entrambi, ma per me era solo un modo per essere dentro il film e provare l'ebbrezza di stare dall'altra parte della macchina da presa».

La caratteristica del festival Qcine, che oggi la vedrà protagonista a Maruggio in diretta streaming, è quella di unire un film a un particolare tema culinario. Per "5 è il numero perfetto" è stato scelto il caffè, che nel suo film accompagna un paio di momenti molto importanti nella narrazione...

«Sì, il caffé è importante per il racconto in un film che nella mia intenzione vorrebbe parlare al mondo. Ho voluto raccontare il rapporto rituale che gli italiani hanno con il caffè. Un rituale domestico molto antico, nel quale c'è il senso della discendenza, il padre che parla col figlio, e la dimensione domestica in momenti in cui si evocano le storie del passato. Inoltre fa parte del racconto, di Napoli e, per esempio, della tradizione del teatro di Eduardo».

Parliamo un po' di progetti futuri. Sono più nel campo del fumetto o proseguono sulla strada del cinema?

«Sono tutto: in queste ore sto scrivendo, accanto a me c'è un microfono perché sto facendo doppiaggi e un nuovo disco, dietro un tavolo da disegno sul quale sto disegnando fumetti. Tutte queste cose si influenzano a vicenda. E io sono come un bambino nella stanza dei balocchi, ogni giorno quando mi sveglio non vedo l'ora di entrarci».
  © RIPRODUZIONE RISERVATA