Disagi all'ospedale "Perrino": il bar resta chiuso da due mesi

Disagi all'ospedale "Perrino": il bar resta chiuso da due mesi
BRINDISI - C’è l’anziana signora che giunge munita di thermos, chi porta - per chi può mangiarlo, ovviamente - un cornetto comprato magari a un bar non proprio vicino, perciò la colazione arriva fredda, e chi se ha fame deve accontentarsi dei prodotti del distributore automatico, che per ovvie ragioni offrirà una scelta limitata a salatini e patatine.

Il bar dell’ospedale “Perrino” è ancora chiuso. Da oltre due mesi, ormai, nonostante le rassicurazioni su una pronta riapertura che è invece slittata a suon di sentenze dei giudici. Sì, perché la gestione della struttura è finita a colpi di carte bollate, peccato però che ad andarci di mezzo sia come al solito l’utenza, ritrovatasi da un giorno all’altro senza il bar situato sul lato destro dell’ingresso, per anni locale frequentatissimo non solo da personale medico, infermieri, familiari dei pazienti e naturalmente visitatori. Incassi significativi 365 giorni l’anno, non c’è che dire, all’interno di una struttura che certamente non risente di stagioni più o meno favorevoli. Dopo cinque anni l’Asl ha deciso di dire basta alla gestione affidata al brindisino Benito Pagliara, con una nuova aggiudicazione che di fatto aveva inizialmente spazzato via l’esperienza del precedente titolare, il quale pagava un affitto di 18mila euro annui per la struttura. Con il nuovo appalto, invece, l’Asl è riuscita a ottenere molto di più, affidando il bar alla ditta “New Power” di Roberto Quarta e incassando 220mila euro ogni anno.
Ma è proprio dopo il bando che sono sorti tutti i problemi che hanno portato a rendere introvabile un espresso nella mega-struttura ospedaliera. Il vecchio gestore aveva fatto ricorso e con una sentenza del giudice del tribunale civile di Brindisi Antonio Ivan Natali lo aveva pure vinto, riprendendosi di fatto il vecchio locale. In ballo c’erano - e ci sono - i 14 posti di lavoro dei dipendenti del precedente gestore, e secondo la sentenza il passaggio del testimone non avrebbe fornito le adeguate garanzie sulla salvaguardia dei banconisti. «Il bar riaprirà il 9 dicembre», era stato assicurato, annunciando un secondo trasloco nel giro di pochi giorni. Pagliara, però, a sua volta non aveva fatto i conti con un altro giudice del tribunale civile, Gianmarco Galiano, al quale si era rivolta la dirigenza dell'Asl brindisina: il precedente provvedimento è stato “congelato”, perché secondo il giudice anche l’azienda sanitaria doveva essere ascoltata per poter fornire la propria versione.

Ad oggi, però, nulla è stato risolto. Al bar c’è solo una porta chiusa, è illuminata solo l’insegna, ma nessuno può più ordinare un cappuccino, una camomilla, un toast. In zona sono state piazzate macchinette per la distribuzione di bottigliette d’acqua, bibite e succhi di frutta. Quanto al cibo, ovviamente, non si può pretendere di più di una merendina, un sacchetto di patatine, una confezione di cracker. Né cornetti, né pizzette, né tisane. E in un nosocomio piazzato sulla statale 7, il più vicino bar non è poi così vicino.
All’indomani dell’aggiudicazione della struttura, le figlie di Pagliara avevano diffuso una lettera in cui recriminavano un atteggiamento di irriconoscenza da parte dell’Asl, che aveva dato rapidamente il benservito «a un uomo che in quel bar aveva lavorato per tutta la vita. Nostro padre non meritava un trattamento di questo tipo». Adesso, però, nemmeno l’utenza dell’ospedale merita un trattamento simile, privata di un pubblico servizio, per una struttura che rimarrà chiusa chissà per quanto tempo. Per il direttore generale dell’Asl Giuseppe Pasqualone, «la vicenda del bar dell'ospedale sta assumendo i contorni di una barzelletta». Che però non sta facendo ridere nessuno, visto che, in ospedale, di gente contenta per l’assenza dell’ospedale non ce n’è. «Il giudice, dopo il ricorso da noi presentato, ha sostanzialmente accolto le istanze di Benito Pagliara, e ora bisognerà aspettare il pronunciamento del collegio per capire cosa accadrà. Noi pensiamo che la cosa sarà risolta entro la fine di questo mese o, al massimo, entro i primi giorni di febbraio. Siamo fiduciosi circa una positiva soluzione della questione: il contratto con la nuova ditta è stato già firmato e i lavori concordati con i responsabili stanno andando avanti».

Pasqualone, però, non sembra dare troppa importanza alla vicenda, ignorando in un certo senso che anche la richiesta di un semplice caffè all’interno di una struttura così grande rientri tra le minime esigenze di un cittadino, e negarla non ha niente di civile: «Credo che la storia del bar sia sopravvalutata», dice Pasqualone. «In un ospedale, il servizio di ristoro non è fondamentale. I pazienti e gli utenti in generale si devono preoccupare di ricevere i livelli di assistenza adeguati, di essere accolti in una struttura all'altezza e di conservare e di avere cura della stessa per garantirsi il migliore dei trattamenti possibile. I dipendenti, poi, devono pensare a fare al meglio il proprio dovere. Il bar, quindi, non è in cima alle priorità dei servizi che un ospedale come il Perrino deve garantire». Non la pensa così la signora anziana che sale al piano alto per raggiungere il marito ricoverato. Per questo conserva il thermos. Anche ieri la signora era pronta ad aiutare il coniuge a mangiare. Ma i pasti sono arrivati con un certo ritardo, alle 13.15. «Scusateci, abbiamo fatto fatica a portare su i carrelli perché gli ascensori erano tutti rotti». Già, c’è anche la faccenda degli ascensori perennemente guasti, nell’ospedale che deve preoccuparsi dell’efficienza. Ma questa è un’altra storia. Beviamoci su. Non un caffè, però.

(ha collaborato Maurizio Distante)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Martedì 19 Gennaio 2016 - Ultimo aggiornamento: 10:00