Otranto, 14 agosto 1480: il coraggio di una scelta

Otranto, 14 agosto 1480: il coraggio di una scelta
di Adele ERRICO
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Sabato 13 Agosto 2022, 05:00

La mattina del 14 agosto 1480, Antonio Pezzulla, detto “Primaldo”, si inginocchia in cima al colle della Minerva, a Otranto. Il colpo netto di una scimitarra gli mozza la testa che rotola giù per il colle. Il suo corpo, però, resta ritto sul busto sotto gli occhi terrorizzati del boia. Antonio Primaldo è il primo degli ottocentotredici martiri otrantini che in quel giorno di agosto di cinquecentoquarantadue anni fa vengono decapitati dall’invasore turco per non aver rinnegato la fede cristiana. Il cadavere senza testa di Primaldo, impietrito nella luce mattutina, resta rigido fino a quando anche l’ultimo otrantino non è caduto sotto la cieca ferocia saracena. A quel punto, come esausto del protrarsi del macabro miracolo, si accascia tra la polvere del colle, per essere al tempo stesso primo e ultimo tra i martiri.

Il 14 agosto si ricordano le donne e gli uomini di Otranto che furono trucidati perché consapevoli che la verità del cuore vale più di una menzogna pronunciata allo scopo di salvarsi la vita. Oggi di quelle donne e quegli uomini rimangono scapole, tibie, femori e crani che “dormono dietro i fragili vetri degli ossari” della cattedrale di Otranto. Da quel giorno, i loro corpi muti, le loro teste mozzate, le loro mani giunte in una preghiera stroncata dalla lama di una scimitarra, si fanno testimonianza del coraggio di una scelta per la quale la passione cancella il timore della morte. 

Maria Corti e l'Ora di Tutti

Ammucchiate nelle teche di vetro, le ossa dei martiri cantano come coro di voci antiche che si addensano nel romanzo di una delle figure centrali della cultura italiana del Novecento, critica militante, filologa, teorica della letteratura e narratrice. “L’ora di tutti” di Maria Corti. Nel romanzo, Otranto, “con il suo mare violetto, le sue case bianche” non è solo spazio geografico, ma luogo della coscienza attraversato dalle voci di cinque fantasmi monologanti che fanno qualcosa che “si impara da Aristotele e Sant’Agostino”.

Esercitano il potere della memoria. Parlando da una dimensione “post mortem”, Colangelo pescatore, il capitano Zurlo, Idrusa, Nachira, Aloise De Marco narrano come la Storia sia entrata irruenta nelle loro esistenze e di come, senza volerlo, senza saperlo, nuova e inattesa, giunga “l’ora di tutti”. Non è l’ora della morte ma è un istante fulminante che carica l’esistenza di senso. È un suono secco che suggerisce che tutti i pezzi – anche quelli della vita più disunita, frantumata, spezzata – vanno ciascuno al proprio posto, per creare un mosaico armonioso. 

Tra le vite degli otrantini che hanno imparato a regolare su scirocco e tramontana pensieri e faccende, spicca quella di Idrusa, il cui monologo occupa esattamente il centro del romanzo, come a creare una dolce congiunzione tra le quattro voci maschili. Idrusa, nome che significa “cavalla da corsa, grondante sudore”, ha gli occhi grandi e la pelle bianca, ed è la donna più bella di Otranto. Gli uomini le passano gli occhi dalla testa ai piedi e questa figura “fatta di arcobaleno” si stringe in un senso della felicità rivelatore dell’eventualità che “anche le cose più amate sono legate ad un tempo senza ritorno”. Idrusa, in fondo, è felice solo per un istante, nell’oscurità della sua camera da letto, con gli occhi fissi nel buio ad ascoltare un altro respiro. Per tutta la vita aspetterà qualcosa che somigli a quel momento, “ma felici si è solo per qualche attimo, e in un modo del tutto imprevisto”.

Idrusa e il coraggio di vivere

Idrusa non è come le altre otrantine; è fatta di un coraggio di vivere che la rende diversa, vibra di un’audacia disarmante che le consente di non tremare afferrando i polsi dei morti distesi nella cattedrale, per poterli lavare prima della sepoltura. 
Non piange Idrusa, non piange mai. Non piange lei e non piangono gli altri eroi che, con le mani legate dietro la schiena, risalgono curvi il colle della Minerva in quella mattina del 14 agosto 1480. Nella testa un canto straniero, risuonato tra le pareti della prigione la notte prima, una notte che doveva essere breve e invece non finiva mai. Il canto di un soldato saraceno che, forse, per quella notte, si era scordato della guerra. Il turco cantava alle stelle e si immalinconiva perché le stelle restavano lassù.

Nachira e il canto del soldato turco

Con quel canto nella testa, Nachira, il personaggio al quale è assegnato il resoconto del martirio, marcia insieme agli altri condannati fino alla cima del colle, “col cuore come un’arancia spremuta”. Il sole sta sorgendo e illumina di un rosso violento un’Otranto che presto si bagnerà del sangue dei suoi abitanti. Ma Nachira non pensa a questo, non pensa alla morte. Pensa che vorrebbe suonassero le campane della cattedrale. Ma le campane tacciono. Si sentono solo le cornacchie marine e poi, sulla collina, appare il boia. Nachira, però, volge lo sguardo altrove. Alla campagna, agli oleandri bianchi e rossi che allungano i rami nel cielo. 
Allora cosa resta della vita? Un pugno di colori e una campagna illuminata. Quegli oleandri del colle della Minerva furono l’ultima cosa che passò dentro gli occhi di Nachira.

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