Marchionna: «Lo Stato non ha mai riconosciuto a Brindisi, al Salento e alla Puglia il ruolo decisivo nell'accoglienza agli albanesi»

Martedì 2 Marzo 2021 di Oronzo MARTUCCI

«Mi assunsi una grande responsabilità, ma è quello che deve fare un sindaco in momenti eccezionali, soprattutto quando lo Stato ha difficoltà a capire cosa sta accadendo sul territorio»: Giuseppe Marchionna, sindaco di Brindisi nel marzo del 1991, quando la città fu invasa da 27mila albanesi in un solo giorno, ricorda quegli accadimenti a 30 anni di distanza. Marchionna all’epoca aveva 37 anni, era giovane, ma era già maturo politicamente e non era un sindaco qualsiasi.
Marchionna, lei fece ciò che lo Stato non voleva fare: aprì la città a quei disperati, invitò i brindisini a sfamarli, ad aiutarli. E fu un successo, perché il suo appello scacciò la paura e anzi la trasformò in solidarietà.
«Il mio appello ai brindisini fu un atto di coraggio, ma ancor più un atto politico razionale, perché l’appello all’accoglienza partiva dalla necessità di evitare che la presenza per strada di migliaia di persone, in condizioni disumane, potesse degenerare».
Ci furono difficoltà, o interventi tendenti a bloccare questa sua disponibilità?
«No. Lo Stato si dimostrò semplicemente assente, perché non era preparato a quell’evento e il presidente del Consiglio dell’epoca, Andreotti, non voleva che arrivasse il messaggio di una Italia disposta ad accogliere tutti quelli che fuggivano dall’Albania. A fronte di una chiusura netta dell’intero governo, anche dei miei compagni di partito (il Psi, n.d.a) sul territorio ci fu disponibilità e collaborazione».
A chi si riferisce?
«Voglio ricordare che nella notte tra il 6 e il 7 marzo 1991 nell’Adriatico vi era un mare forza 7 e al largo di Brindisi vi erano battelli e navi cariche di disperati, a volte anche di incoscienti che non sapevano neppure perché si erano imbarcati a Durazzo. Si scatenò una tempesta, con pioggia e vento di tramontana, e mentre la Marina militare era disposta per il blocco, su indicazione del governo, la Capitaneria di porto di Brindisi decise di applicare la legge del mare secondo la quale bisogna salvare chi è in difficoltà».
Quali altre collaborazioni ci furono?
«Il prefetto Antonio Barrel si dimostrò molto attento a quello che accadeva, senza che però potesse intervenire perché il governo era contrario e l’Italia all’epoca non aveva alcun servizio di protezione civile degno di quel nome. L’arcivescovo Settimio Todisco fu netto nel comunicare al prefetto che se lo Stato non fosse intervenuto egli avrebbe aperto tutte le chiese per permettere ai profughi di trovare un riparo, visto che alcune migliaia di albanesi già a mezzogiorno del 7 marzo erano in giro per la città. Poi trovammo l’accordo sull’utilizzo delle scuole che dipendevano dal Comune per organizzare un minimo di accoglienza. E mettemmo a disposizione 38 strutture».
Lo Stato quando capì che doveva occuparsi di quella emergenza?
«Quattro giorni dopo vennero a Brindisi il vice presidente del Consiglio, Claudio Martelli, mentre si recava in Albania per discutere con il presidente Ramiz Alia della situazione che si era verificata e delle possibili ulteriori conseguenze, e il ministro della Protezione civile Vito Lattanzio. Martelli in qualche modo cominciò ad assumere impegni sulla necessità di mettere in campo l’esercito per garantire cucine da campo e altre strutture. Lattanzio rimase a difendere l’indifendibile».
Lei nel 2017 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Valona, ma la città di Brindisi non ha mai ricevuto alcun riconoscimento dallo Stato italiano.
«La cittadinanza onoraria ha rappresentato un riconoscimento assegnato a me in rappresentanza di tutti i brindisini per ciò che seppero fare in quel marzo del 1991. Per quanto riguarda lo Stato italiano stiamo ancora aspettando. Mi risulta che il sindaco Domenico Mennitti scrisse nel 2011 al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sottolineando il ruolo svolto dalla città e chiedendo l’assegnazione della Medaglia d’oro al valor civile. Il presidente della Repubblica non ha mai risposto».
Ha mantenuto rapporto con albanesi che ha conosciuto nel 1991, in occasione dello sbarco?
«La macelleria di cui sono cliente a Brindisi è gestita da una donna albanese arrivata nel marzo del 1991. La figlia di quella donna il prossimo mese di aprile discuterà la tesi di laurea proprio sull’esodo degli albanesi. Quella famiglia è l’esempio di una integrazione riuscita, ma si possono citare tanti esempi di integrazione riuscita a dispetto di tanti luoghi comuni».
 

 

Ultimo aggiornamento: 4 Marzo, 12:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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