Non solo droga, la Scu jonica puntava al business dei rifiuti. E tra le vittime del pizzo spunta anche un politico

Venerdì 16 Ottobre 2020 di Francesco CASULA

«Osso, Mastrosso e Carcagnosso». E poi la «catena», la «tirata». Parole che evocano riti mafiosi. Che ricordano le cerimonie di «affiliazione», l'entrata di un nuovo picciotto nel clan, oppure il «movimento» cioè il passaggio di grado di un soldato della Sacra Corona Unita. L'inchiesta «Cupola» messa a segno due giorni fa dalla Squadra mobile di Taranto e dalla Dda di Lecce con 23 arresti (due dei quali eseguiti tra Brindisi e Oria) racconta come le vecchie immagini della mafia siano ancora vive nei ricordi degli indagati che a partire da stamattina saranno interrogati dal gip. Un passato che tuttavia non disdegna il salto verso i nuovi traffici. Come il business dei rifiuti. Nelle 534 pagine che compongono l'ordinanza di custodia cautelare sul conto del clan della Sacra Corona Unita che avrebbe dettato legge nel versante orientale della provincia jonica, infatti, emerge la conversazione tra Giovanni Caniglia (C) e Mario Buccolieri (B), suo adepto.

 

I due ricordano il momento in cui proprio Caniglia accolse Buccolieri nell'organizzazione con il rito di iniziazione con le figure presenti e poi ripercorrono la scala gerarchica della Scu.
«C: la catena te la ricordi? La catenate la ricordi? B: la catena? C: eh; B: (incomprensibile); C: bravo, capo in testa è lui, tutta la tirata chi è? B: sulla catena figura lui; C: capo in testa è Vincenzo (ndr Stranieri); B: Vincenzo; C: tutta la Tirata; B: la Tirata la teneva Salvatore bionda all'epoca».
I due ricordano poi la «favella», cioè la filastrocca che ogni nuovo membro deve recitare dinanzi al suo padrino. Quella della Scu inizia ricordano i tre fantomatici cavalieri che diedero vita alla malavita «Osso, Mastrosso e Carcagnosso». Rievocano le tante regole che gli appartenenti alla quarta mafia dovevano rispettare. Ma Caniglia, sul punto, appare in disaccordo: «ce n'erano una marea di regole - dice a Buccolieri - che si dovevano mantenere e non si sono mai mantenute, ma io gli ho schifati poi dopo dal 90 in poi... io nell'85 mi sono fatto il movimento io, pensa tu 15 anni tenevo io, di seconda, 15 anni tenevo a 17 anni tenevo la Santa(alto grade della Scu, ndr) pensa tu l'ultimo movimento l'ho preso... in Calabria con i calabresi eh, eh» salvo poi aggiungere che i tempi sono cambiati «ora non serve più niente, serve sola mente una stretta di mano e un'amicizia sincera».


Alle vecchie regole, i membri della «Cupola» di Manduria hanno affiancato i nuovi business. Walter Modeo, uno dei quattro membri del collegio supremo della frangia manduriana, sogna di riciclare i proventi della droga nelle attività imprenditoriali. Il settore è quello dei rifiuti. Modeo dà vita alla società «M&M Ecologia» e progetta, secondo quanto hanno accertato, di «riciclare si legge negli atti i proventi del traffico di droga attraverso l'immissione delle relative liquidità nei ricavi della ditta, facendo quindi aumentarne, in maniera fraudolenta, il volume di affari e quindi gli utili». Nel suo piano aveva in mente di stringere accordi commerciali con una ditta che detiene, secondo l'accusa, una sorta di «monopolio» per la raccolta rifiuti in plastica. Il suo piano, però, fallisce: secondo quanto accertato dai poliziotti, pur avendo trovato una spalla in un referente della Provincia di Taranto a impedirgli di ottenere l'autorizzazione ci ha pensato l'Arpa Taranto che nelle sue valutazioni ha rilevato «marcate criticità» soprattutto per il luogo sul quale dovrebbe sorgere la piattaforma per la differenziazione dei rifiuti. Modeo prova a superare l'ostacolo, ma il problema resta: Arpa Taranto non si muove. L'autorizzazione non arriva.

Il direttorio che guidava il clan di Manduria si riuniva spesso. Un confronto per decidere di comune accordo le strategie da seguire per tenere il territorio sotto scacco e gestire i propri affiliati. In questa maniera i quattro capi, individuati dalle indagini dei poliziotti della questura, guidata dal questore Giuseppe Bellassai, mantenevano la pax mafiosa tra gruppi della Sacra Corono Unita un tempo contrapposti nel nome del buon esito delle attività criminose e degli affari.


Tra le attività più redditizie con le quali il gruppo si arricchiva spicca quello del racket delle estorsione. E c'è anche un consigliere comunale appena eletto tra le vittime del pizzo imposto dal clan a Manduria. Questo uno dei dettagli che emergono dall'inchiesta dell'antimafia di Lecce, denominata «Cupola» sfociata l'altro giorno in 23 arresti della Polizia, mentre altre 27 persone sono indagate, quasi tutte manduriane.


Quella dei commercianti, infatti, è la categoria colpita dalla piaga del «pizzo», la richiesta di denaro da parte della criminalità in cambio di protezione. Ed è proprio di un politico manduriano, appena eletto nella maggioranza del sindaco Gregorio Pecoraro, la scomoda e imbarazzante posizione nell'inchiesta di cui si parla. C'è da dire subito che il personaggio in questione non è indagato, ma è anzi una vittima dell'odioso «pizzo». Fosse solo questo, però, si direbbe che è uno dei tanti imprenditori stretti nella morsa degli estorsori. Ma non sembra essere soltanto questo. Dice altro, ad esempio, il contenuto di una intercettazione ambientale registrata il 2 gennaio del 2019 dalla cimice montata sulla macchina di Giovanni Caniglia, secondo gli inquirenti uno dei quattro presunti capi della Cupola.


L'imprenditore-politico che è titolare a Manduria di una stazione di servizio, da lungo tempo sarebbe soggetto alla protezione del presunto boss il quale, in cambio, riceverebbe gratuitamente rifornimenti di carburante per la propria vettura, per quella della moglie e di altri appartenenti al clan. «Secondo quanto si desume dai contenuti del dialogo intercorso tra i due scrivono gli investigatori antimafia l'imprenditore, già da tempo ha deciso di usufruire di una protezione per così dire attiva, preferendo stabilire con Caniglia un rapporto interattivo sì da trarne anche a lui possibili vantaggi». Ma c'è dell'altro. «Sin dall'inizio si legge nell'ordinanza firmata dal gip Michele Toriello le indagini evidenziavano che Caniglia, su richiesta dell'imprenditore, avesse recuperato un quantitativo di eroina nel bagno dell'area di servizio», quantitativo che sarebbe stato lasciato da un noto spacciatore del posto «il quale prosegue il giudice vedendo la presenza della polizia, aveva maturato il convincimento di poter essere controllato».


L'episodio viene raccontato nei minimi particolari in un'altra intercettazione ambientale tra una dipendente del bar e una sua amica. «è entrato e c'erano due carabinieri in borghese (in realtà poliziotti, Ndr), è andato in bagno, ha preso l'eroina che teneva nel borsellino e l'ha nascosta dentro al bagno». Di tanto, sostiene l'accusa, veniva informato il titolare ma, sempre la ragazza intercettata «svela scrive il gip che nessuno ha inteso fare nulla, vale a dire che nessuno ha provveduto a chiamare personale delle forze dell'ordine, preferendo invece far giungere sul posto il noto pregiudicato Caniglia».

Ha collaborato Nazareno Dinoi

Ultimo aggiornamento: 15:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA